Finanza | Manfredi Pomar

In difesa del derivato

Avviso ai naviganti – Post impopolare ma assolutamente necessario (una promessa è una promessa). Prima di chiedere la testa del sottoscritto o la gogna pubblica, vi chiedo di fare un piccolo sforzo: mettete da parte i pregiudizi ideologici e sforzatevi di vedere le cose da una prospettiva diversa. In questo modo, forse, il contenuto del post vi risulterà meno indigesto. Forse.

finanza derivato derivati strumento finanziarioLa palma d’oro per la peggiore inchiesta sui derivati spetta di diritto a Stefania Rimini (la stessa che, una settimana fa, ha proposto al Premier l’abolizione del contante), autrice di un servizio mandato in onda da Milena Gabanelli in una puntata di Report del lontano 2007. Come potete immaginare, in quel servizio erano i derivati a finire sul banco degli imputati; i sindaci che ne avevano sottoscritti venivano invece trattati come vittime ignare di una truffa ordita dalla grande finanza. L’errore è comune, sui derivati cadono tutti, non si salva nessuno. Non c’è giornalista che non li abbia citati almeno una volta in un suo articolo, finendo col dare un’opinione distorta di questi prodotti finanziari. Persino Travaglio, che di certo non si intende di finanza quanto di cronaca giudiziaria, è riuscito ad accennare ai derivati in uno dei suoi tanto apprezzati monologhi. Il concetto di fondo è sempre lo stesso: i derivati sono il male assoluto.
Nulla riesce a evocare il mondo della cattiva finanza e degli avidi banchieri meglio dei derivati e, come sappiamo, le banche, per le ragioni più varie (talvolta anche condivisibili, almeno in parte), oggi non godono di particolare popolarità. Non stupisce, dunque, che tutti si divertano a cavalcare questa moda, chiamando in causa i derivati nelle maniere più fantasiose, indipendentemente dall’argomento dibattuto: gente che ignora cosa sia uno swap e non saprebbe dire neanche cosa si nasconde dietro l’acronimo CFD si diverte a puntare il dito contro i derivati per il solo gusto di strappare applausi.

A ben vedere, però, il derivato ha rivoluzionato il mondo della finanza, svincolando l’operazione finanziaria dal possesso materiale del bene scambiato. Qualcuno – non so, un Tremonti a caso – a questo punto potrebbe cominciare a scalpitare – «eresia, è mera speculazione, non puoi scommettere su qualcosa che non possiedi!» – coprendosi però di ridicolo: alla luce di quanto già scritto sulla speculazione, non è che un’operazione connessa al possesso materiale di un bene sia meno speculativa! E’ solo più onerosa per l’investitore che, non potendo operare a leva, si ritroverebbe costretto a detenere l’intero valore del bene scambiato, ma comunque siamo in presenza di operazione speculative in entrambi i casi. Volendo usare il paragone, molto diffuso, del derivato come scommessa, è come se il Tremonti di turno dicesse: sui risultati del Milan non deve poter scommettere chiunque, ma solo chi possiede – concretamente – quote della società. E invece, come sappiamo, chiunque può recarsi alla Snai e puntare su questo o quel risultato, senza di fatto essere proprietario del bene (la squadra di calcio, in questo caso). Può sembrare un paragone stupido, ma se guardiamo all’effetto che ha avuto la diffusione dei derivati, noteremo che non lo è affatto: i derivati hanno infatti agevolato l’ingresso di nuovi operatori nel mercato, piccoli investitori per cui altrimenti sarebbe stato troppo oneroso investire. Mi guardo bene dallo spacciarvi il derivato come lo strumento che ha permesso la “democratizzazione della finanza”, ma quando si studia un fenomeno va analizzato nella sua interezza e questo è un dato di cui bisogna sicuramente tener conto.

Qual è stata la prima grande scoperta fatta dall’uomo? Non c’è dubbio, il fuoco. Abbiamo forse cominciato a definire il fuoco “spazzatura” quando qualcuno ha iniziato a mettere al rogo chi la pensava diversamente? Oppure pensiamo al martello, strumento utilissimo per forgiare. L’abbiamo forse messo al bando quando, nelle mani di qualche squilibrato, si è trasformato in uno strumento di morte? Potrei fare molti altri esempi, ma la sostanza non cambia: lo strumento derivato, in sé, non è il male, ma bisogna vedere chi ricorre a questo tipo di investimento e con quale cognizione.

Proviamo a ribaltare lla prospettiva: sono da condannare gli strumenti derivati o forse il sindaco, l’assessore, la giunta che, nella speranza di generare facili (e rapidi) profitti – magari per coprire i buchi creati dalla cattiva amministrazione della cosa pubblica, di cui sono i diretti responsabili – utilizzano denaro pubblico per operazioni finanziarie altamente rischiose di cui spesso, i suddetti, non hanno neanche la benché minima cognizione (in altre parole, non sanno neanche che diavolo stanno sottoscrivendo). Spazzatura è il derivato o l’amministratore pubblico che fa un cattivo uso dei soldi dei cittadini (senza neanche interpellarlo) per il gusto di improvvisarsi esperto di finanza? E se anche avesse le competenze per comprendere una realtà complessa come quella dei derivati (c’è ragione di dubitarne), chi lo autorizza a realizzare operazioni finanziarie che potrebbero affossare ulteriormente i conti di un ente pubblico? Il privato che decide di sottoscrivere un contratto ad alto rischio ci rimette di tasca sua (nella misura che magari aveva anche preventivato, se sveglio a sufficienza), ma con che coraggio certi rappresentanti osano fare altrettanto con i soldi pubblici? Non è la prima volta che mi pongo certe domande, continuo speranzoso ad attendere una risposta convincente da parte di un amministratore pubblico qualsiasi. Finora, il silenzio più desolante.

Tornando al paragone delle scommesse sportive: cosa direste di un rappresentante che utilizzasse i soldi raccolti con le vostre tasse per scommettere alla Snai? Forse, anziché scrivere fumosamente di derivati su Facebook e indignarvi per la sovranità perduta, sarebbe il caso di cominciare a incalzare i vostri rappresentanti…



…ma liberaci da Grillo (e simili), amen

25 aprile 2012 Commenti disabilitati

Per due decenni – ribadisco, venti lunghi anni – parte della sovranità nazionale è stata ceduta in maniera trasparente a organizzazioni internazionali (come previsto anche dalla Costituzione, che – vale la pena ricordarlo – è figlia della Liberazione) e per tutto questo tempo l’italiano medio è rimasto a poltrire sul divano, ignorando bellamente la cosa. Ora che guidare l’Italia c’è un governo tecnico (cosa che non è neanche una novità in Italia), ecco che tutto d’un tratto l’italico cialtrone si sveglia dal lungo torpore, sbraita che l’Italia non è mai stata liberata, rivendica sovranità (di cui in realtà non gli è mai importato nulla), accusa il governo di svendere l’Italia allo straniero (come coniugare simili affermazioni con la ri-nazionalizzazione di Snam?), grida al golpe e punta il dito contro la Commissione Trilaterale (ai cui incontri hanno partecipato anche politici regolarmente eletti dal popolo, dunque la caccia al tecnico nel nome della Beata Sempre Vergine Rappresentanza lascia il tempo che trova).

Il punto però è un altro. Oggi in Italia c’è un governo tecnico che se anche riuscisse a realizzare davvero le riforme che finora, come altri governi in precedenza, ha solo potuto annunciare – ipotesi remota – comunque non durerà a lungo. Questione di tempo e torneranno a chiamarci alle urne, alla faccia della sovranità violata e della dittatura tecnocratica. A quel punto che faranno i sostenitori del complotto globale? Quelli del «ridateci la moneta e tutto si sistemerà» (spiegatelo agli inglesi, che hanno ancora la sterlina eppure sono ugualmente in recessione)? Per chi voteranno i signori dello «spendiamo a deficit per creare la piena occupazione e il pieno stato sociale» (sì, morirete tutti dipendenti pubblici)? Ve lo dico io: voteranno per il catalizzatore di tutte le idiozie che girano per la Rete, Beppe Grillo, il comico prestato alla politica (Berlusconi, a quanto pare, non ci è bastato).

Beppe Grillo keep calm and blamePer imporsi come valida alternativa ai partiti tradizionali Grillo ripeterà, come già fa da tempo, tante cose stupide e – incredibile ma vero – anche qualcosa di sensato, per esempio sulla trasparenza delle amministrazioni, sui rimborsi elettorali e sul finanziamento pubblico ai giornali. Sono proprio quelle poche cose intelligenti a preoccuparmi, perché a causa dell’imbarazzante livello del dibattito politico italiano, è facile che l’elettore possa accontentarsi di quel poco e decidere di regalargli il voto. Così facendo, però, darà il colpo di grazia a un Paese agonizzante che non se ne fa nulla di gente che sostiene che «la crescita non dà lavoro», che è tutta colpa dei derivati (un giorno aprirò una piccola parentesi sull’argomento, lo prometto) o ancora che bisogna fare come l’Argentina e  «statalizzare il petrolio perché così possiamo decidere il prezzo» (secondo voi Grillo certe bestialità le dice per ingenuità, ignoranza o tanto per buttarla lì al popolo credulone?). Personalmente, per quanto possano essere impopolari i partiti oggigiorno, non riuscirei mai a preferirgli uno che si esalta per i «kit dove sono memorizzati 1.600 libri», dimenticando che certe innovazioni non piovono dal cielo, sono il prodotto di quei pilastri (finanza, globalizzazione, capitalismo) contro cui il nostro eroe si scaglia quotidianamente. Già, perché il comico genovese è quello che prima critica la società globalizzata e poi promuove come modello vincente l’outsourcing statunitense, che ne è una piena espressione (l’outsourcing ha permesso l’offshoring). Quasi ogni parola di Grillo è un evidente controsenso, ma l’incoerenza è un difetto che un comico può permettersi, a maggior ragione un comico senza reali responsabilità di governo. Beppe Grillo, infatti, per il suo Movimento è solo un’éminence grise con modi di fare da istrione: condannato per omicidio colposo, è il primo che non potrebbe entrare nel suo Parlamento Pulito.

Beppe Grillo CaliseE non potendo candidarsi in prima persona, che cosa fa allora il nostro eroe? Sponsorizza, dall’esterno, candidati selezionati ad arte tra i suoi seguaci. «Non li conosce nessuno» rimarca orgoglioso «è questa la nostra forza!»
Dovrebbe essere una garanzia? Solo in Italia si continua a credere che un candidato vergine, semisconosciuto abbia più possibilità di restare fuori da brutti giri una volta entrato in politica. Sapete, il mito della cosiddetta “società civile”, cioè di quella parte della società che si è autoproclamata moralmente superiore non si sa bene a chi e in virtù di che cosa… Evidentemente la Lega Nord non ha insegnato nulla. Anche gli uomini di Bossi erano selezionati tra la gente comune ma non mi pare che la Lega si sia dimostrata meno vorace di tutti gli altri partiti che si sono ritrovati ad amministrare la cosa pubblica. L’unico merito di Grillo è aver sdoganato i giovani in politica, ma – ahinoi – neanche la variabile anagrafica costituisce di per sé una garanzia sul comportamento futuro del candidato.

Inoltre non basta sostituire i rappresentanti per cambiare il Paese. L’origine del problema è da cercarsi altrove, nell’atteggiamento di chi si reca ancora alle urne. Il cittadino infatti non esaurisce la sua funzione nella cabina elettorale: esprimere una preferenza per poi tornare ad appisolarsi sul divano di cui scrivevo all’inizio, convinti che basti il voto per assicurarsi un’effettiva rappresentanza, è, per l’appunto, un atteggiamento da italici cialtroni.
Se vorranno sopravvivere all’ondata populista i partiti tradizionali dovranno tornare ad ascoltare gli elettori ma lo sforzo deve arrivare da entrambe le parti, altrimenti non si colmerà mai il gap che si è creato tra elettorato e classe dirigente. Votare una nuova faccia non cambierà nulla, se a cambiare non sarà anche la mentalità degli italiani. Volete dare il vostro voto ai grillini perché incazzati con i vari Alfano, Casini e Bersani? E’ un vostro diritto, ma – mano sulla coscienza – a parte votarli e indignarvi, avete mai fatto qualcosa per assicurarvi che questi, poi, vi ascoltassero?



Conversazioni mondane in una domenica berlinese

Beamte è una di quelle parole che difficilmente vi insegneranno durante un corso di tedesco in Italia. Ci sono migliaia di parole più utili che vi verranno insegnate prima. Termini come Wohnung, Miete, Versicherung, Apotheke, per non parlare degli ancora più basilari Mutter, Vater, Hund und so weiter und so fort. Però, trasferendovi a Berlino, credetemi, prima o poi sbatterete il muso contro la parola Beamte. Perché Berlino, in quanto capitale, è innanzi tutto il centro delle istituzioni pubbliche e Beamter è il funzionario pubblico. Per estensione, poi, Beamte racchiude al suo interno tutti quelli che svolgono un impiego pubblico: dal pubblico ufficiale, all’insegnante, passando ovviamente per tutti gli addetti alla burocrazia (che qui in Germania sono tanti, aspetto questo che mi ricorda tanto la madrepatria). A Berlino, quindi, prima o poi vi capiterà di fare conoscenza con qualcuno che, per l’appunto, è un Beamter. In una città dove il pubblico impiego supera di gran lunga l’iniziativa privata non potrebbe essere altrimenti.

Ieri mi trovavo a disquisire di finanza con un avvocato che lavora qui come funzionario. Nello specifico si occupa dell’applicazione della fantomatica Financial Transaction Tax (FTT), su cui ho già espresso la mia contrarietà (qui e qui).

 

La nostra conversazione è partita da questo lapidario scambio di battute (in rosso il funzionario):

- …Mi hanno assegnato alcune tasks per la FTT.
- Ho capito, quindi io e te siamo “nemici”…
- Perché? Sei contrario?! Strano! Qui sembrano tutti favorevoli!
- E’ un’idea popolare perché intrisa di populismo spicciolo; in realtà è stupida e controproducente.
- Si vede che sei una persona intelligente!

E quando persino chi si occupa della sua possibile applicazione conferma che la FTT è un’idea senza capo né coda capisci che, forse, in un’Europa totalmente allo sbando, vittima della più triste demagogia, c’è ancora speranza…





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