Il piccolo principe

17 febbraio 2010 10 commenti »

Non seguo Sanremo. Preferisco ascoltare le composizioni di Rimsky-Korsakov o, rimanendo sul commerciale, gli album di Cockburn (ottime lezioni di fingerpicking). De gustibus. Ogni anno però tutti finiscono col parlare di questa manifestazione canora, solleticando la mia attenzione, e così mi ritrovo a scriverne anche io. L’anno scorso, per esempio, criticai il monologo di Benigni sull’omosessualità, intriso di quella retorica che punta solo alla conquista di qualche applauso. Oggi invece scrivo di Emanuele Filiberto, che, dopo aver sperimentato la pubblicità delle olive e i reality di danza, ha pensato bene di concorrere a Sanremo, accompagnato da Pupo e Luca Canonici. Per la cronaca: la canzone è banale e il principe stonato come una campana, ma glissiamo…

Nessuno vieta a Emanuele Filiberto di cantare la sua “Italia amore mio” ma deve rassegnarsi: questo amore non è ricambiato. Non posso parlare a nome del popolo italiano ma l’immediata esclusione da Sanremo la dice lunga. Credo che oggi i nostalgici della monarchia siano veramente pochi: qualche casalinga – interessata perlopiù agli sviluppi del gossip – e una piccola rappresentanza di signorotti con la comune avversione per i libri di storia. Navigando su Internet è possibile imbattersi in siti a sostegno della monarchia, ma di quella borbonica.  E comunque si tratta di fenomeni minoritari e insignificanti. Emanuele Filiberto può anche portare al Teatro Ariston la claque pronta a sventolare il tricolore ma la verità è che la maggior parte degli italiani dei Savoia non sa proprio che farsene.

Visto che nel 2011 festeggeremo i 150 anni d’Italia unita, vale la pena ricordare alcune figure chiave della monarchia sabauda. Carlo Alberto? Si è impegnato per la causa italiana – con poca decisione – perché trascinato dagli eventi; era anche intimorito da ciò che poteva comportare la progressiva diffusione del pensiero repubblicano (nella prima metà del 1849 nella penisola c’erano ben tre Repubbliche: la romana, la toscana e la veneta). Vittorio Emanuele II? Indubbiamente uno dei padri della patria ma per costrizione e interesse personale, più che per un sincero amore per la nazione nascente: doveva gestire una situazione ereditata dal padre e mirava all’estensione dell’influenza sabauda sulla penisola, inoltre non si fece scrupoli nell’usare un’eventuale abolizione dello Statuto Albertino come strumento di pressione sulla popolazione (Proclama di Moncalieri). E  se si tiene conto del fatto che la liberazione del nord-est in realtà venne finanziata con i fondi del Regno delle Due Sicilie diventa davvero difficile smentire l’interpretazione secondo cui Casa Savoia è stata solo un mezzo per raggiungere il fine e poco più. Andando invece al Novecento sono innegabili le responsabilità della monarchia sabauda sull’ascesa del fascismo, tanto che, con la nascita della Repubblica, si misero da parte sia la monarchia sia l’autoritarismo.

Alla luce di tutto ciò, è già tanto se nel 2002 è stato permesso ai Savoia di rientrare in Italia. Il principe poteva benissimo fare a meno di questa canzone che sa di spot da campagna elettorale, con quel testo poi… Lavoro, solidarietà, famiglia: sembra voler strizzare l’occhio alla nostra Costituzione, con l’aggiunta però di un mandato divino che ci porta ai tempi di Carlo X e degli scrofolosi…

Stone a lezione dalla Hersonski

11 gennaio 2010 Nessun commento »

Apprendo oggi che il regista statunitense Oliver Stone sta preparando per la tv via cavo Showtime un corso di storia di dieci ore. Senza nulla togliere al regista, che nella sua carriera ha firmato numerose pellicole su aspetti controversi della storia del Novecento, mi chiedo quando si tornerà a scrivere la storia dopo attente analisi anziché lasciarla in mano a revisionisti con la sola passione per la polemica. Il rischio è evidente e lo confermano le recenti dichiarazioni del regista, secondo cui Hitler è stato soltanto un capro espiatorio e Stalin quasi un eroe. Al giorno d’oggi il revisionismo è di moda, me ne rendo conto, ma tutto ha un limite. Riabilitare Hitler per puro spirito anti-americano e quell’altro carnefice di Stalin per filo-comunismo è, a mio avviso, un’offesa inaccettabile. Alla memoria, al buonsenso, ai familiari delle vittime, alla storia tutta. Mi chiedo cosa possa mai insegnare un uomo di tal fatta, oltre ovviamente alla propria mancanza di buongusto.

Per fortuna ci sono anche voci più ispirate. E’ il caso di Yael Hersonski, giovane regista israeliana. Il suo A Film Unfinished, che verrà proiettato in anteprima il prossimo 25 gennaio, racconta la verità che si nasconde dietro i documentari girati nel Ghetto di Varsavia prima che l’intera area venisse rasa al suolo dai soldati tedeschi.

I filmati della propaganda nazista, che dovevano gettare discredito sugli ebrei, non mostravano nulla di autentico: alle spalle delle troupe tedesche c’erano infatti gli uomini del Führer che, con i fucili spianati contro la gente del ghetto, costringevano gli ebrei ad accettare quella bieca messinscena in cui erano loro ad apparire insensibili e spietati. Nel lavoro della Hersonski ci raccontano questa diabolica mistificazione alcuni sopravvissuti del ghetto ma anche i cameraman che girarono quei filmati.

Oliver Stone avrà tempo e voglia di mettere in discussione anche questo?

Integrazione e dialogo interreligioso

07 gennaio 2010 Nessun commento »

Sul Corriere della Sera in questi giorni si è dedicato ampio spazio alla questione dell’integrazione dell’Islam in Italia. Ad accendere il dibattito è stata la polemica tra Giovanni Sartori e Tito Boeri. Riassumendo: Sartori lo scorso 20 dicembre aveva dichiarato che i musulmani non sono integrabili all’interno di società non-musulmane; il docente di Economia della Bocconi allora lo ha accusato di superficialità e Sartori ha risposto per le rime, dando del “pensabenista” a chi prende le difese dell’Islam. Ha scritto Sartori: Boeri «non è in grado di capire quel che scrivo». Eppure a me pare che le parole usate dall’illustre politologo siano abbastanza chiare.

Come si può fraintendere il pensiero di chi scrive che «non c’è intrinsecamente niente di male» nella xenofobia? La paura dello straniero (o, in genere, del diverso), in quanto istinto dettato dallo spirito di autoconservazione, fa parte della natura umana – innegabile – ma vogliamo davvero sdoganare la xenofobia (per di più a causa di una percezione ingannevole del fenomeno-immigrazione [1])? La storia ci insegna che è una scelta rischiosa: la xenofobia, essendo un timore fondato sul pregiudizio e sulla generalizzazione, non può portare a nulla di buono e rappresenta un’arma a doppio taglio che un giorno potrebbe ritorcersi anche contro altri gruppi etnici o religiosi, chi lo sa, forse anche contro di noi. Preferisco confidare nella convivenza pacifica.

Utopico? Certamente per Sartori, che non riesce a rintracciare nel corso della storia, dal 630 d.C. in poi,  casi di integrazione di musulmani in società non-islamiche. Un simile giudizio non può che dirsi approssimativo, i più critici potrebbero anche definirlo retorico. Sartori infatti pare non ricordare, per esempio, che all’epoca di Federico II convivevano in Sicilia ebrei, cristiani e musulmani, in quella che potremmo considerare una anticipazione del concetto di catallassi. [2] Ma se anche fosse, in assenza di precedenti storici, dobbiamo credere che non potrà mai avvenire un cambiamento in futuro? Se nel Novecento gli esperti della ricerca aerospaziale avessero ragionato allo stesso modo (“non è mai successo, quindi mai succederà”) l’uomo non sarebbe mai andato nello spazio!

Scrive sempre Sartori: «Illudersi di integrare l’Islam italianizzandolo è un rischio da giganteschi sprovveduti». Non posso escluderlo ma se un pazzo esaltato vuole farsi saltare in aria lo farà anche senza la cittadinanza [3] quindi la questione non è quella. In ogni caso la legge sulla cittadinanza contro cui si scaglia Sartori è qualcosa di più di quella mera italianizzazione stigmatizzata dal politologo (prevede la verifica delle conoscenze linguistiche e culturali), fermo restando che si tratta di una legge che riguarda tutti gli stranieri, non soltanto quelli di fede musulmana. [4]

Per farla breve, la penso come Boeri: il problema dell’integrazione esiste ma non può essere affrontato con chiusure a priori. Esiste un Islam moderato che non può essere messo al bando per colpa di una minoranza di esaltati. E non è vero che non può esserci integrazione: l’Islam ammette la Bibbia come testo sacro e Gesù come profeta. La gente del libro (Ahl al-Kitab, vale a dire ebrei, cristiani e musulmani) può convivere pacificamente: sarà un percorso lungo e, a fasi alterne, ricco di momenti di tensione ma se l’alternativa deve essere uno scontro tra civiltà (sulle teorie di Huntington ho comunque i miei dubbi) allora è questa la strada da percorrere.

[1] Come dimostrato recentemente da un articolo apparso su La Stampa: gli stranieri in Italia sono il 6,5% della popolazione, in Germania ne vivono il doppio.
[2] Il termine, usato dal Premio Nobel per l’economia Friedrich von Hayek, fa riferimento ad una economia di mercato che non prevede soltanto lo scambio di beni tra popoli diversi ma il fatto – per nulla scontato – di entrare in relazione, di essere accettati all’interno della comunità.
[3] Non si può neanche sostenere con certezza il contrario, cioè che rifiuterà di farsi saltare in aria chi ha la cittadinanza, ma non c’è dubbio che un cittadino integrato difficilmente si scaglierà contro le istituzioni che ha imparato a rispettare.
[4] La parte per il tutto, quella di Sartori è una grande sineddoche concettuale. Ma da quali Paesi vengono gli stranieri che vivono in Italia? Secondo l’Istat, procedendo dal gruppo più popoloso a quello più esiguo: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Tunisia, Polonia, India, Moldavia. Tra i primi dieci Paesi sono solo due quelli a maggioranza musulmana, il terzo e il settimo.

Memoria storica VS privacy

05 novembre 2009 2 commenti »

Questa mattina all’Università degli Studi di Milano si è parlato di giornalismo e comunicazione nella Russia di oggi. All’incontro hanno preso parte docenti di storia del giornalismo e di comunicazione politica, Boris Dubin, fondatore di Levada (centro di studio dell’opinione pubblica), Boris Dolgin, direttore del sito polit.ru, Anna Zafesova, giornalista de La Stampa e profonda conoscitrice della Russia di oggi e Marco Pratellesi, direttore di Corriere.it.
Ampio spazio è stato giustamente riservato alla figura di Anna Politkovskaja, ricordata attraverso le immagini di un documentario di Andrea Riscassi: Anna Politkovskaja con la sua morte è di fatto diventata il simbolo di un giornalismo coraggioso che si prefigge lo scopo di cercare la verità ad ogni costo, anche a costo della vita. Della stessa opinione era anche un giornalista italiano di cui purtroppo non si parla granché e che mi sembra giusto ricordare in questo mio post: Antonio Russo, giornalista freelance di Radio Radicale ucciso in Georgia nove anni fa perché aveva osato raccogliere importanti testimonianze sulla guerra in Cecenia.

Tornando all’incontro di questa mattina, grazie alla presenza di Elena Dundovich, che ha partecipato alla tavola rotonda finale, sono venuto a conoscenza dell’associazione Memorial Italia che si propone il compito di tutelare la memoria delle fonti storiche del Novecento con lo scopo di arricchire lo studio del XX secolo soprattutto sui temi della violenza, dei diritti umani, della giustizia, dei totalitarismi; promuove inoltre le ricerche sulla storia delle repressioni politiche in URSS e raccogliere materiale documentario sulle vittime italiane delle repressioni staliniane (riabilitate nel 1956, dopo il XX Congresso del PCUS, quando già in molti erano già stati fucilati dopo processi sommari o morti di stenti).

Essendo particolarmente sensibile alle questioni che riguardano la salvaguardia della memoria storica, non posso che segnalare quanto appreso questa mattina.
Nelle colonie nella Regione di Archangel’sk vennero deportati polacchi e tedeschi nel corso degli anni Quaranta. Il docente dell’Università Statale del Pomor’e, M. N. Suprun, e il colonnello A.V. Dudarev si sono impegnati nella raccolta di materiali di archivio arrivando alla creazione di un database con i dati biografici essenziali (data e luogo di nascita, periodo e carattere della repressione, professione) di tutti questi deportati.
Nella Russia di oggi, dove evidentemente l’amore per la segretezza fatica ad estinguersi (così come una certa nostalgia per Stalin, sdoganato, in più di una occasione, persino dell’ex Presidente Putin) certe libertà non sono tollerate: questo spiega le perquisizioni, il sequestro dei database e i procedimenti penali a carico di Suprun e Dudarev, colpevoli di aver violato la privacy dei deportati.
Quando l’eccesso di privacy diventa un modo per censurare anni di barbarie…