Tifare contro la Spagna non fa bene all’Italia

29 maggio 2010 1 commento »

Se c’è un mezzo di comunicazione che proprio non considero, quello è la televisione. Le poche trasmissioni che seguo sono quelle a cui posso andare in qualità spettatore o che posso comodamente guardare, in un secondo momento, via Internet: in questo caso il mio interesse si accende su segnalazione di un amico o alla lettura di commenti infuocati sulla Rete.

E’ così che sono venuto a sapere di un’uscita sgradevole del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi che, qualche giorno fa, a Ballarò, dimentico della propria carica, ha detto: «la Spagna oggi si ritrova con le pezze al culo». Secondo Lupi questo dovrebbe rasserenarci. Insomma, c’è chi sta peggio. Alla faccia di Boeri e di chi vedeva in Zapatero un eroe. La critica di Lupi ha un chiaro significato politico, ma in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo sarebbe più saggio allontanare certe tentazioni.

L’indebolimento della moneta unica registrato in settimana è dovuto alle perplessità che i mercati continuano a nutrire sulla tenuta della zona euro; la Banca Centrale spagnola si è precipitata a salvare Cajasur, la cassa di risparmio di Cordoba; Fitch ha tagliato il rating della Spagna (e altre agenzie seguiranno a ruota). La gravità della situazione è sotto gli occhi di tutti, eppure Lupi trova il tempo per polemizzare con economisti nostrani sull’operato di leader stranieri. Tralasciando lo scarso senso delle istituzioni, c’è poco da augurarsi il tracollo della Spagna.

La crisi greca ci ha coinvolto marginalmente (il motivo l’ho già spiegato qui) e forse accadrebbe lo stesso qualora, a cadere rovinosamente, dovesse essere il Portogallo (la cui probabilità di default resta ferma attorno al 23%, secondo i dati CMA). Nel caso di una seria crisi spagnola, invece, la nostra economia ne uscirebbe seriamente compromessa. Resta il fatto, poi, che se accadesse alla Spagna quello che è accaduto alla Grecia per l’Unione Europea non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza. La politica impari a tenersi fuori da polemiche sterili, questo è il momento della compattezza. Urge un risveglio europeista e se in Italia non è proprio possibile fare a meno di battibecchi di quartiere, che almeno vengano rimandati a tempi migliori!

Suono Carmagnola!

19 febbraio 2010 4 commenti »

Alla fine Emanuele Filiberto è stato ripescato e con lui Valerio Scanu. Trova fondamento la tesi di chi l’anno scorso aveva criticato la vittoria di Marco Carta, il ragazzo che, avendo precedentemente partecipato ad “Amici”, il famoso programma della De Filippi, poteva contare sul supporto di fan pratici di televoto. Quest’anno a salvarsi sono stati invece il principe dei reality di danza e un altro prodotto della Maria nazionale. I filomonarchici hanno poco da esultare, quanto ho scritto resta sostanzialmente valido (e infatti Emanuele Filiberto è stato fischiato ancora); ci sarebbe semmai da riflettere sulle dinamiche del televoto, chi ha già partecipato a programmi che ne prevedono l’uso di fatto si trova agevolato.

Come confermato dai referrer, alcuni nostalgici della monarchia borbonica hanno mostrato un particolare interesse per il blog dopo l’intervento sui Savoia ma ci tengo a precisare che la mia non voleva essere una critica al processo di unificazione del Paese bensì una critica a questa (Savoia) o a quella (Borbone) monarchia. Oggi vorrei soffermarmi in particolar modo su quest’ultima. I nostalgici non hanno ancora capito che Carlo di Borbone preferisce tenersi distante dalla politica attiva, nonostante più volte i filomonarchici abbiano cercato di coinvolgerlo. E se anche dovesse cambiare idea, rimarrebbe comunque all’interno del sistema istituzionale repubblicano, dubito che sarebbe così poco lungimirante da voler ripristinare il Regno delle Due Sicilie. La mia avversione per il separatismo è cosa nota, l’Italia per conservare un peso nello scacchiere internazionale deve restare unita, non può dividersi in stati e staterelli così come è stato per tre secoli di fila (secoli, infatti, in cui erano gli altri a decidere le nostre sorti). Ma se anche fossi un separatista mi toccherebbe ammettere che, pure in presenza di un fondamento storico (cosa che invece non può rivendicare la fantomatica Padania) il sud non ha l’indipendenza economica per provvedere alla propria autonomia. Dunque, anche solo per pragmatismo, una simile ipotesi è da scongiurare. E del resto sarei il primo a organizzare la rivolta, un bel regalo di compleanno per il sovrano, come a Palermo nel 1848.

Non vedo come si possa giustificare oggi, nel XXI secolo, un’impronta monarchica. Diritto divino? Poteva avere senso quando vigeva l’oscurantismo e la percentuale di analfabeti al sud era prossima al 100% ma oggi l’Italia, anche se si sta impoverendo sul piano culturale, per fortuna è ben lontana da quei tempi. E poi, se fossi re, certamente non scomoderei Dio. L’epoca dei sovrani che imponevano le mani sugli scrofolosi è finita; anche se in Italia ci sono tuttora sparuti gruppi di sanfedisti che invocano il diritto divino, oggi si preferisce parlare di laicismo. La verità è che le monarchie non hanno più motivo d’esistere. La popolazione non è disposta ad accettare nuovamente che uomo si metta a capo della comunità, per diritto ereditario poi! Un’offesa all’intelligenza umana e all’emancipazione dei cittadini. Eppure qualche monarchia sopravvive. Già, è vero, ci sono quelle costituzionali: il re messo lì per rappresentanza, come bene museale. Un’ipotesi di questo tipo sarebbe da evitare perché, per prima cosa, offenderebbe il re! E poi il suo corrispettivo nel sistema repubblicano esiste ed è il Presidente della Repubblica, con un vantaggio non di poco conto: il mandato è limitato nel tempo mentre un sovrano è per la vita.
Sua, ovviamente…

I separatisti del nord farebbero meglio a vedere nell’Italia un’opportunità: i mercati europei sono saturi e nei prossimi decenni diventeranno sempre più importanti quelli dei Paesi in via di sviluppo nel sud del mondo. Il ruolo del meridione è chiaro, lo impone la nostra cultura marittima (nel senso schmittiano dell’espressione). I separatisti meridionali invece farebbero meglio a dimenticare il Regno. Bisognerebbe combattere quella criminalità che impedisce lo sviluppo del sud e investire su una classe imprenditoriale e amministrativa degna di questo nome. Troppo comodo dire che il governo pensa solo alla questione settentrionale quando, tra le fila di maggioranza e opposizione, si vedono numerosi politici del sud. Allora il problema sarebbe da cercare nella scelta dei rappresentanti, non nella forma dello Stato.

La terza Repubblica

16 dicembre 2009 Nessun commento »

Mi auguravo che il triste episodio di Milano segnasse un ritorno al dialogo; mi tocca constatare invece che è diventato il pretesto per gettare benzina sul fuoco. Due esempi. Da una parte Travaglio, che rivendica il diritto ad odiare un esponente politico (odiare non è reato, ma l’istigazione alla violenza sì), dall’altra Castelli, secondo il quale gli agitatori sono soltanto di sinistra (forse dimentica certi suoi colleghi di partito). In Italia al buonsenso si preferiscono sempre i populismi. Sarà così anche nella terza Repubblica? Me lo chiedo dopo aver assistito all’ultima puntata de L’infedele, con Gad Lerner che preconizzava la fine della seconda e l’inizio della terza. Teoria interessante questa, peccato sia rimasta ai margini della riflessione: d’altra parte la puntata doveva riguardare il rapporto tra Premier e organi di garanzia ed è stata prontamente riadattata a seguito dell’aggressione subita dal Presidente del Consiglio all’ombra della Madunina. Personalmente non sono certo che si possa già parlare di fine della seconda Repubblica – il sistema politico, al di là della crisi del bipartitismo, mi pare abbastanza stabile, anzi, c’è una eccessiva radicalizzazione delle rispettive posizioni – ma se così fosse, complimenti a Spadolini, che, prima di lasciarci, aveva previsto tutto. Il grande statista, nel 1994, dopo aver perso la Presidenza del Senato per un solo voto, visibilmente deluso, si scagliò contro il sistema politico che si stava venendo a creare: ricordando come era finita la seconda Repubblica francese, suggerì ironicamente di passare direttamente alla terza.

Guarda alla terza repubblica anche l’editorialista del Sole 24 Ore, Stefano Folli, la cui analisi mi pare attenta e pacata. Il fallimento del confronto civile è sotto gli occhi di tutti e questo sistema, che si è voluto bipolare con le migliori intenzioni, si è trasformato invece in una rissa continua. Massimo Tartaglia è quindi «l’interprete, certo inconsapevole, della condizione cupa, rancorosa e intimamente violenta in cui è immerso il paese». L’editorialista invita entrambe le parti ad un maggiore rispetto per le istituzioni, nessuno infatti può dirsi innocente: «il presidente del Consiglio viene presentato – senza prove o riscontri – come l’amico dei mafiosi stragisti; e d’altra parte non si esita a negare credibilità al presidente della Repubblica, alla Corte costituzionale, alla magistratura».

Tuttavia – ripeto – è ancora presto per parlare di fine della seconda Repubblica. La personalizzazione della politica in Italia è fortissima, ha portato alla semplificazione estrema tra berlusconismo e antiberlusconismo e il fattaccio di domenica, anziché sedare gli animi, ha acuito lo scontro. Per dirla con Folli «chi ama Berlusconi è pronto ad amarlo di più e chi lo odia forse a odiarlo di più». E così alla politica del buonsenso, ad una dialettica civile, continua a preferirsi la logica del “con noi o contro di noi”, una politica degna dei più feroci hooligan.

Meno male che Ciampi c’è

11 dicembre 2009 Nessun commento »

Berlusconi contro tutti. Anziché abbassare i toni, ripropone le ormai note accuse alle istituzioni, questa volta di fronte alla platea del Partito Popolare Europeo. Duplice errore: la location (certamente non adatta per affrontare problemi di carattere nazionale) e l’oggetto della critica.

La Costituzione italiana, come tutte le nostre Costituzioni, dice che la sovranità appartiene al popolo. Bene, il popolo vota ed è il Parlamento che riceve dal popolo la sovranità. Il Parlamento fa le leggi, ma se queste leggi non piacciono al partito dei giudici della sinistra, il partito dei giudici della sinistra si rivolge alla Corte Costituzionale, che ha 11 componenti, su 15, che appartengono alla sinistra, perché i cinque componenti di nomina dei Presidenti della Repubblica sono tutti di sinistra, in quanto abbiamo avuto purtroppo tre Presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra, quindi da organo di garanzia la Corte Costituzionale si è trasformata in un organo politico e abroga le leggi fatte dal Parlamento. Quindi la sovranità oggi, in Italia, non credo di dire una cosa eccessiva, è passata dal Parlamento al partito dei giudici.

Sul Parlamento che riceve la sovranità dal popolo ci sarebbe molto da dire, dal momento che sono i partiti e non il popolo a decidere, alla fine, chi siede in Parlamento. Per quanto riguarda la Costituzione italiana invece l’articolo 1 dice sì che la sovranità appartiene al popolo ma anche che «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», quindi non tutte le leggi possono essere promulgate, solo quelle che rispettano i principi fondamentali della nostra democrazia.
Questo non è un dettaglio trascurabile, se le leggi della maggioranza rispettassero la Carta nessun fantomatico partito dei giudici riuscirebbe ad abrogarle, mancherebbero le argomentazioni.
Il Premier è convinto invece che qualsiasi sua legge vada approvata senza batter ciglio. Quando questo non avviene, urla al complotto. E anziché rispettare i limiti costituzionali, il Premier sogna di poterli cambiare a proprio vantaggio: se Maometto non va alla montagna, è la montagna che va da Maometto. Ma Berlusconi ha i numeri per una riforma costituzionale? No, per questo si agita. E una riforma di questa portata andrebbe fatta in un clima sereno, di collaborazione, molto lontano da quello che crea Berlusconi con certe sue affermazioni. «Ce l’hanno tutti con me» ha commentato in tarda serata. La domanda è: quando comincerà a chiedersi il perché?
Concludo riportando le parole dell’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi; l’intervista completa si trova qui.

Faccio fatica a commentare sortite così inqualificabili, che riflettono tempi molto tristi. [...] stavolta ci sarebbe quasi da valutare anche se chi lancia questo genere di accuse sia davvero ‘compos sui’, vale a dire pienamente padrone di sé. Per quel che mi riguarda, poi, mi verrebbe voglia di rivolgere una domanda al premier: perché mai venne nel mio studio, il pomeriggio del 3 maggio 2006, accompagnato da Gianni Letta, a implorarmi di accettare il rinnovo del mandato da capo dello Stato? Perché lo fece, se mi considerava un uomo di parte, di sinistra? […] A parte un biennio nel Partito d’Azione di Livorno subito dopo la guerra, sono sempre stato un uomo delle istituzioni. […] c’è da essere scoraggiati. Abbiamo tanti problemi da risolvere […] eppure dissipiamo le nostre energie in un conflitto permanente. […] Sono un uomo di pace, ma anche di verità. E oggi più che mai, per smontare queste nuove mistificazioni, ciò che conta è solo raccontare la verità.

E’ il caso di dirlo: meno male che Ciampi c’è.