Il crollo dell’Unione Sovietica Europea
Cosa ha fatto crollare l’Unione Sovietica se non la stupidità dei suoi burocrati, la recessione economia e le rivendicazioni di aree geografiche annesse con la forza al blocco sovietico? Non vediamo forse qualcosa di simile nell’Unione Europea? I burocrati di certo non mancano all’appello, siamo in piena recessione e, per quanto l’unificazione non si sia ottenuta con gli eserciti, oggi Paesi diversi per lingua, cultura e Weltanschauung reclamano nuovamente la propria indipendenza. Una moneta comune, da sola, non può fare da collante quando mancano tutti gli altri presupposti. A ben vedere, anzi, l’Europa di oggi è ancora più disunita di quanto non lo fosse in passato. Francesi e tedeschi, da sempre, pensano esclusivamente a tutelare gli interessi nazionali, inoltre la Germania, temendo la concorrenza dei partner europei, preferisce azzopparli; in Finlandia non vogliono saperne di finanziare il Portogallo; i greci parlano di occupazione tedesca e minacciano l’uscita dall’eurozona. Il fallimento mi sembra piuttosto evidente. Certo, un progetto nobile quello dell’integrazione europea ma, si sa, la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni… Volevamo gli Stati Uniti d’Europa; ci ritroviamo l’Unione Sovietica Europea.
Sarebbe stato più saggio studiare un modello più flessibile per l’Europa, un modello che prevedesse modalità di uscita dall’eurozona (per inadempienze o per volontà popolare) in grado di limitare il più possibile l’impatto devastante di un simile evento. Come sappiamo, però, i leader europei hanno continuato a crogiolarsi nell’illusione del salvataggio a tutti i costi, facendo finta che il problema non esistesse e riempendosi la bocca di parole vuote su una maggiore integrazione. All’UE sarebbe servita innanzitutto una exit strategy (no, cari miei, la socializzazione europea di debiti nazionali per mezzo della BCE non è una exit strategy). Nulla è stato fatto in questa direzione e ora siamo punto a capo.
E la Grecia comincia davvero a far paura, dovesse uscire dall’eurozona in maniera scriteriata le ripercussioni le pagherebbe mezzo continente: venendo meno la tenuta della moneta unica i mercati potrebbero temere altre fuoriuscite, con ogni probabilità l’euro continuerà a precipitare. Intanto in Grecia la situazione si fa sempre più critica e non soltanto a causa dell’instabilità politica: sulle voci di un possibile ritorno alla dracma (inevitabile se aumenterà il consenso attorno alle componenti più estreme) è già cominciata la corsa agli sportelli dovuta al timore di un’imminente svalutazione (avevo anticipato che sarebbe successo). Chi in Italia continua a credere che bastino default e svalutazioni improvvisate per porre fine ai mali d’Europa continua a sottovalutare la portata del problema e sarà destinato a ricredersi: la Grecia ha goduto di una profonda ristrutturazione del debito e anche ora che si prepara al ritorno della dracma il suo futuro non potrebbe essere più nero.






