Meno chiacchiere, più sviluppo

21 luglio 2010 Nessun commento »

Ho già espresso la mia contrarietà alla legge sulle intercettazioni, per completezza sento di dover tornare sull’argomento ora che sono state introdotte alcune modifiche al testo originale. Berlusconi ha detto che così rimarrà tutto «pressappoco com’è adesso, ovvero non lascerà agli italiani la libertà di parlare al telefono». Ancora una volta l’Italia viene dipinta come una riedizione della DDR, ma la casalinga di Voghera ormai lo sa che non è a rischio la sua privacy, non sarà lei a essere intercettata. Sbaglia Berlusconi nel cercare di far credere che quello delle intercettazioni sia un problema di tutti, così come sbagliano i soliti noti quando, spinti dal gusto della provocazione, propongono come cura l’aberrante “intercettateci tutti”: lo stato di polizia proposto come modello di democrazia e libertà, ecco dove porta il travaglismo.

Tornando all’affermazione di Berlusconi, se è vero che tutto resta così com’è, allora è il caso di ricordare cosa prevede la legge attuale. Se ci atteniamo a ciò che prevede l’articolo 114 del codice di procedura penale (per le sanzioni, già durissime, si veda invece l’articolo 684) non si può negare che gran parte delle intercettazioni pubblicate negli ultimi anni hanno di fatto violato il segreto investigativo. Eppure si è sempre chiuso un occhio, perché, come ho già scritto, l’Italia rappresenta un’eccezione: i tempi previsti dalla giustizia, il disinteresse dei cittadini e la dilagante impunità hanno fatto sì che il segreto investigativo passasse in secondo piano. Violazione ormai comunemente accettata. Quindi ai garantisti duri e puri della maggioranza sarebbe bastato rivendicare l’applicazione del testo in vigore, anziché proporre una legge sulle intercettazioni tanto imbarazzante quanto inutile.

Chi sta al governo, anziché sprecare il suo tempo in battaglie che non fanno neanche parte del programma elettorale, farebbe meglio ad abbozzare un piano di sviluppo degno di questo nome (non dimentichiamo che da quasi tre mesi siamo senza un vero Ministro dello Sviluppo). L’Italia potrebbe soltanto guadagnarne.

Non si può andare lontano quando l’orizzonte è limitato

12 giugno 2010 Nessun commento »

Nell’ormai leghistizzato Piemonte si rivendica il diritto di assumere soltanto insegnanti con la residenza in regione: niente più graduatorie nazionali, solo così si può risolvere il problema del precariato locale. La notizia non mi stupisce, sono certo che non passerà molto tempo prima di leggere che in Piemonte o in Veneto non si vogliono più seguire i programmi ministeriali: insegnanti padani con programmi padani per studenti padani. Del resto come osa stabilire Roma cosa è giusto studiare e cosa no oppure chi deve insegnare al nord e chi no? Ancora una volta l’immagine che passa è quella di un Paese provinciale che si chiude in un “valligianesimo” che male si adatta alla società aperta e globale di oggi. Eccolo il protezionismo di stampo leghista!

Gli italiani hanno sempre vagato per il mondo. Paradossalmente, proprio oggi che il mercato del lavoro tende a favorire la mobilità internazionale e la libera circolazione di studenti e lavoratori, l’Italia sembra aver smarrito quella sua incredibile capacità di adattamento. Da anticipatori della storia (anche se spesso per necessità), a retrogradi. Passino le resistenze di quanti non vorrebbero mai lavorare all’estero, il dramma è che ormai siamo diventati un popolo così pigro da non voler neanche prendere in considerazione soluzioni al di là dei confini regionali. Se non è sotto casa, il lavoro non lo vogliamo. E per garantire questo nostro “diritto”, calpestiamo quelli – ben più sacri – difesi dalla nostra Costituzione. *

Un tempo la penisola era la patria dei grandi navigatori, oggi è solo un paese.
No, nessun errore di battitura: paese, non Paese.


* Se della Costituzione in Italia non si rispettano neanche i principi fondamentali, perché per avere libertà d’impresa dovremmo aspettare una (inutile) modifica dell’articolo 41? Per le cose che contano la Costituzione non fa testo e per semplicissime riforme contro la burocrazia la nostra classe politica inventa un problema relativo alla Carta?

Nel segno del Cavaliere

20 maggio 2010 2 commenti »

Berlusconi rinvia il taglio delle tasse, la crisi non lo permette.
Lo apprendo dal sito del Corriere che cita un’intervista contenuta nell’ultimo libro di Bruno Vespa, Nel segno del Cavaliere. L’idea di fondo è condivisibile, anche se corretta solo in parte: in realtà infatti  è possibile tagliare le tasse anche in presenza di un elevato debito pubblico, a patto però che si risparmi sulla spesa corrente. In un Paese dove gli sprechi sono all’ordine del giorno sarebbe possibile muoversi in questa direzione ma in Italia tutto funziona al contrario e così, anziché ridurre, per esempio, la spesa corrente degli enti locali, si approva  invece il federalismo demaniale: un regalo dello Stato centrale agli enti spreconi.

Secondo la Lega Nord il passaggio di beni dallo Stato centrale agli enti locali comporta una migliore gestione del patrimonio. In realtà si tratta di un automatismo del tutto privo di fondamento. Anzi, in mancanza di amministratori locali responsabili, vale il discorso opposto. Province e Università offrono numerosi esempi a sostegno della mia teoria. Non è vero poi che il federalismo combatte il centralismo: contribuisce soltanto alla nascita di nuovi centri di potere, attorno ai quali si svilupperanno in futuro interessi sempre maggiori. Clientelismo è una parola che nei prossimi anni tornerà di moda.

Tornando alla riduzione delle tasse, in realtà “nel segno del Cavaliere” si sono accumulate soltanto promesse su promesse. Dall’annuncio dell’introduzione dell’aliquota unica (al 33%) sono passati sedici anni; dal famoso “contratto con gli italiani”  che prevedeva due aliquote (23% e 33%) ne sono passati nove. Ma dal 2008 il Presidente del Consiglio ha la scusa per giustificare la mancata riduzione delle tasse. A questo punto è facile prevedere come il Premier imposterà la prossima campagna elettorale: «amanti, difensori della libertà, nel corso di questi cinque anni abbiamo lavorato duramente per lasciarci alle spalle una delle più gravi crisi economiche della storia; ora i tempi sono maturi per diminuire la pressione fiscale – ebbene sì – tagliaremo le tasse!»

Prossimamente su questi schermi.

Was du geschlagen zu Gott wird es dich tragen

04 aprile 2010 1 commento »

L’ex rettore dell’Università di Firenze, Augusto Marinelli, ha chiesto a Quirino Paris, docente dell’Università di California, 750.000 euro di danni per ciò che è stato scritto sul suo conto (su Repubblica, L’Espresso e Ateneo Palermitano, di cui, come forse sapete, sono ora direttore responsabile). Sfortunatamente in Italia l’opinione pubblica si mobilita in nome della libertà di stampa solo quando vengono toccati i volti noti, ultrastipendiati e con le spalle coperte dai grandi partiti; i cani sciolti, gli unici realmente liberi e indipendenti, non meritano le stesse attenzioni. Con questo non voglio rovinarvi le feste, ma annunciarvi che del nuovo “caso Paris” – il precedente si è concluso con un’assoluzione – ci occuperemo nel prossimo numero del giornale.

Concludo questo centesimo intervento con il buon Mahler, ispiratore involontario di questo blog. Resurrezione, argomento scontato in questo giorno di festa, ma lasciatemi essere banale, prevedibile. Che queste parole possano essere una consolazione per tutti voi.

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PS: colgo l’occasione per esprimere tutta la mia solidarietà anche alla giornalista Franca Selvatici e a tutta la redazione di Repubblica. Il giornale è infatti stato citato, sempre da Marinelli, per altri 700.000 euro.