Fenomenologia dell’hipster berlinese
Dicevo, gli hipster…
Non tutti sanno che Berlino vanta forse la più alta concentrazione di hipster in Europa. D’altra parte nessun luogo è perfetto… Appurato, dopo il mio trasferimento, che qui gli hipster sono la maggioranza, ho subito dovuto farmene una ragione per evitare che lo scoramento avesse la meglio. Ma chi sono queste strane creature ammantate da un’aura di pseudo-intellettualismo progressista da quattro soldi? Riconoscerli non è difficile: sono quelli che in qualsiasi caso rivendicano ascolti più ricercati dei vostri (soprattutto se siete appassionati di musica indie), quelli che a forza di non voler rientrare nel mainstream ne sono diventati parte preponderante, quelli del “Facebook fa schifo, è di massa” ma poi tutti in massa a usare Instagram (non a caso molti di loro hanno reagito male a questa notizia)…

L’hipster crede di essere l’ultimo depositario di una Verità non rivelata, quando invece è esso stesso a incarnare una triste verità che aveva sapientemente sinetizzato Tod Ashley in un suo verso nel lontano ’93: «everyone’s a wannabe». L’hipster infatti crede che basti un paio di occhiali dalla grossa montatura per spacciarsi per un nerd. «Ma se ha così scarse competenze informatiche da non saper neppure impostare un account di posta su Outlook!», potrebbe obiettare qualcuno. Poco importa, il nostro eroe continuerà – stupido e tracotante – a sentirsi un po’ geek. L’hipster ha anche velleità artistiche e cerca spesso di manifestarle attraverso ciò che definisce “fotografia” e che in realtà altro non è che un processo che porta all’acquisto di una reflex costosissima (grazie ai soldi di mamma e a papà) per fare foto rigorosamente in modalità automatica (perché l’hipster, di tecnica fotografica, ne capisce quanto di informatica). In alternativa ripiega sulle Lomo, grazie alle quali può spacciare per un colpo di genio personale, per un’intuizione artistica, il frutto della casualità in fotografia. E in ogni caso c’è sempre Instagram… Ma a proposito di creatività: nella sua variante berlinese, l’hipster, quando non è coinvolto direttamente in qualche progetto/evento creativo (etichetta discografica, mostra, linea di abbigliamento, ecc.) cerca di riciclarsi come convinto startupper: in vita sua non ha mai realizzato una propria idea imprenditoriale (forse perché non ne ha mai avuta una?) ma il nostro eroe è così avanti da poterne fare a meno, può dimostrarsi dotato di originalità e spirito imprenditorale anche senza un’idea. Gli basterà farsi assumere come stagista sottopagato in una qualsiasi start-up cittadina per sfoggiare una presunta creatività di fronte agli amici, perché lavorando in un ambiente creativo di sicuro un po’ creativi, prima o poi, lo si diventa… Così, per osmosi! E guai a fargli notare che le start-up berlinesi di creativo non hanno nulla, visto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di copie malfatte di idee rubate Oltreoceano, adattate alla meno peggio per il mercato europeo…

L’hipster berlinese è la variante addomesticata, imborghesita dell’alternativo di periferia; un “fighetto” con la camicia a quadrettoni dall’aspetto trascurato solo all’apparenza (in realtà ogni dettaglio è perfettamente studiato) che, in quanto figlio di papà con aspirazioni da fine intellettuale di sinistra, ai quartieri etnici o popolari preferisce quelli chic e più sicuri del centro (così come alle squatted house preferisce ambienti asettici e formali). A Berlino trova in Prenzlauer Berg il suo habitat naturale ed è facile vederlo cazzeggiare dalle parti di Mauerpark – il più insignificante parco berlinese nonché, paradossalmente, uno dei più frequentati – dove in qualsiasi momento può incontrare altri suoi simili. La scelta del quartiere non è casuale, a Prenzlauer Berg infatti tutto è falso e costruito ad arte, proprio come la natura stessa dell’hipster, che qui può trovare al tempo stesso l’ambientazione raffinata di cui sopra e forme di intrattenimento che ricordano quelle del mondo alternativo ma che con questo non hanno nulla a che vedere, essendo state pensate, in realtà, per turisti disinformati (per intenderci, un po’ come accade oggi con quel che resta del Tacheles, che l’hipster locale continua a celebrare quando da tempo non ha nulla da spartire con la scena underground berlinese). Se poi a Berlino siete di casa, sapete già che Prenzlauer Berg pullula anche di giovani coppie con prole e la fissa ipocrita* per il cibo biologico (come se al tacchino cresciuto in un allevamento “bio” toccasse una fine tanto diversa…). I due fenomeni non sono in contraddizione. La famigliola formato Mulino Bianco che spende il doppio per mangiare solo cibo biologico è la naturale evoluzione radical chic del più comune hipster berlinese. E’ solo un hipster che ha messo su famiglia.
* no, non sono vegetariano, sono un essere abietto che mangia carne e continua a non porsi il problema. Ma almeno ho l’onestà intellettuale di ammetterlo e non mi lavo la coscienza facendo la spesa in qualche supermercato “bio”…






