Batto un colpo

06 settembre 2010 Nessun commento »

No, non sono scomparso. E’ solo che mi sono ritagliato un po’ di tempo per me…

E dopo un po’ di meritato riposo è giunta l’ora di inviare il curriculum!

Non si può andare lontano quando l’orizzonte è limitato

12 giugno 2010 Nessun commento »

Nell’ormai leghistizzato Piemonte si rivendica il diritto di assumere soltanto insegnanti con la residenza in regione: niente più graduatorie nazionali, solo così si può risolvere il problema del precariato locale. La notizia non mi stupisce, sono certo che non passerà molto tempo prima di leggere che in Piemonte o in Veneto non si vogliono più seguire i programmi ministeriali: insegnanti padani con programmi padani per studenti padani. Del resto come osa stabilire Roma cosa è giusto studiare e cosa no oppure chi deve insegnare al nord e chi no? Ancora una volta l’immagine che passa è quella di un Paese provinciale che si chiude in un “valligianesimo” che male si adatta alla società aperta e globale di oggi. Eccolo il protezionismo di stampo leghista!

Gli italiani hanno sempre vagato per il mondo. Paradossalmente, proprio oggi che il mercato del lavoro tende a favorire la mobilità internazionale e la libera circolazione di studenti e lavoratori, l’Italia sembra aver smarrito quella sua incredibile capacità di adattamento. Da anticipatori della storia (anche se spesso per necessità), a retrogradi. Passino le resistenze di quanti non vorrebbero mai lavorare all’estero, il dramma è che ormai siamo diventati un popolo così pigro da non voler neanche prendere in considerazione soluzioni al di là dei confini regionali. Se non è sotto casa, il lavoro non lo vogliamo. E per garantire questo nostro “diritto”, calpestiamo quelli – ben più sacri – difesi dalla nostra Costituzione. *

Un tempo la penisola era la patria dei grandi navigatori, oggi è solo un paese.
No, nessun errore di battitura: paese, non Paese.


* Se della Costituzione in Italia non si rispettano neanche i principi fondamentali, perché per avere libertà d’impresa dovremmo aspettare una (inutile) modifica dell’articolo 41? Per le cose che contano la Costituzione non fa testo e per semplicissime riforme contro la burocrazia la nostra classe politica inventa un problema relativo alla Carta?

Sulla citazione

12 giugno 2010 Nessun commento »

Sul Corriere della Sera di oggi è possibile leggere un intervento di Aldo Grasso sulla questione-Luttazzi. Numerose battute del comico sono la traduzione pedissequa di battute scritte da icone della satira quali Carlin e Hicks, sul web spopola un video che lo dimostra in maniera inequivocabile. Aldo Grasso critica la linea difensiva del comico (Luttazzi, dopo aver cercato di censurare i video su YouTube – proprio lui, che ha lanciato al grande pubblico Marco Travaglio… – ha detto di aver sempre ammesso il debito) ma finisce col prenderne le difese in maniera ancora più patetica.

Il titolo – «Luttazzi, gag copiate: ma così fan tutti» – è fine, perché al suo interno contiene già una citazione. Persino Mozart attingeva al lavoro di altri compositori, all’epoca però non c’era il copyright e comunque, a differenza di Luttazzi, il genio austriaco rielaborava con grande maestria e sapeva scrivere di suo pugno. Assolvere il comico solo perché ormai il plagio è la prassi mi sembra la più grande assurdità che un critico possa sostenere. Come se un critico teatrale dicesse: “visto che gli attori di oggi sono tutti mediocri, accettiamo la mediocrità”.  Non contento, Aldo Grasso prosegue: «è curioso che sia proprio il web, dove domina l’ideologia dell’informazione free e dove il copyright è visto come il diavolo, a emettere una così dura condanna nei confronti di Luttazzi». Sarà anche il più famoso critico televisivo italiano, ma sul web Grasso ha ancora molto da imparare: se avesse visto con più attenzione il documentario che incastra Luttazzi avrebbe capito che la cosa più irritante non è il plagio in sé, ma la protervia di un comico che rivendica a più riprese la paternità delle proprie battute.

Citare è lecito, ma con che faccia Luttazzi sostiene di non saper recitare quelle altrui, quando buona parte del suo repertorio è il risultato di un “copia e incolla” mal riuscito? Riadattando le parole di Salinger: un autore, quando gli viene chiesto di parlare della sua arte, dovrebbe alzarsi in piedi e gridare forte i nomi degli autori che cita. Figurarsi quando li copia letteralmente!

Nel segno del Cavaliere

20 maggio 2010 2 commenti »

Berlusconi rinvia il taglio delle tasse, la crisi non lo permette.
Lo apprendo dal sito del Corriere che cita un’intervista contenuta nell’ultimo libro di Bruno Vespa, Nel segno del Cavaliere. L’idea di fondo è condivisibile, anche se corretta solo in parte: in realtà infatti  è possibile tagliare le tasse anche in presenza di un elevato debito pubblico, a patto però che si risparmi sulla spesa corrente. In un Paese dove gli sprechi sono all’ordine del giorno sarebbe possibile muoversi in questa direzione ma in Italia tutto funziona al contrario e così, anziché ridurre, per esempio, la spesa corrente degli enti locali, si approva  invece il federalismo demaniale: un regalo dello Stato centrale agli enti spreconi.

Secondo la Lega Nord il passaggio di beni dallo Stato centrale agli enti locali comporta una migliore gestione del patrimonio. In realtà si tratta di un automatismo del tutto privo di fondamento. Anzi, in mancanza di amministratori locali responsabili, vale il discorso opposto. Province e Università offrono numerosi esempi a sostegno della mia teoria. Non è vero poi che il federalismo combatte il centralismo: contribuisce soltanto alla nascita di nuovi centri di potere, attorno ai quali si svilupperanno in futuro interessi sempre maggiori. Clientelismo è una parola che nei prossimi anni tornerà di moda.

Tornando alla riduzione delle tasse, in realtà “nel segno del Cavaliere” si sono accumulate soltanto promesse su promesse. Dall’annuncio dell’introduzione dell’aliquota unica (al 33%) sono passati sedici anni; dal famoso “contratto con gli italiani”  che prevedeva due aliquote (23% e 33%) ne sono passati nove. Ma dal 2008 il Presidente del Consiglio ha la scusa per giustificare la mancata riduzione delle tasse. A questo punto è facile prevedere come il Premier imposterà la prossima campagna elettorale: «amanti, difensori della libertà, nel corso di questi cinque anni abbiamo lavorato duramente per lasciarci alle spalle una delle più gravi crisi economiche della storia; ora i tempi sono maturi per diminuire la pressione fiscale – ebbene sì – tagliaremo le tasse!»

Prossimamente su questi schermi.