Silvio Berlusconi | Manfredi Pomar

La politica ai tempi dello spread

Mario Monti TimeRicordate cosa disse Berlusconi un mese dopo aver rassegnato le dimissioni? «Anche con il decreto salva-Italia del governo dei professori, lo spread è rimasto a livelli elevati e la crisi continua a mordere. La vergogna di chi ha indicato il mio governo come l’unica causa di questa situazione è sempre più evidente». I fatti lo smentirono qualche tempo dopo, quando lo spread prese davvero a calare. Sulle ragioni ho già scritto e tornerò più avanti, resta il fatto che quando lo spread ha iniziato a toccare minimi che sembravano un lontano ricordo, la stampa italiana – con poche eccezioni – si è impegnata in una mitizzazione del governo tecnico senza precedenti. Al coro si sono presto unite anche voci autorevoli della stampa internazionale, che credevano di aver trovato nel nuovo Premier italiano il taumaturgo d’Europa e Monti, dal canto suo, si è guardato bene dal riportare tutti con i piedi per terra: «La crisi è superata» ha sostenuto a inizio aprile « l’Italia è solida». Poi, però, qualcosa di apparentemente inaspettato: lo spread ha ripreso la sua avanzata. E allora maledetta Spagna, maledetta Confindustria: la prima è stata accusata di aver alimentato nuovi dubbi sulle sorti dell’Unione Europea, la seconda – nella persona di Emma Marcegaglia – di aver palesato pubblicamente il proprio scetticismo sull’operato del governo.

Non credo di esser stato l’unico ad aver avuto questa impressione: per un attimo l’Italia è precipitata nuovamente nell’era-Berlusconi, come quando Lupi puntava il dito contro la Spagna, rea di avere – testuali parole – «le pezze al culo» (almeno Monti ha modi più pacati), e il Premier, che improntava a quei tempi una cura tutta incentrata sull’ottimismo («abbiamo fondamentali economici solidi», diceva pure il Cavaliere), criticava chi osava dare del Paese un’immagine diversa, negativa. Ma lasciamo da parte eventuali somiglianze tra Monti e Berlusconi e soffermiamoci sul differente trattamento che è stato riservato ai due Premier. Riassumendo, abbiamo uno spread che quando, sotto Berlusconi, non accennava a calare le responsabilità erano imputabili esclusivamente a Premier e ministri; con Monti, se lo spread cala è merito della squadra di supertecnici, se torna a impennarsi la colpa è di un imprecisato fattore esterno (tra l’altro faccio notare che è lo stesso tipo di giustificazione adottata a suo tempo, senza fortuna, anche dallo stesso Berlusconi: un trucco della retorica vecchio come il cucco). Mi guardo bene dal rivalutare l’attività – pressoché inesistente – del precedente governo, ma forse un po’ più di obiettività nel commentare l’operato del governo Monti non guasterebbe. Se un governo non fa abbastanza, non fa alcuna differenza se si tratti di un governo di docenti o di cialtroni: comunque bisogna avere il fegato di scrivere le cose come stanno.

Silvio Berlusconi TimeOra, tralasciando il fatto che questa continua cronaca dello spread è un autentico stillicidio che conferma lo stato di salute dell’informazione economica italiana (…), vediamo cosa è avvenuto realmente in tutti questi mesi.
In principio era il governo Berlusconi, un governo dalla credibilità internazionale pari a zero. Tremonti conteneva la spesa; nessuno pensava alla crescita; di riforme, liberalizzazioni e altre cose che pur sarebbe stato naturale attendersi da un governo “liberale” neanche l’ombra. L’Italia era il ritratto dell’immobilità, dunque prestava il fianco a facili critiche che hanno poi preso forma nel progressivo allargamento dello spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (per il principio del flight to quality, di cui già scrivevo nel giugno 2010). E allora? Tolto Berlusconi, tolto il dolore? Per una volta il Cavaliere aveva ragione, almeno in parte: il suo governo non era l’unico ostacolo, ma sicuramente era quello più ingombrante. Con le dimissioni del Cavaliere l’Italia ha sicuramente recuperato credibilità; inoltre questa rottura col passato ci ha dato l’illusione, per qualche tempo, di essere finalmente usciti dalla fase di stallo che ha caratterizzato la politica italiana degli ultimi anni. Il problema però andava oltre la semplice rimozione di Berlusconi e del suo sgangherato governo: servivano e continuano a servire riforme, riforme vere. Le dimissioni di Berlusconi rappresentavano solo un primo passo in questa direzione; a Monti sarebbe toccato compiere gli altri. Buono o brutto che sia, resta la convinzione che il governo tecnico, in appena cinque mesi, abbia realizzato più di quanto mostrato dalla squadra di Berlusconi in un lasso di tempo molto più ampio, ma comunque è ancora troppo poco.

Abbiamo assistito impassibili a un’impennata della pressione fiscale che ormai non si giustifica più in nessun modo – è razzia di Stato legalizzata – e tutte le riforme annunciate da Monti, per colpa di quello stallo politico che in realtà sta sopravvivendo al governo tecnico, sono state annacquate o ritirate subito dopo il loro annuncio. Quindi come si può pensare che sia stata la debole azione di governo a far calare lo spread? Come già spiegato in precedenza, il calo è semmai una conseguenza delle politiche monetarie della BCE. Rivendicandone i meriti e cantando vittoria con così largo anticipo, Monti ha commesso un duplice errore. Il fatto che spread e rendimenti abbiano ripreso a salire lo conferma. Ciò è dovuto al doppio handicap che oggi l’Italia sconta sui mercati: il progressivo dissolversi dell’effetto dopante delle politiche di Draghi e il lento risveglio degli investitori, che cominciano a rendersi conto – anche senza le critiche della Marcegaglia – che poco di ciò che è stato annunciato da Monti sta effettivamente avendo seguito. Tagliando corto: il Premier a questo punto farebbe meglio a studiare come far ripartire il Paese, anziché arroccarsi in posizioni fallimentari già sperimentate da Berlusconi prima di lui.



Project Glass e la stupidità dell’italiano medio

Ogni volta che Google s’inventa qualcosa di nuovo ecco che in giro per il mondo montano le più sterili polemiche. Perché Big G è un colosso che fa paura a molti, il divoratore di privacy per antonomasia, uno spietato monopolista (ma come? In assenza di barriere all’entrata?): insomma, il male assoluto. In Italia poi, dove si è smesso di fare innovazione da così tanto tempo che pare di essere tornati al Medioevo, l’idiozia di chi critica a priori riesce a raggiungere vette inarrivabili.

Per chi non l’avesse ancora capito faccio riferimento a Project Glass, l’ultima interessantissima novità ideata dal colosso di Mountain View.

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La notizia è anche stata ripresa dal Corriere della Sera ed è leggendo i commenti dei suoi lettori che viene spontaneo dubitare dell’intelligenza dell’italiano medio. Per esempio c’è chi scrive: «ma se mentre attraverso la strada mi appare la mappa di google e non vedo il tram che sta arrivando… che succede?!». Il commento è così stupido da non meritare risposta, ma ecco un altro genio subito pronto a fargli eco: «se poi ti investe il tram, beh, di sicuro google se ne laverà le mani….». Forse si dimentica con troppa facilità che l’uso improprio di uno strumento è responsabilità dello stupido di turno, non dell’azienda produttrice. A questo proposito ricordo di aver letto, qualche anno fa, la notizia di un uomo finito sotto un treno perché, mentre chiacchierava al cellulare, aveva attraversato i binari di una stazione senza guardarsi attorno. Dimostrazione del fatto che, se si è stupidi, certe cose possono accadere anche senza la visualizzazione delle mappe di Google (funzione che, peraltro, come si evince dal video, sarebbe richiamata dall’utente, non casuale). Tralasciando il fatto che in Italia è proibito attraversare i binari anche senza cellulare, abbiamo forse messo al bando i cellulari perché qualcuno poteva essere così incosciente da fare qualcosa di tanto stupido? E’ dagli anni Novanta che ci lamentiamo di chi distoglie lo sguardo dal volante della sua auto per tenere d’occhio lo schermo del cellulare e ora che potremmo utilizzare comodamente i comandi vocali ci preoccupiamo dell’arrivo inaspettato di un tram? Allora è proprio vero che quando si tratta di criticare Google tutto fa brodo!

Immancabili, poi, le critiche sulla privacy, anche non è chiaro per quale motivo: gli occhiali del progetto in questione replicherebbero il funzionamento di Android, il fatto che le informazioni ora potrebbero essere visualizzate non sullo schermo del cellulare, ma su una lente non costituisce alcuna novità in materia di privacy. Ma se anche fosse, pensiamo che a Google importi davvero sapere che Mario Bianchi è andato al parco con Marco Rossi? A me tutte queste lagne psicotiche sulla privacy fanno tornare in mente Berlusconi e l’intero repertorio di mistificazioni per mettere sullo stesso piano la privacy del Premier e quella della casalinga di Voghera. Poi, parliamoci chiaro, siete davvero convinti che questo progetto attenti alla vostra privacy? Non mi pare che Google abbia minacciato di voler impiantare nelle vostre teste un apparecchio contro la vostra volontà. Se mai questi occhiali vedranno la luce e se mai li comprerete, sarete sempre voi a decidere quando portarli (e condividere certe informazioni con Google) e quando lasciarli a casa. Fermo restando che, se davvero foste così coerenti, dovreste già ora lasciare a casa il cellulare per le stesse identiche ragioni.



Alfano, dal contratto con gli italiani a quello con l’ABI

Negli ultimi giorni Angelino Alfano, erede designato al trono del PdL, si è speso tanto in una campagna che sarebbe riduttivo definire populistica e demagogica. L’ex ministro della Giustizia, dopo aver avvertito l’ABI che il PdL «è a fianco delle banche se le banche sono a fianco del popolo», ha tenuto a farci sapere che si metterà a capo di un’iniziativa europea per la modifica dei parametri di Basilea III – alla Bank for International Settlements già tremano…

Movimento dei Forconi, indignados di Sicilia

Per emulare poi le gesta “paterne” – chi ha dimenticato il sempre disatteso “contratto con gli italiani” di Berlusconi? – il futuro candidato Premier ha colto l’occasione per farci conoscere il contenuto del suo “contratto con l’ABI”, un elenco di cinque punti che testimonia l’ingenuità e la miopia del povero Angelino. Dopo il Cavaliere, ecco un altro che sembra capire poco, molto poco dello scenario in cui è costretto a muoversi.

Riporto i cinque punti proposti da Alfano corredati da alcune annotazioni personali.

  1. I soldi erogati, a tasso agevolato, dalla Bce alle banche italiane, siano utilizzati per favorire le famiglie, i cittadini e le imprese. Idea nobile, a chi non piacerebbe che nel pieno di una stretta al credito le cose andassero così? Ad Alfano però basterebbe leggere i dati di Bankitalia per scoprire quanto già sottolineato su queste pagine, cioè che dalla fine di dicembre le banche italiane sono attive in una campagna a sostegno delle obbligazioni bancarie e dei titoli di Stato italiani – ecco perché lo spread scende nonostante un’azione di governo limitata in realtà. Inoltre, sempre con quei soldi, le banche dovrebbero irrobustire la propria base patrimoniale e ristrutturare eventuali passivi. Queste sono le priorità che hanno spinto la BCE all’erogazione; difficile che il grosso venga utilizzato per altre ragioni, anche se forse, come già anticipato, le cose miglioreranno dopo la tranche di liquidità di fine febbraio. In ogni caso è bene precisare che in Italia non c’è solo un problema di offerta: da tempo infatti si registra un calo della domanda di prestiti, la questione quindi è più complessa di ciò che si crede comunemente.
  2. Irrevocabilità di tutti i mutui, i prestiti ed i finanziamenti erogati ai cittadini, alle famiglie e alle imprese, tranne che nei casi di fallimento. A mio avviso la proposta più demagogica della lista di Alfano. L’Italia, di tutta l’Europa Unita, ha forse il sistema bancario con la maggiore avversione al rischio. Immaginate quante possibilità di attuazione ha una proposta che, di punto in bianco, addosserebbe alle banche enormi rischi e responsabilità. Ma soprattutto immaginate l’effetto dell’introduzione di un simile provvedimento: credete che a quel punto le banche italiane sarebbero più propense a concedere mutui e prestiti o avverrebbe l’esatto contrario? Con ogni probabilità le concessioni verrebbero fatte sempre più col contagocce, nel timore di andare incontro a grossi rischi senza più avere alcun potere decisionale in merito.
  3. Una moratoria per le rate del mutuo non pagate negli ultimi 18 mesi, con il ricalcolo e l’adeguamento del piano di ammortamento alle attuali capacità economiche dei debitori. Un tempo scrivevo che l’Italia è il Paese in cui si crede di poter risolvere ogni problema per modifica costituzionale. Oggi rivedo questa mia vecchia definizione: l’Italia è il Paese dove, se non si considera l’opzione della modifica costituzionale, si pensa allora di poter risolvere ogni problema con una moratoria. Giusto per ricordarne una di quando Alfano era ancora Ministro, mi torna in mente quella per le PMI voluta da Tremonti per far fronte alla crisi. Ora il punto è che procrastinando non si risolve nessun problema, lo si rimanda. E quando il problema si ripresenta più tardi può capitare che il quadro presenti condizioni ancora più preoccupanti…
  4. Che sia mantenuto il livello occupazionale del comparto bancario, cioè evitare licenziamenti. Commentare questo punto mi obbligherebbe a impopolari parentesi a proposito di produttività, esuberi, riorganizzazione del sistema bancario, tutele dei lavoratori in Italia e via dicendo. Tutte questioni che richiedono lunghi approfondimenti che per quieto vivere evito di trattare in questo spazio. Mi limiterò a scrivere che qui, per acume, il politico brilla come certi sindacalisti italiani.
  5. Che le banche accettino delle forme di controllo sugli adempimenti di quanto proposto. Per tutte queste (e molte altre) ragioni è difficile che l’ABI possa dar seguito alle richieste di Alfano. Ma se anche fosse, gli adempimenti delle proposte – dall’uso dei soldi della BCE, fino ai dati sul livello occupazionale del comparto bancario – sarebbero verificabili senza particolari forme di controllo aggiuntive. Probabilmente con quest’ultima proposta Alfano punta a conquistare le simpatie di chi, genericamente, chiede più trasparenza. O forse si vuole mettere la classe politica in condizione di esercitare una maggiore pressione sul sistema bancario in modo da poter imporre più facilmente le proprie priorità di fronte all’opinione pubblica, indipendentemente da quelle che sono invece le priorità e i bisogni del settore. In ogni caso al controllo ci pensa già Bankitalia e non mi pare che finora abbia svolto male la sua funzione.

Per evitare fraintendimenti preciso subito che con questo post non intendo fare la difesa a spada tratta dell’intero sistema bancario italiano né mettere in croce chi si augura che dalle banche possano arrivare segnali di cambiamento importanti. La questione per come la vedo io è un’altra: un candidato Premier che volesse esser preso sul serio dal suo interlocutore (e dagli elettori) dovrebbe quantomeno sforzarsi di avanzare proposte ragionevoli, fattibili. Il rischio che si corre, altrimenti, è quello di passare per un Lannutti qualsiasi.





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