Lega Nord | Manfredi Pomar

…ma liberaci da Grillo (e simili), amen

25 aprile 2012 Commenti disabilitati

Per due decenni – ribadisco, venti lunghi anni – parte della sovranità nazionale è stata ceduta in maniera trasparente a organizzazioni internazionali (come previsto anche dalla Costituzione, che – vale la pena ricordarlo – è figlia della Liberazione) e per tutto questo tempo l’italiano medio è rimasto a poltrire sul divano, ignorando bellamente la cosa. Ora che guidare l’Italia c’è un governo tecnico (cosa che non è neanche una novità in Italia), ecco che tutto d’un tratto l’italico cialtrone si sveglia dal lungo torpore, sbraita che l’Italia non è mai stata liberata, rivendica sovranità (di cui in realtà non gli è mai importato nulla), accusa il governo di svendere l’Italia allo straniero (come coniugare simili affermazioni con la ri-nazionalizzazione di Snam?), grida al golpe e punta il dito contro la Commissione Trilaterale (ai cui incontri hanno partecipato anche politici regolarmente eletti dal popolo, dunque la caccia al tecnico nel nome della Beata Sempre Vergine Rappresentanza lascia il tempo che trova).

Il punto però è un altro. Oggi in Italia c’è un governo tecnico che se anche riuscisse a realizzare davvero le riforme che finora, come altri governi in precedenza, ha solo potuto annunciare – ipotesi remota – comunque non durerà a lungo. Questione di tempo e torneranno a chiamarci alle urne, alla faccia della sovranità violata e della dittatura tecnocratica. A quel punto che faranno i sostenitori del complotto globale? Quelli del «ridateci la moneta e tutto si sistemerà» (spiegatelo agli inglesi, che hanno ancora la sterlina eppure sono ugualmente in recessione)? Per chi voteranno i signori dello «spendiamo a deficit per creare la piena occupazione e il pieno stato sociale» (sì, morirete tutti dipendenti pubblici)? Ve lo dico io: voteranno per il catalizzatore di tutte le idiozie che girano per la Rete, Beppe Grillo, il comico prestato alla politica (Berlusconi, a quanto pare, non ci è bastato).

Beppe Grillo keep calm and blamePer imporsi come valida alternativa ai partiti tradizionali Grillo ripeterà, come già fa da tempo, tante cose stupide e – incredibile ma vero – anche qualcosa di sensato, per esempio sulla trasparenza delle amministrazioni, sui rimborsi elettorali e sul finanziamento pubblico ai giornali. Sono proprio quelle poche cose intelligenti a preoccuparmi, perché a causa dell’imbarazzante livello del dibattito politico italiano, è facile che l’elettore possa accontentarsi di quel poco e decidere di regalargli il voto. Così facendo, però, darà il colpo di grazia a un Paese agonizzante che non se ne fa nulla di gente che sostiene che «la crescita non dà lavoro», che è tutta colpa dei derivati (un giorno aprirò una piccola parentesi sull’argomento, lo prometto) o ancora che bisogna fare come l’Argentina e  «statalizzare il petrolio perché così possiamo decidere il prezzo» (secondo voi Grillo certe bestialità le dice per ingenuità, ignoranza o tanto per buttarla lì al popolo credulone?). Personalmente, per quanto possano essere impopolari i partiti oggigiorno, non riuscirei mai a preferirgli uno che si esalta per i «kit dove sono memorizzati 1.600 libri», dimenticando che certe innovazioni non piovono dal cielo, sono il prodotto di quei pilastri (finanza, globalizzazione, capitalismo) contro cui il nostro eroe si scaglia quotidianamente. Già, perché il comico genovese è quello che prima critica la società globalizzata e poi promuove come modello vincente l’outsourcing statunitense, che ne è una piena espressione (l’outsourcing ha permesso l’offshoring). Quasi ogni parola di Grillo è un evidente controsenso, ma l’incoerenza è un difetto che un comico può permettersi, a maggior ragione un comico senza reali responsabilità di governo. Beppe Grillo, infatti, per il suo Movimento è solo un’éminence grise con modi di fare da istrione: condannato per omicidio colposo, è il primo che non potrebbe entrare nel suo Parlamento Pulito.

Beppe Grillo CaliseE non potendo candidarsi in prima persona, che cosa fa allora il nostro eroe? Sponsorizza, dall’esterno, candidati selezionati ad arte tra i suoi seguaci. «Non li conosce nessuno» rimarca orgoglioso «è questa la nostra forza!»
Dovrebbe essere una garanzia? Solo in Italia si continua a credere che un candidato vergine, semisconosciuto abbia più possibilità di restare fuori da brutti giri una volta entrato in politica. Sapete, il mito della cosiddetta “società civile”, cioè di quella parte della società che si è autoproclamata moralmente superiore non si sa bene a chi e in virtù di che cosa… Evidentemente la Lega Nord non ha insegnato nulla. Anche gli uomini di Bossi erano selezionati tra la gente comune ma non mi pare che la Lega si sia dimostrata meno vorace di tutti gli altri partiti che si sono ritrovati ad amministrare la cosa pubblica. L’unico merito di Grillo è aver sdoganato i giovani in politica, ma – ahinoi – neanche la variabile anagrafica costituisce di per sé una garanzia sul comportamento futuro del candidato.

Inoltre non basta sostituire i rappresentanti per cambiare il Paese. L’origine del problema è da cercarsi altrove, nell’atteggiamento di chi si reca ancora alle urne. Il cittadino infatti non esaurisce la sua funzione nella cabina elettorale: esprimere una preferenza per poi tornare ad appisolarsi sul divano di cui scrivevo all’inizio, convinti che basti il voto per assicurarsi un’effettiva rappresentanza, è, per l’appunto, un atteggiamento da italici cialtroni.
Se vorranno sopravvivere all’ondata populista i partiti tradizionali dovranno tornare ad ascoltare gli elettori ma lo sforzo deve arrivare da entrambe le parti, altrimenti non si colmerà mai il gap che si è creato tra elettorato e classe dirigente. Votare una nuova faccia non cambierà nulla, se a cambiare non sarà anche la mentalità degli italiani. Volete dare il vostro voto ai grillini perché incazzati con i vari Alfano, Casini e Bersani? E’ un vostro diritto, ma – mano sulla coscienza – a parte votarli e indignarvi, avete mai fatto qualcosa per assicurarvi che questi, poi, vi ascoltassero?



Tu chiamali, se vuoi, rottamatori…

29 ottobre 2011 2 Commenti / Comments »

Non sono un grande estimatore di Matteo Renzi, devo ammetterlo, ciononostante fatico a comprendere le critiche di quanti lo accusano di sostenere un modello, quello neoliberista, che – secondo alcuni – sarebbe la causa del disastro italiano. Che avrà mai detto di tanto reaganiano il sindaco di Firenze dalla stazione Leopolda non è dato saperlo, comunque la critica si è rivelata utile: ho appreso così che a portare l’Italia sul baratro è stato un modello economico che da queste parti non si è mai realizzato. Stupefacente! In un Paese ostinatamente ostile all’iniziativa privata dove  la spesa pubblica non ha mai conosciuto limiti ogni colpa non poteva che ricadere sul neoliberismo… Questi maledetti figli del capitale ne sanno una più del diavolo!

Matteo Renzi rottamatore bamboccione

Ma torniamo al sindaco di Firenze. Se non comprendo certe critiche, comprendo ancora meno l’entusiasmo di chi già pensa a Renzi nelle vesti di candidato Premier quando il dramma politico italiano è dovuto, tra le tante ragioni, anche all’assenza di gente competente nei ruoli chiave. Abbiamo un avvocaticchio all’Economia; un magistrato agli Affari Esteri; alla Semplificazione Normativa un chirurgo; al Lavoro uno che non ha mai lavorato (parlamentare da quando aveva 29 anni); alle Riforme Istituzionali un altro politicante di professione (quello che prima di arrivare a Roma si spacciava per medico). Già viviamo tempi duri, è il caso di continuare a selezionare incompetenti che non solo non conoscono la materia di cui parlano, ma neanche le reali esigenze dello studente, del dipendente, dell’imprenditore? Questi sono i veri bamboccioni, i buoni a nulla mantenuti dallo Stato.

E che dire della spalla di Renzi, Davide Faraone? Eletto consigliere comunale a Palermo nel 2001 e riconfermato nel 2007, non si è posto problemi di sorta quando, nel 2008, è stato eletto anche all’Assemblea Regionale Siciliana. “Two is megl ‘che one”, recitava una vecchia pubblicità. Al doppio incarico Faraone – di nome e di fatto – ha rinunciato solo lo scorso settembre, dopo aver annunciato la propria candidatura a sindaco di Palermo.

E li chiamano rottamatori… Questi personaggi non hanno ancora capito che è la gente ad essersi rotta (non dico cosa) dell’arroganza dei tanti uomini mediocri che affollano la scena politica italiana; da rottamare è l’idea che la politica debba essere al servizio di fannulloni che se non avessero intrapreso la “carriera politica” non avrebbero potuto fare nient’altro nella vita. Renzi e Faraone, non crederete davvero di rappresentare la fortunata eccezione!



Grecia : UE = Sicilia : Italia

02 ottobre 2011 0 Commenti / Comments »

Ricordate quando l’anno scorso, nella prima metà del mese di maggio, il rischio default della Sicilia fece un incredibile balzo in avanti piazzando la regione alle spalle di un Portogallo già avviato sulla strada greca? Tranquilli, i dati CMA Vision non suggeriscono nulla di analogo. Non ancora, almeno. Però in realtà lo scenario è cambiato di poco, forse addirittura peggiorato, e a dirvelo è un siciliano che ha modo di vedere da vicino come procedono le cose in questa parte del mondo. Chiaramente non c’è da augurarselo, ma una parola riassume in che direzione sta procedendo la più grande isola del Mar Mediterraneo. Leggete il labiale: ban – ca – rot – ta! Il dramma è che sarà difficile imboccare un’altra via se prima la politica locale non supererà l’attuale impasse, che a dirla tutta dura già da fin troppo tempo.

Sicilia Grecia Italia UE

Ma veniamo al titolo del post. Tre millenni dopo la colonizzazione greca della Sicilia il destino di queste due terre continua a essere drammaticamente simile. Come sapete, infatti, la Grecia rappresenta l’anello debole dell’Unione Europea e l’asse franco-tedesco si è impegnato in una ostinata campagna di foraggiamento nella speranza (remota) che questa crisi venga superata al più presto (avete perso le puntate precedenti?); alla stessa maniera il sistema-Sicilia (l’ossimoro è voluto, s’intende) rappresenta il tallone d’Achille del sistema-Paese (non posso farci nulla, ho una passione per l’ossimoro). Insomma, non aveva tutti i torti Goethe quando scriveva che «qui è la chiave di tutto»: per quanto le ragioni possano essere cambiate nel corso del tempo, l’affermazione resta valida.

Il contagio non è un problema che riguarda solo gli Stati. Limitando l’analisi al solo orizzonte nazionale, è un rischio a cui sono esposte anche le singole regioni d’Italia in quanto enti pubblici che emettono obbligazioni.
Una parentesi: proprio qualche giorno fa S&P ha tagliato il rating della Regione Sicilia e di altri dieci enti locali. Risparmiatemi le oziosissime fantasticherie sulle agenzie di rating, per quanto riguarda il caso siciliano il downgrade ci sta tutto e, a onor del vero, sarebbe anche potuto essere più severo (l’outlook comunque resta negativo, attendiamo nuovi sviluppi).
Tornando all’effetto domino, un meccanismo che ricorda in parte quello degli amortizing bond fa sì che se la Regione Sicilia dovesse crollare, porterebbe con sé enti come Regione Lombardia, la cui emissione obbligazionaria è garantita, tra gli altri, anche da Regione Sicilia.

Solo i leghisti possono pensare che i problemi del sud appartengano esclusivamente al sud e illudersi che basti dividere l’Italia – abbandonando il sud a un inevitabile tracollo – per tagliare il cordone ombelicale che tiene strette due realtà così diverse. D’altra parte però non brillano per lungimiranza neanche i meridionalisti duri e puri, il consiglio per costoro è un altro: forti della consapevolezza di questa interdipendenza, non illudetevi di poter tenere in scacco il nord in eterno. L’ho già scritto e lo ripeto: questa fase “territoriale” della politica italiana non può portare lontano.
Concludo anticipandovi il contenuto del prossimo post: illustrerò i possibili scenari che scaturiscono dall’attuale situazione, ragion per cui… Stay tuned!





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