La politica ai tempi dello spread
Ricordate cosa disse Berlusconi un mese dopo aver rassegnato le dimissioni? «Anche con il decreto salva-Italia del governo dei professori, lo spread è rimasto a livelli elevati e la crisi continua a mordere. La vergogna di chi ha indicato il mio governo come l’unica causa di questa situazione è sempre più evidente». I fatti lo smentirono qualche tempo dopo, quando lo spread prese davvero a calare. Sulle ragioni ho già scritto e tornerò più avanti, resta il fatto che quando lo spread ha iniziato a toccare minimi che sembravano un lontano ricordo, la stampa italiana – con poche eccezioni – si è impegnata in una mitizzazione del governo tecnico senza precedenti. Al coro si sono presto unite anche voci autorevoli della stampa internazionale, che credevano di aver trovato nel nuovo Premier italiano il taumaturgo d’Europa e Monti, dal canto suo, si è guardato bene dal riportare tutti con i piedi per terra: «La crisi è superata» ha sostenuto a inizio aprile « l’Italia è solida». Poi, però, qualcosa di apparentemente inaspettato: lo spread ha ripreso la sua avanzata. E allora maledetta Spagna, maledetta Confindustria: la prima è stata accusata di aver alimentato nuovi dubbi sulle sorti dell’Unione Europea, la seconda – nella persona di Emma Marcegaglia – di aver palesato pubblicamente il proprio scetticismo sull’operato del governo.
Non credo di esser stato l’unico ad aver avuto questa impressione: per un attimo l’Italia è precipitata nuovamente nell’era-Berlusconi, come quando Lupi puntava il dito contro la Spagna, rea di avere – testuali parole – «le pezze al culo» (almeno Monti ha modi più pacati), e il Premier, che improntava a quei tempi una cura tutta incentrata sull’ottimismo («abbiamo fondamentali economici solidi», diceva pure il Cavaliere), criticava chi osava dare del Paese un’immagine diversa, negativa. Ma lasciamo da parte eventuali somiglianze tra Monti e Berlusconi e soffermiamoci sul differente trattamento che è stato riservato ai due Premier. Riassumendo, abbiamo uno spread che quando, sotto Berlusconi, non accennava a calare le responsabilità erano imputabili esclusivamente a Premier e ministri; con Monti, se lo spread cala è merito della squadra di supertecnici, se torna a impennarsi la colpa è di un imprecisato fattore esterno (tra l’altro faccio notare che è lo stesso tipo di giustificazione adottata a suo tempo, senza fortuna, anche dallo stesso Berlusconi: un trucco della retorica vecchio come il cucco). Mi guardo bene dal rivalutare l’attività – pressoché inesistente – del precedente governo, ma forse un po’ più di obiettività nel commentare l’operato del governo Monti non guasterebbe. Se un governo non fa abbastanza, non fa alcuna differenza se si tratti di un governo di docenti o di cialtroni: comunque bisogna avere il fegato di scrivere le cose come stanno.
Ora, tralasciando il fatto che questa continua cronaca dello spread è un autentico stillicidio che conferma lo stato di salute dell’informazione economica italiana (…), vediamo cosa è avvenuto realmente in tutti questi mesi.
In principio era il governo Berlusconi, un governo dalla credibilità internazionale pari a zero. Tremonti conteneva la spesa; nessuno pensava alla crescita; di riforme, liberalizzazioni e altre cose che pur sarebbe stato naturale attendersi da un governo “liberale” neanche l’ombra. L’Italia era il ritratto dell’immobilità, dunque prestava il fianco a facili critiche che hanno poi preso forma nel progressivo allargamento dello spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (per il principio del flight to quality, di cui già scrivevo nel giugno 2010). E allora? Tolto Berlusconi, tolto il dolore? Per una volta il Cavaliere aveva ragione, almeno in parte: il suo governo non era l’unico ostacolo, ma sicuramente era quello più ingombrante. Con le dimissioni del Cavaliere l’Italia ha sicuramente recuperato credibilità; inoltre questa rottura col passato ci ha dato l’illusione, per qualche tempo, di essere finalmente usciti dalla fase di stallo che ha caratterizzato la politica italiana degli ultimi anni. Il problema però andava oltre la semplice rimozione di Berlusconi e del suo sgangherato governo: servivano e continuano a servire riforme, riforme vere. Le dimissioni di Berlusconi rappresentavano solo un primo passo in questa direzione; a Monti sarebbe toccato compiere gli altri. Buono o brutto che sia, resta la convinzione che il governo tecnico, in appena cinque mesi, abbia realizzato più di quanto mostrato dalla squadra di Berlusconi in un lasso di tempo molto più ampio, ma comunque è ancora troppo poco.
Abbiamo assistito impassibili a un’impennata della pressione fiscale che ormai non si giustifica più in nessun modo – è razzia di Stato legalizzata – e tutte le riforme annunciate da Monti, per colpa di quello stallo politico che in realtà sta sopravvivendo al governo tecnico, sono state annacquate o ritirate subito dopo il loro annuncio. Quindi come si può pensare che sia stata la debole azione di governo a far calare lo spread? Come già spiegato in precedenza, il calo è semmai una conseguenza delle politiche monetarie della BCE. Rivendicandone i meriti e cantando vittoria con così largo anticipo, Monti ha commesso un duplice errore. Il fatto che spread e rendimenti abbiano ripreso a salire lo conferma. Ciò è dovuto al doppio handicap che oggi l’Italia sconta sui mercati: il progressivo dissolversi dell’effetto dopante delle politiche di Draghi e il lento risveglio degli investitori, che cominciano a rendersi conto – anche senza le critiche della Marcegaglia – che poco di ciò che è stato annunciato da Monti sta effettivamente avendo seguito. Tagliando corto: il Premier a questo punto farebbe meglio a studiare come far ripartire il Paese, anziché arroccarsi in posizioni fallimentari già sperimentate da Berlusconi prima di lui.







