Tassare è cosa buona e giusta

20 giugno 2010 Nessun commento »

Per chi non lo sapesse, alla fine è passata la proposta italiana sul debito aggregato. Perplessità a parte, resta un buon risultato. Il “tassa e punisci” di Angela “DDR” Merkel è invece stato criticato da tutti i politici nostrani, eccezion fatta per quelli dell’Italia dei Valori, il partito di chi va in brodo di giuggiole quando sente parlare di punizioni (scriteriate) e tasse (che ci fanno nell’ELDR, mi chiedo io). Subito in prima linea Elio Lannutti, capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione Finanze al Senato. Classe 1948, autore del libro La Repubblica delle banche – prefazione di Beppe Grillo – edito dalla stessa casa editrice che ha pubblicato i testi tanto cari a signoraggisti e anti-europeisti (nel catalogo  spuntano i soliti nomi: Marco Saba, Marco Della Luna e via dicendo).

Secondo Lannutti «Il governo dovrebbe inserire subito nella manovra economica una buona tassa sulle banche […] solo così sarà possibile far pagare il conto a chi, in definitiva, ha provocato la crisi». L’aspetto divertente? I toni biblici («far pagare anche ai banchieri i costi della crisi da loro stessi provocata per avidità di guadagno e propensione all’azzardo è cosa buona e giusta»), peccato che i contenuti lascino a desiderare. L’errore di fondo è sempre lo stesso: mettere sul banco degli imputati tutte le banche (indistintamente), tutti gli operatori finanziari (indistintamente), tutti i tipi di investimento (indistintamente). In questa Italia schiava del populismo, non mi stancherò mai di ripetere che:

  1. Le banche italiane non hanno causato nessuna crisi, anzi hanno dimostrato di essere tra le meno propense alla speculazione
  2. Le banche italiane già pagano uno dei livelli d’imposizione tra i più alti d’Europa, dunque partono penalizzate rispetto alle concorrenti europee, tassarle per dar sfogo all’istinto giustizialista delle piazze è proprio ciò che non andrebbe fatto (a meno che non si voglia il collasso del sistema produttivo)
  3. I nuovi accordi di Basilea introdurranno misure restrittive, seguirà una inevitabile riduzione dei profitti, motivo in più per scongiurare una tassa che aggraverebbe la stretta al credito

Tassare le banche vuol dire indebolirne la stabilità patrimoniale, dunque rendere più fragile l’intero sistema creditizio. Non si può volere una tassa sulle banche e al tempo stesso sperare che non avvenga una stretta al credito («un pericolo, che governo, Banca d’Italia e Antitrust dovrebbero, se ne fossero capaci, scongiurare e su cui noi invece vigileremo senza sosta: la maggiore tassazione non può assolutamente avere una ricaduta su famiglie e imprese», sempre parole di Lannutti), perché il credit crunch sarebbe la naturale conseguenza della tassazione. Minori profitti, minori investimenti. Con buona pace di famiglie e imprese.

Delle due, l’una: o Lannutti non conosce le conseguenze della sua proposta oppure la stretta al credito è proprio quello che si augura e allora propone una tassa che la renderebbe inevitabile per poi poter puntare il dito contro Bankitalia. Nel primo caso sarebbe imperdonabile la leggerezza, nel secondo l’intento machiavellico. Una cosa è certa: di fronte al populismo dell’IdV persino quello verde di stampo leghista impallidisce. Ma almeno quelli dell’IdV non te li ritrovi ogni anno a Pontida!

Godiamoci la musica degli ABBA, questa sì che è cosa buona e giusta.

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Forza ragazzi!

14 giugno 2010 Nessun commento »

La Padania? Mai sentita.

Non si può andare lontano quando l’orizzonte è limitato

12 giugno 2010 Nessun commento »

Nell’ormai leghistizzato Piemonte si rivendica il diritto di assumere soltanto insegnanti con la residenza in regione: niente più graduatorie nazionali, solo così si può risolvere il problema del precariato locale. La notizia non mi stupisce, sono certo che non passerà molto tempo prima di leggere che in Piemonte o in Veneto non si vogliono più seguire i programmi ministeriali: insegnanti padani con programmi padani per studenti padani. Del resto come osa stabilire Roma cosa è giusto studiare e cosa no oppure chi deve insegnare al nord e chi no? Ancora una volta l’immagine che passa è quella di un Paese provinciale che si chiude in un “valligianesimo” che male si adatta alla società aperta e globale di oggi. Eccolo il protezionismo di stampo leghista!

Gli italiani hanno sempre vagato per il mondo. Paradossalmente, proprio oggi che il mercato del lavoro tende a favorire la mobilità internazionale e la libera circolazione di studenti e lavoratori, l’Italia sembra aver smarrito quella sua incredibile capacità di adattamento. Da anticipatori della storia (anche se spesso per necessità), a retrogradi. Passino le resistenze di quanti non vorrebbero mai lavorare all’estero, il dramma è che ormai siamo diventati un popolo così pigro da non voler neanche prendere in considerazione soluzioni al di là dei confini regionali. Se non è sotto casa, il lavoro non lo vogliamo. E per garantire questo nostro “diritto”, calpestiamo quelli – ben più sacri – difesi dalla nostra Costituzione. *

Un tempo la penisola era la patria dei grandi navigatori, oggi è solo un paese.
No, nessun errore di battitura: paese, non Paese.


* Se della Costituzione in Italia non si rispettano neanche i principi fondamentali, perché per avere libertà d’impresa dovremmo aspettare una (inutile) modifica dell’articolo 41? Per le cose che contano la Costituzione non fa testo e per semplicissime riforme contro la burocrazia la nostra classe politica inventa un problema relativo alla Carta?

Notizie varie

09 giugno 2010 2 commenti »

Buongiorno, Presidente! Berlusconi inizia a comprendere la vera natura dei suoi fidi alleati. Riporto il virgolettato del Messaggero: «E’ la solita Lega di lotta e di governo, prima hanno contribuito a scrivere buona parte delle misure correttive dei conti e ora mandano avanti i loro amministratori locali, pronti a sparare contro il governo». L’importante è capirlo. Meglio tardi che mai.

Abolizione delle Province, riassunto delle puntate precedenti. Il PdL inserisce nel programma di partito l’abolizione delle Province, valida solo per quelle grandi (Roma, Milano) dove è presente il doppione dell’area metropolitana; a fine aprile Berlusconi, pressato da Fini, dichiara di reputare l’abolizione delle Province una soluzione poco redditizia; a fine maggio viene annunciata la manovra, si discute l’abolizione di dieci piccole Province; segue smentita immediata di Tremonti. Oggi, scrivono i giornali, il governo torna sui suoi passi: a rischio quattro piccole Province. Sarà, ma a giudicare dal numero di passi direi che il governo sta proprio ballando! Avevo torto quando scrivevo che manca un piano organico e condiviso?

Corsa all’oro. I primi segnali c’erano già stati a metà maggio, all’esplodere della crisi europea, ma il prezzo dell’oro continua a salire, raggiungendo picchi record. E’ prematuro sostenere che stiamo tornando al gold standard. Chiamasi “diversificazione del portafoglio”, un modo per ridurre i rischi legati all’attuale instabilità del mondo finanziario. Il discorso è sempre quello: regna la sfiducia.