31 marzo 2010 2 commenti »
«Ettore con un sospiro, che sorse dal profondo del cuore, depose di nuovo a terra il capo dell’ucciso, e rizzatosi, disse a’ suoi compagni che erano anch’essi venuti a vedere, e più direttamente a Brancaleone:
- Codesta tua arme (ed additava l’azza che quegli teneva in pugno stillante ancora di sangue) ha compiuta oggi una gran giustizia. Ma come potremmo godere tal vittoria? Il sangue che inzuppa questa terra non è egli sangue italiano? E costui, forte e prode in guerra, non avrebbe potuto spargerlo a sua ed a nostra gloria contra i comuni nemici? La tomba di Grajano allora sarebbe stata venerata e gloriosa; la sua memoria, un esempio d’onore. Invece egli giace infame, e sulle sue ceneri peserà la maledizione de’ traditori della patria… -
Dopo queste parole tornarono tutti in silenzio e pensosi ai loro cavalli. Il cadavere fu la sera portato a Barletta, ma quando si volle seppellirlo nel sagrato, il popolo, levato a rumore, non lo permise. I becchini lo portarono al passo d’un torrente a due miglia dalla città, cavarono una fossa e ve lo chiusero. D’allora in poi quel luogo fu chiamato il Passo del traditore.»
(M. D’Azeglio, Ettore Fieramosca ossia La disfida di Barletta)
In Sicilia, dove sono nato e cresciuto, il tempo sembra essersi fermato. A volte – non lo nascondo – mi pare quasi un pregio, questa lentezza nel recepire le istanze della nostra epoca. In realtà però si tratta di un limite evidente, perché il progresso continua la sua corsa e non aspetta la Sicilia. Fortunatamente ci sono anche realtà che, nel tempo, confermano il loro valore, l’Orchestra Sinfonica Siciliana è senza dubbio tra queste.
Durante il soggiorno nella mia terra natale mi sono concesso il lusso di assistere ad entrambe le esecuzioni di uno stesso concerto. Certo, “A fairytale poem”, la composizione scritta nel 1971 da Sofia Gubaidulina, meritava un secondo ascolto, così come i canti dell’addio (“Abschiedslieder”) di Korngold, autore che già apprezzavo per l’opera “Die tote Stadt” e per l’unica sinfonia composta, ma, a essere onesto, è stata la Settima di Bruckner a spingermi verso questo doppio appuntamento. A dirigerla c’era Ralf Weikert, che ha cominciato gli studi proprio a Linz, città cara al compositore austriaco.
La Settima, pur non rientrando tra le mie composizioni preferite, è – assieme alla Romantica – la più famosa sinfonia di Bruckner. Luchino Visconti, per esempio, se ne servì per la colonna sonora di “Senso”. Ciononostante in Italia la maggior parte della gente ignora l’esistenza del povero Bruckner e chi lo conosce spesso si ostina a prendersi gioco della sua musica. «E’ tronfio», dicono. Bestialità – potrebbe dirsi solenne tutt’al più – ma ormai neanche mi curo di certi stupidi commenti, anzi, confermano la teoria secondo cui la musica di Bruckner non è per poveri di spirito (in senso laico). Aveva ragione Elfriede Jelinek. «Disprezzare Bruckner è una follia di gioventù a cui molti si sono lasciati andare».
03 marzo 2010 5 commenti »
La Sere non riesce a liberarsi delle parole dell’Attilio per la sua Ninetta. Allora le faccio il verso – come sono dispettoso – e propongo sul mio blog un diverso modo d’amare. Un gioco speculare: visto che la Sere prende in prestito le parole di un uomo, io userò quelle di una donna. Una donna che conosceva bene il significato della parola “abnegazione” (altri tempi, infatti quelli che seguono sono versi scritti nel lontano 1937).
«Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo -
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore;
Che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.»
(Antonia Pozzi, Voce di donna)
19 febbraio 2010 7 commenti »
Qualche giorno fa un’autrice di cui non farò il nome – è irrilevante – si è lamentata della critica riservata al suo romanzo d’esordio. Trattandosi di un noir, dice, tendono tutti a considerarlo un prodotto di scarso valore letterario, lo bollano come un romanzetto qualsiasi, non si sforzano di cogliere il suo più intimo significato. Snobismo letterario, così lo definisce. Un certo pregiudizio verso il genere noir in effetti esiste ma è anche vero che alcuni scrittori sono riusciti a farsi apprezzare nonostante questo handicap. L’autrice in questione lo sa bene, ne cita un paio, ma si potrebbero aggiungere anche i vari Ellroy, Pinketts, Lucarelli, Roversi e tanti altri. Se poi si includono anche i classici del romanzo giallo l’elenco diventa così lungo da sconfessare l’intera teoria.
Il libro dell’autrice delusa non l’ho letto, quindi non posso criticarlo. Non escludo che una lettura più attenta possa mettere in luce un valore che altri sembrano ignorare, ma prendersela in questa maniera è da stupidi. Innanzi tutto perché il lettore non è costretto a scegliere la chiave di lettura dell’autore. Questi può suggerire la sua ma deve accettare l’idea che il testo può anche esser letto in maniera aberrante o superficiale. Se poi il messaggio che voleva comunicare l’autrice fatica proprio a passare attraverso le righe, allora sarebbe il caso di un bel mea culpa: dovrebbe chiedersi dove ha sbagliato, anziché accusare critici e lettori di non tributarle la giusta attenzione. Fermo restando che nessuno l’ha obbligata a scrivere un noir, se temeva pregiudizi di genere poteva orientare diversamente la scelta. O tenere il manoscritto nel cassetto.
Leggendo lo sfogo di questa autrice al suo primo libro, mi sono fatto un’idea molto chiara: il peggior snobismo letterario è quello di chi crede di aver scritto l’ultimo capolavoro mondiale, pretende di vederselo riconoscere e batte i piedini come un moccioso quando questo non succede.
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