Negli ultimi tempi ho dedicato ampio spazio alle smargiassate di una schiera di manigoldi; sconfessare certi individui è per me un dovere civico, al pari del voto. Tuttavia, non volendo riempire il mio blog con le loro brutte facce, torno ad un argomento a me molto più caro: la musica.
Se passate da queste parti per la prima volta non sapete ancora che Bruckner e Mahler figurano tra i miei compositori preferiti, due autori che al primo ascolto generalmente non piacciono a nessuno ma che invece segnano profondamente l’animo di chi, come il sottoscritto, è seriamente convinto di possedere un modo di sentire tardo-romantico. Se credessi nella metempsicosi potrei perfino supporre di essere uno di quegli uomini descritti accuratamente da Werfel nei suoi romanzi, potrei essere un Karl, un Franz, forse un Ernst. E a pensarci bene l’Italia di oggi ricorda sotto molti aspetti l’Austria della gaia apocalisse.
Tornando al trascendente Bruckner e al genio grottesco di Mahler, Peter Gammond, profondo conoscitore del repertorio sinfonico (agevolato in questo dall’aver lavorato per la Decca Records), nel suo Bluff your way in music ritiene che accostare Bruckner e Mahler, come molti fanno, sia un errore. C’è del vero, soprattutto se si tiene conto del fatto che molti spiegano questo accostamento facendo riferimento alla lunghezza dei loro lavori. Ma la lunghezza in sé è un dato poco rilevante, si potrebbe mai sostenere che il Signore degli Anelli e l’Ulisse sono romanzi simili perché voluminosi entrambi?

Da una parte c’è Bruckner, un uomo perennemente orientato al divino che però nei suoi lavori non ha mai rinunciato alla razionalità, scrivendo composizioni profondamente strutturate, solide e quadrate; dall’altra Mahler, uomo fragile e dalla personalità complessa, che ha sviluppato uno stile tutto suo, a metà tra serio e faceto, uno stile dove l’amore per il grottesco (v. Titano, Kindertotenlieder) e quello per la natura (i cui suoni cercherà di riprodurre) si fondono in composizioni che non sfociano nella rottura del sistema tonale, ma che senza dubbio – per la prima volta – lo mettono seriamente in discussione. Dove cercare dunque il punto di contatto tra i due? Se l’era già chiesto Bruno Walter, noto direttore d’orchestra che ai legami (e alle differenze) tra i due compositori aveva anche dedicato un interessante saggio.

Innanzi tutto non bisogna dimenticare che il giovane Mahler collaborò con il maturo Bruckner e che vide in lui il suo diretto predecessore, ma è soprattutto il contesto storico in cui vivono – l’Austria imperiale che da lì a poco si baloccherà nella sua dissoluzione – a esercitare su entrambi una comune tensione interiore, che ognuno però svilupperà a suo modo. Reiterazione (di chiara influenza wagneriana), falsi finali ed una concezione epica della coda nel primo; forzatura del sistema tonale e stile volutamente parodistico (v. il Rondo-Burleske della Nona) nel secondo. Bruckner, fervido credente, annuncia la morte e innalza lodi al Signore; Mahler – il cui rapporto con la fede è ben più complesso – cerca di esorcizzare le sue paure guardando alla vita con uno sguardo sardonico, ma non rinuncia per questo a profonde riflessioni sulla precarietà dell’esistenza umana.
Personalmente ritengo che si sia soliti accostare i due non tanto per una somiglianza formale ma per il rapporto di continuità che li tiene inevitabilmente legati. Alla morte di Beethoven si svilupparono infatti due linee di pensiero, quella conservatrice brahmsiana e quella innovatrice wagneriana, soffermandoci su quest’ultima è impossibile non individuare – sempre tenendo conto delle dovute differenze – in Wagner il padre di Bruckner, in Bruckner il padre di Mahler e in Mahler il padre della Seconda Scuola viennese (Schönberg, Berg, Webern). Immaginando lo sviluppo storico della musica come un percorso non si può concepire il lavoro di Mahler senza considerare quello del suo predecessore, così come non si può studiare il lavoro della Seconda Scuola di Vienna ignorando il ruolo di spartiacque rivestito dal compositore boemo.
E dunque Bruckner e Mahler, simili e diversi al tempo stesso, legati da un comune sentire che è struggimento e passione, dubbio e ricerca di una verità altra. Superiore, trascendente.
Mir war auf dieser Welt das Glück nicht hold!
Wohin ich geh? Ich geh, ich wandre in die Berge.
Ich suche Ruhe für mein einsam Herz.
Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte.
Ich werde niemals in die Ferne schweifen.
Still ist mein Herz und harret seiner Stunde!
Die liebe Erde allüberall
Blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
Blauen licht die Fernen!
Ewig… ewig…
[H. Bethge / G. Mahler - Die chinesische Flöte / Das Lied von der Erde]
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