Was du geschlagen zu Gott wird es dich tragen

04 aprile 2010 1 commento »

L’ex rettore dell’Università di Firenze, Augusto Marinelli, ha chiesto a Quirino Paris, docente dell’Università di California, 750.000 euro di danni per ciò che è stato scritto sul suo conto (su Repubblica, L’Espresso e Ateneo Palermitano, di cui, come forse sapete, sono ora direttore responsabile). Sfortunatamente in Italia l’opinione pubblica si mobilita in nome della libertà di stampa solo quando vengono toccati i volti noti, ultrastipendiati e con le spalle coperte dai grandi partiti; i cani sciolti, gli unici realmente liberi e indipendenti, non meritano le stesse attenzioni. Con questo non voglio rovinarvi le feste, ma annunciarvi che del nuovo “caso Paris” – il precedente si è concluso con un’assoluzione – ci occuperemo nel prossimo numero del giornale.

Concludo questo centesimo intervento con il buon Mahler, ispiratore involontario di questo blog. Resurrezione, argomento scontato in questo giorno di festa, ma lasciatemi essere banale, prevedibile. Che queste parole possano essere una consolazione per tutti voi.

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PS: colgo l’occasione per esprimere tutta la mia solidarietà anche alla giornalista Franca Selvatici e a tutta la redazione di Repubblica. Il giornale è infatti stato citato, sempre da Marinelli, per altri 700.000 euro.

La gaia apocalisse italiana

16 agosto 2009 4 commenti »

Dall’arciduca fino al cantante popolare, ma anche dal grande borghese fino al proletario, tutti inclinavano all’edonismo; l’edonismo era appunto la base del loro «stile democrazia», uno stile che pur lasciando intatte le differenze sociali, legava l’aristocrazia al popolo, consentiva la loro reciproca comprensione e li induceva a quella «cordiale» confidenza così tipicamente austriaca. Questo «stile democrazia» modellato sul comportamento del Kavalier era indubbiamente molto diverso da quello del gentleman inglese, poiché dietro a quest’ultimo stava un’autentica democrazia politica, mentre la struttura sociale dell’Austria non aveva niente a che fare con la democrazia politica.

Scommetto che se avessi eliminato i riferimenti all’Austria molti avrebbero equivocato. Le parole di Hermann Broch – che scriveva della Vienna di fine diciannovesimo secolo – ritraggano fedelmente l’attuale situazione politica italiana, confermando quanto avevo già accennato nel precedente post: l’Italia è alla sua gaia apocalisse.
Non manca nulla: abbiamo gli aristocratici (Emanuele Filiberto), il cantante popolare (Mariano Apicella), borghesi e proletari a frotte. Ma soprattutto abbiamo l’edonismo elevato a Ragion di Stato ed un Kavalier sul cui comportamento si modella quello «stile democrazia» che niente ha a che fare la con la democrazia politica.

L’Italia della gaia apocalisse si orna per nascondere la sua povertà, ride inebetita, riscopre impulsi xenofobi, vive di autocompiacimento, prende la crisi sottogamba e, anziché mostrarsi seria e contegnosa di fronte all’imminente tracollo, gongola per quella perenne ostentazione del kitsch, che non a caso è un’altra parola-chiave utilizzata da Broch per descrivere la Vienna del suo tempo:

Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch. Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell’epoca.

Oggi, come allora, abbiamo l’obbligo di sorridere, sorridere sempre e comunque, anche se la barca va a fondo. Ci dicono: ballate, spensierati, lo spettacolo deve continuare! Almeno però nella Vienna asburgica ballavano sui valzer di Strauß, a noi restano soltanto i jingle su cui ballano le veline di Striscia.

Veniamo dunque ad un argomento attualissimo: il velinismo politico. Sull’argomento si era soffermata Barbara Serra, brillante giornalista italiana ex BBC e Sky (dal 2003 lavora alla sede londinese di Al Jazzeera), intervistata un anno fa da Luca Telese.
Ecco un estratto di quell’intervista:

Nel 2000 finalmente arrivi alla Bbc nazionale. Quale fu il tuo primo scoop?
(Ride) “Riuscii ad intervistare Silvio Berlusconi”
[…]
Lui come fu?
“Molto serio. Nessuna battuta”.
E la tua carriera?
“Scelgo di tornare in una redazione regionale. Ma finalmente reporter”.
Uno scoop dell’epoca?
(Grande risata). “Ehhhh…. Camiciotte con collo di pelliccia”
Cosa?
“C’era un negozio, credo italiano, che le vendeva. Telecamera nascosta: appuro che è davvero pelliccia, faccio il servizio e… Scoppia una polemica furibonda”.
Per cosa?
“Scherzi? In Inghilterra, un prodotto la cui produzione implica crudeltà contro gli animali è… è… socialmente inaccettabile!”.
Quando parli dell’Italia dici che anche le veline lo sarebbero.
“Ahhh… Questa è una cosa fantastica. Non c’è paese d’Europa dove le veline potrebbero esistere”.
Proprio tu lo dici, che sei cresciuta in un paese nordico…
“Ma che c’entra? La velina non è la modernità, ma il medioevo. E’ la cosa televisivamente più antica che posso immaginare. Non lo dico da bacchettona… In Danimarca ci sono i film porno in chiaro dopo la mezzanotte. Ma sia a Londra che a Copenaghen contro le veline farebbero i comitati!”.
Facciamo un test sul costume: in Italia il ministro Carfagna, ex velina, nega il patrocinio al gay pride.
(Ride) “Da noi l’omosessualità non è né una polemica né una notizia. L’ultima volta in cui mi sono occupata di matrimoni gay, che non fosse di un mio amico, è stato per Elton John!”.
[…]
Una cosa che non capisci dei politici italiani?
“Da noi è impensabile che un politico non risponda a una domanda. La prima lezione di qualsiasi media training è: il no comment non esiste!”.
Da noi lo fanno tutti, primi ministri compresi.
“Che ci provino non mi stupisce. Mi preoccupa che non arrivino lettere di protesta”.

E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui Luca Telese lascerà Il Giornale per scrivere su Il Fatto. «Ho deciso» si legge sul suo blog «dopo aver visto il nostro premier che insultava Valeria Ferrante, una brava ed educatissima giornalista del Tg3 colpevole di avergli fatto una domanda», dettaglio questo che mette in evidenza non solo la coerenza del giornalista sardo (che un anno prima aveva toccato l’argomento proprio con Barbara Serra) ma anche quella del Premier, che, ancora una volta, si conferma un autentico illiberale.
E adesso datemi pure del comunista.

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Il binomio Bruckner-Mahler

15 agosto 2009 Nessun commento »

Negli ultimi tempi ho dedicato ampio spazio alle smargiassate di una schiera di manigoldi; sconfessare certi individui è per me un dovere civico, al pari del voto. Tuttavia, non volendo riempire il mio blog con le loro brutte facce, torno ad un argomento a me molto più caro: la musica.
Se passate da queste parti per la prima volta non sapete ancora che Bruckner e Mahler figurano tra i miei compositori preferiti, due autori che al primo ascolto generalmente non piacciono a nessuno ma che invece segnano profondamente l’animo di chi, come il sottoscritto, è seriamente convinto di possedere un modo di sentire tardo-romantico. Se credessi nella metempsicosi potrei perfino supporre di essere uno di quegli uomini descritti accuratamente da Werfel nei suoi romanzi, potrei essere un Karl, un Franz, forse un Ernst. E a pensarci bene l’Italia di oggi ricorda sotto molti aspetti l’Austria della gaia apocalisse.

Tornando al trascendente Bruckner e al genio grottesco di Mahler, Peter Gammond, profondo conoscitore del repertorio sinfonico (agevolato in questo dall’aver lavorato per la Decca Records), nel suo Bluff your way in music ritiene che accostare Bruckner e Mahler, come molti fanno, sia un errore. C’è del vero, soprattutto se si tiene conto del fatto che molti spiegano questo accostamento facendo riferimento alla lunghezza dei loro lavori. Ma la lunghezza in sé è un dato poco rilevante, si potrebbe mai sostenere che il Signore degli Anelli e l’Ulisse sono romanzi simili perché voluminosi entrambi?

Da una parte c’è Bruckner, un uomo perennemente orientato al divino che però nei suoi lavori non ha mai rinunciato alla razionalità, scrivendo composizioni profondamente strutturate, solide e quadrate; dall’altra Mahler, uomo fragile e dalla personalità complessa, che ha sviluppato uno stile tutto suo, a metà tra serio e faceto, uno stile dove l’amore per il grottesco (v. Titano, Kindertotenlieder) e quello per la natura (i cui suoni cercherà di riprodurre) si fondono in composizioni che non sfociano nella rottura del sistema tonale, ma che senza dubbio – per la prima volta – lo mettono seriamente in discussione. Dove cercare dunque il punto di contatto tra i due? Se l’era già chiesto Bruno Walter, noto direttore d’orchestra che ai legami (e alle differenze) tra i due compositori aveva anche dedicato un interessante saggio.

Innanzi tutto non bisogna dimenticare che il giovane Mahler collaborò con il maturo Bruckner e che vide in lui il suo diretto predecessore, ma è soprattutto il contesto storico in cui vivono – l’Austria imperiale che da lì a poco si baloccherà nella sua dissoluzione – a esercitare su entrambi una comune tensione interiore, che ognuno però svilupperà a suo modo. Reiterazione (di chiara influenza wagneriana), falsi finali ed una concezione epica della coda nel primo; forzatura del sistema tonale e stile volutamente parodistico (v. il Rondo-Burleske della Nona) nel secondo. Bruckner, fervido credente, annuncia la morte e innalza lodi al Signore; Mahler – il cui rapporto con la fede è ben più complesso – cerca di esorcizzare le sue paure guardando alla vita con uno sguardo sardonico, ma non rinuncia per questo a profonde riflessioni sulla precarietà dell’esistenza umana.

Personalmente ritengo che si sia soliti accostare i due non tanto per una somiglianza formale ma per il rapporto di continuità che li tiene inevitabilmente legati. Alla morte di Beethoven si svilupparono infatti due linee di pensiero, quella conservatrice brahmsiana e quella innovatrice wagneriana, soffermandoci su quest’ultima è impossibile non individuare – sempre tenendo conto delle dovute differenze – in Wagner il padre di Bruckner, in Bruckner il padre di Mahler e in Mahler il padre della Seconda Scuola viennese (Schönberg, Berg, Webern). Immaginando lo sviluppo storico della musica come un percorso non si può concepire il lavoro di Mahler senza considerare quello del suo predecessore, così come non si può studiare il lavoro della Seconda Scuola di Vienna ignorando il ruolo di spartiacque rivestito dal compositore boemo.

E dunque Bruckner e Mahler, simili e diversi al tempo stesso, legati da un comune sentire che è struggimento e passione, dubbio e ricerca di una verità altra. Superiore, trascendente.

Mir war auf dieser Welt das Glück nicht hold!
Wohin ich geh? Ich geh, ich wandre in die Berge.
Ich suche Ruhe für mein einsam Herz.
Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte.
Ich werde niemals in die Ferne schweifen.
Still ist mein Herz und harret seiner Stunde!

Die liebe Erde allüberall
Blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
Blauen licht die Fernen!
Ewig… ewig…

[H. Bethge / G. Mahler - Die chinesische Flöte / Das Lied von der Erde]

La “scultura sociale” di Abbado

26 maggio 2009 Nessun commento »

Circa un mese fa ho dedicato un post alla prossima stagione dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Oggi è invece stata presentata la stagione 2009/2010 della Scala, ma credo che l’attività del tempio della lirica sia già promosso egregiamente, per cui mi soffermerò solo su un punto, quello che ritengo più importante: il ritorno di Abbado.

Per chi non lo sapesse, Claudio Abbado è tra i miei direttori d’orchestra preferiti, non solo per competenza, ma anche perché riesce a trasmettere la sua passione per la musica come pochi altri al mondo: non solo agli spettatori, ma anche agli esecutori, aspetto a mio avviso fondamentale per una buona direzione. Inoltre Abbado è – sempre secondo il mio modesto parere – uno dei migliori interpreti delle sinfonie di Mahler e dal sottotitolo del mio sito è possibile capire quanto io sia attaccato al compositore boemo!
A centocinquanta anni dalla nascita di Mahler, Abbado condurrà alla Scala l’imponente Ottava  Sinfonia (anche detta “Sinfonia dei Mille” per l’elevato numero di esecutori richiesti).

Come è riuscita la Sovrintendenza a convincere Abbado a dirigere nuovamente l’orchestra della Scala dopo ventitre anni di assenza? Impegnandosi alla piantumazione di 500.000 alberi nella città di Milano di cui già 90.000  dal prossimo giugno. Un cachet ecologista, quello di Abbado, che mi fa apprezzare ulteriormente il direttore d’orchestra milanese.

Dunque Abbado come Beuys (v. “7000 Eichen” per Documenta 7). E Milano sempre più verde in vista dell’Expo.