Stato | Manfredi Pomar

L’insensatezza della caccia al tedesco

22 novembre 2011 6 Commenti / Comments »

Da qualche settimana a questa parte non c’è politico o commentatore italiano che non veda nella Germania l’origine di tutti i mali d’Europa. Nulla di nuovo in realtà, ma se prima si trattava di un fenomeno limitato, ora questa nuova caccia alle streghe sembra coinvolgere tutti senza distinzioni. E’ fuor di dubbio che le decisioni prese a Berlino e Francoforte abbiano enormi ripercussioni sullo scenario europeo ma non ritengo corretto fare della Germania un facile capro espiatorio. Mi rendo conto che, alla luce del recente trasferimento, le ragioni della mia posizione possano essere facilmente fraintese ma chi scrive non è un filotedesco per partito preso: il modello economico che più si avvicina a quello che preferisco trova massima espressione fuori dai confini della Germania e i visitatori di lunga data ricorderanno senza dubbio che sono il primo a muovere pesanti critiche alla Germania (quando effettivamente le merita).

Chi, come l’ex Premier Berlusconi, accusa la Banca Centrale Europea di aver sbagliato nel rifiutare il ruolo di prestatore di ultima istanza, dimentica che la BCE non è (ancora) la Fed e i trattati europei sono piuttosto chiari nello specificare quali sono i compiti e le finalità della banca centrale. Il rigore di Francoforte quindi è da elogiare, inoltre è proprio questo modello “tedesco” ad aver obbligato gli Stati europei a tenere in regola i conti pubblici – almeno sulla carta. Venendo meno la tanto abusata sovranità monetaria, i governi avrebbero dovuto imparare a gestire al meglio la finanza pubblica senza mai perdere di vista crescita e produttività. Come sappiamo, questo purtroppo non è avvenuto, soprattutto in quei Paesi che hanno realizzato troppo tardi che in Europa tirava un’aria nuova, ma la colpa non è né del banchiere di Francoforte – forse un po’ ingenuo nel sopravvalutare l’avvedutezza del politico levantino e la disponibilità del cittadino europeo a vestire i panni di vigile osservatore – né del poliziotto di Berlino, il governo tedesco, che veglia suo malgrado (credetemi se scrivo che ne farebbe volentieri a meno) sui conti di quei Paesi che non hanno saputo far la loro parte. Se vi fa stare meglio, prendetevela pure con il politico tedesco – quello che ha votato per l’aumento del fondo salva-Stati, dichiarandosi pronto a sacrificare parte considerevole del bilancio nazionale pur di aiutare i Paesi in crisi, viva la gratitudine! – ma la sostanza non cambia: a rovinare l’Europa sono stati quei governi che non hanno fatto nulla di ciò che avrebbero dovuto, sfruttando un elettorato distratto, mal informato e talvolta persino colluso (in Grecia il governo truccava i conti mentre il cittadino faceva finta di niente; in Italia non si parlava di crescita da anni perché si dava per scontato il benessere garantito dalla compravendita di voti e posti nel pubblico impiego).

Ora tutti dicono che si intende germanizzare l’Europa, ma è forse colpa della Germania se gli altri Paesi si sono dati alla “finanza pubblica creativa” e hanno smesso di pensare alla crescita? E’ colpa della Germania se in Europa oggi esistono due diverse realtà, una che si sforza di correre e l’altra che arranca? Certo, si dirà che la Germania va troppo veloce, ma non è che magari la colpa è degli altri che non sanno tenere il passo? Cosa dovrebbe fare il governo tedesco? Chiedere alle aziende di produrre di meno, di esportare di meno, di lavorare di meno, di essere un po’ più mediocri per frenare la vendita di asset europei da cui pare essere immune la sola Germania? Da quando fare meglio è una colpa? Chiedereste mai al primo della classe di essere un po’ più stupido per tutelare la mediocrità dei più? O al campione del mondo di atletica di correre più lentamente per rendere la gara avvincente? Mi piace credere che chiedereste allo studente meno sveglio di rimboccarsi le maniche e all’atleta meno forte di allenarsi di più e con maggiore costanza. Per oggi ho finito, ora datemi pure del filo-tedesco…



Auf Wiedersehen, Italien

08 novembre 2011 12 Commenti / Comments »

Per qualche tempo il sito passerà in secondo piano: ormai è questione di ore e lascerò l’Italia, ci tenevo a farvelo sapere, sto per iniziare un nuovo capitolo della mia vita a Berlino con la mia bella. Per motivare questa scelta potrei tirare in ballo l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, la quantità di stage sottopagati (o a titolo gratuito) in cui è facile incappare in Italia oppure il ridimensionamento a cui è di fatto destinata l’economia nazionale, ma non sono il tipo: chi scrive ha deciso di lasciare un posto che non lo appagava quando nel frattempo la maggior parte dei suoi coetanei un posto neanche lo trovava; chi scrive avrebbe potuto confidare nella partita iva di cui era titolare e ha invece preferito chiuderla. Le mie scelte forse risulteranno incomprensibili ai più, ma non è questo il punto.
La fiducia non è qualcosa di incondizionato, va meritata. Un Paese non può confidare esclusivamente nell’amor patrio dei suoi cittadini. Questo, da solo, non basta. Il problema della credibilità italiana non riguarda soltanto i mercati, i primi a non reputare affidabile l’Italia sono proprio i suoi cittadini e se me ne vado è proprio perché altri Paesi si lasciano preferire. Signori miei, è la competizione!

Anche all’estero, in particolar modo nel resto dell’Unione Europea, la situazione non è delle migliori – la perdita di liquidità riguarda l’Europa tutta e a questo fenomeno va aggiunto quello dello spreco di risorse attualmente disponibili; qualcuno continua a invocare l’aiuto dei BRICS ma alle economie emergenti toccherà invece continuare a trainare la crescita globale – ma non tutti i Paesi hanno dato la stessa prova di (in)affidabilità dell’Italia nella gestione della crisi e non tutti soffrono delle stesse debolezze strutturali. Sono un anti-italiano, dunque? Forse per il governo che ci ha trascinati fino a questo punto temporeggiando per quasi un decennio, ma se così fosse non sarei rimasto qui così a lungo. Per tutti questi anni ho preferito restare, convinto che ci fosse ancora un barlume di speranza, ma la situazione va solo a peggiorare e non sono così masochista da voler affondare con tutta la nave. Berlusconi – un uomo che non è neanche in grado di capire quando è ora di farsi da parte – sminuisce la crisi, dice che l’accanimento sui titoli di Stato è solo una moda passeggera, ma sappiamo tutti che non è così. L’Italia dei ristoranti pieni se ne farà ben poco se resterà solo la BCE a comprare i Buoni del Tesoro (per quanto ancora, poi?) ed è questa la strada su cui siamo avviati, inutile girarci attorno. Meglio cambiare aria prima che la Storia segua il suo corso naturale facendo piazza pulita di uno Stato, quello italiano, fondato su un modello anacronistico e corrotto fino alla radice.

Qualche giorno fa un tale che lavora per Unicredit – sorvoliamo sul possibile conflitto d’interessi, in fondo parlava a titolo personale – ha acquistato una pagina del Corriere della Sera per lanciare un accorato appello: «mandiamo a ruba i nostri titoli di Stato, compriamoli al tasso di rendimento più basso possibile, anche a tasso zero», in fondo «nessuno di noi può dirsi innocente»! In un Paese cattolico come l’Italia, quindi incline al masochismo per cultura, c’è il rischio che qualcuno prenda sul serio la proposta. Chi si dice favorevole all’iniziativa comprando i titoli di Stato al rendimento attuale di fatto si comporta al pari di quelli che, in nome di una presunta superiorità morale, è solito chiamare speculatori. La coerenza in Italia non si sa proprio cosa sia. Comprare i titoli di Stato a un rendimento più basso per patriottismo all’amatriciana invece è da folli: può solo dirsi irresponsabile chi consiglia un simile investimento quando l’Italia, da qui a poco, rischia di essere insolvente. I btp oggi vengono percepiti come titoli tossici: anziché metterli in tasca agli italiani non sarebbe meglio approfondire le ragioni di questa reputazione? La speranza è che alla fine prevalga il buonsenso: mi piace credere che gli italiani, dopo la storia dei tango bond, non vogliano ripetere esperienze spiacevoli… Inoltre mi auguro che quel tale abbia un buon avvocato: in caso di insolvenza, qualcuno potrebbe decidere di chiamare in causa il suggeritore di un investimento tanto scriteriato. L’Italia è anche questo: un giorno ti dipingono come un patriota, l’indomani vieni messo alla gogna…

Tornando all’appello, sarà vero che «nessuno di noi può dirsi innocente»? Secondo me non tutti hanno contribuito al disastro attuale, sicuramente non tutti alla stessa maniera. Per quanto mi riguarda non ho mai lavorato in nero, non ho mai mendicato un posto nel pubblico impiego (tantomeno per qualche ente inutile, a seguito di politiche clientelari), non ho mai preso alcun sussidio né goduto di incentivi, sono stato per anni un abbonato ATM e ho sempre viaggiato regolarmente con Trenitalia (nonostante il servizio pessimo), non ho mai fatto esami inutili al pronto soccorso per sfruttarne la gratuità, ho seguito lezioni all’Università anche quando altri occupavano le aule e l’unica casta di cui faccio parte (mio malgrado e solo “virtualmente”, visto che non ho mai ricoperto alcun ruolo al suo interno) è l’Ordine dei Giornalisti, che per me potrebbe benissimo essere abolito domani stesso. Come me tanti altri ma nessuno pretende una medaglia al valore dal momento che non c’è nulla di straordinario in tutto questo. Altrove si parlerebbe di comune senso civico ma l’Italia non è un Paese normale, per dirla con Ortega y Gasset è la casa del «signorino soddisfatto» che vive a spese dello Stato e dallo Stato tutto pretende, il guaio è che si presenta il conto anche a chi critica apertamente questo modello e così il rimprovero di quel tale lo dobbiamo subire tutti indistintamente: «ci sono stati uomini e donne che hanno dato la vita per questo Paese e per la libertà, noi possiamo almeno dare un po’ di soldi». Oltre al danno, la beffa. Sempre viva sia la memoria di chi si è sacrificato per l’Italia, ma una richiesta di questo tipo suona ridicola in un Paese con una pressione fiscale tra le più alte al mondo. Il vero problema è dove vanno a finire i soldi dei cittadini, ecco perché è necessaria una severa spending review. Poi, siamo onesti, perché comprare i titoli di Stato di un Paese che ha cercato di piazzarli nella maniera più subdola possibile, andando cioè ad aumentare la tassazione su tutti i prodotti finanziari eccetto bot e btp? Non riesco a sviluppare un rapporto empatico con un Paese di tal fatta. Dall’Italia di oggi, io, cittadino italiano, mi sento preso in giro e per questa ragione non ho la benché minima intenzione di cospargermi il capo di cenere. Quella del sacrificio personale è una prospettiva che non contemplo, a maggior ragione se il sacrificio mi viene chiesto per qualcosa di cui non ho colpa, ecco perché me ne vado.

Per tanti anni ho sognato di diventarlo, ora potrò dirlo: ich bin ein Berliner.

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Tu chiamali, se vuoi, rottamatori…

29 ottobre 2011 2 Commenti / Comments »

Non sono un grande estimatore di Matteo Renzi, devo ammetterlo, ciononostante fatico a comprendere le critiche di quanti lo accusano di sostenere un modello, quello neoliberista, che – secondo alcuni – sarebbe la causa del disastro italiano. Che avrà mai detto di tanto reaganiano il sindaco di Firenze dalla stazione Leopolda non è dato saperlo, comunque la critica si è rivelata utile: ho appreso così che a portare l’Italia sul baratro è stato un modello economico che da queste parti non si è mai realizzato. Stupefacente! In un Paese ostinatamente ostile all’iniziativa privata dove  la spesa pubblica non ha mai conosciuto limiti ogni colpa non poteva che ricadere sul neoliberismo… Questi maledetti figli del capitale ne sanno una più del diavolo!

Matteo Renzi rottamatore bamboccione

Ma torniamo al sindaco di Firenze. Se non comprendo certe critiche, comprendo ancora meno l’entusiasmo di chi già pensa a Renzi nelle vesti di candidato Premier quando il dramma politico italiano è dovuto, tra le tante ragioni, anche all’assenza di gente competente nei ruoli chiave. Abbiamo un avvocaticchio all’Economia; un magistrato agli Affari Esteri; alla Semplificazione Normativa un chirurgo; al Lavoro uno che non ha mai lavorato (parlamentare da quando aveva 29 anni); alle Riforme Istituzionali un altro politicante di professione (quello che prima di arrivare a Roma si spacciava per medico). Già viviamo tempi duri, è il caso di continuare a selezionare incompetenti che non solo non conoscono la materia di cui parlano, ma neanche le reali esigenze dello studente, del dipendente, dell’imprenditore? Questi sono i veri bamboccioni, i buoni a nulla mantenuti dallo Stato.

E che dire della spalla di Renzi, Davide Faraone? Eletto consigliere comunale a Palermo nel 2001 e riconfermato nel 2007, non si è posto problemi di sorta quando, nel 2008, è stato eletto anche all’Assemblea Regionale Siciliana. “Two is megl ‘che one”, recitava una vecchia pubblicità. Al doppio incarico Faraone – di nome e di fatto – ha rinunciato solo lo scorso settembre, dopo aver annunciato la propria candidatura a sindaco di Palermo.

E li chiamano rottamatori… Questi personaggi non hanno ancora capito che è la gente ad essersi rotta (non dico cosa) dell’arroganza dei tanti uomini mediocri che affollano la scena politica italiana; da rottamare è l’idea che la politica debba essere al servizio di fannulloni che se non avessero intrapreso la “carriera politica” non avrebbero potuto fare nient’altro nella vita. Renzi e Faraone, non crederete davvero di rappresentare la fortunata eccezione!





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