Intermission #3

25 giugno 2010 1 commento »

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PS: cappellino tedesco, segno di protesta contro la nazionale di calcio italiana :D

L’Italia non è la DDR

18 giugno 2010 1 commento »

C’era una volta la Stasi, l’istituzione che per quasi quarant’anni ha sorvegliato gli abitanti di tutta la Germania Est, registrando telefonate private e spingendo i cittadini alla delazione: al minimo sospetto si veniva denunciati alle autorità e da quel momento tutto veniva registrato. Ogni conversazione, ogni battito di ciglia, ogni incertezza. In quegli anni la diffidenza era all’ordine del giorno, tutti vedevano nel vicino di casa una probabile spia al servizio dell’Occidente, e così nel giro di poco tempo, segnalazione dopo segnalazione, quasi tutti gli abitanti della DDR si ritrovarono schedati dal Ministero per la Sicurezza di Stato. Ogni tanto in Germania si rispolverano certe vecchie abitudini (per esempio proponendo l’uso di “virus ministeriali” per sorvegliare l’attività sul web dei cittadini) ma per fortuna i tempi cambiano, la guerra fredda è finita da un pezzo e i metodi della Repubblica Democratica Tedesca sono soltanto un lontano ricordo.

C’è un film che racconta cosa accadeva nella Germania Est in quegli anni, Le vite degli altri, vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2007. Oggi quel film è sulla bocca di chi difende la legge sulle intercettazioni voluta dall’attuale maggioranza. Ma il diritto alla privacy è una scusa, l’Italia di oggi non è la Germania di ieri e il governo dovrebbe avere ben altre priorità. Difendere la classe politica da intercettazioni selvagge che turbano l’ordine pubblico e, ancor di più, la vita dei sorvegliati, la cui reputazione viene così danneggiata, non rappresenta un’impellenza.

Giornalisti ed editori – nessuno escluso – sono da sempre responsabili per quello che scrivono e pubblicano. Ogni volta che qualcuno si è sentito offeso dalle parole di questo o di quel giornalista ha potuto ricorrere alla giustizia per lavare l’onta subita. Già oggi si arrivano a chiedere risarcimenti fuori da ogni logica, risarcimenti che non tengono conto dell’effettiva disponibilità economica di chi, qualora venisse reputato colpevole, dovrebbe mettere mano al portafoglio. Questi comportamenti uccidono l’informazione e obbligano al silenzio già molti giornalisti.  Se non fosse certo di essere nel giusto, nessun editore – immaginate poi quello squattrinato – pubblicherebbe un’inchiesta-bomba sapendo di incorrere in dispendiose battaglie legali con richieste per danni che non stanno né in cielo né in terra. Dunque che senso ha spingere per pene ancora più severe? Non è così che si otterrà un giornalismo più responsabile, fermo restando poi che, per dirsi moderno, un Paese non può rinunciare né al diritto d’informazione né al diritto di critica.

E’ vero che molti Paesi prevedono già norme come quelle che verrebbero introdotte in Italia con questo decreto legge ma – ce lo ricorda la stampa estera – l’Italia non è un Paese come tutti gli altri. E’ un Paese dove la corruzione è all’ordine del giorno e dove la giustizia ha i suoi tempi. In Italia aspettare la fine delle indagini preliminari per dare notizia di uno scandalo significa tenere all’oscuro una cittadinanza già poco informata su questioni di rilevanza nazionale.

Per tutte queste ragioni anche io mi schiero contro una legge che mira soltanto all’inasprimento delle pene e che finisce con l’obbligare al silenzio chi si occupa di informazione, una legge scellerata per cui si è chiesto persino il carcere ai cronisti, una legge con cui non si intende tutelare la privacy ma ritardare la circolazione di notizie scomode.
L’Italia non è la DDR, semmai ricorda sempre di più la Russia di Putin…

(editoriale pubblicato sul numero 97 di Ateneo Palermitano)

Bravo Frattini, ma il mercato vede e provvede

17 giugno 2010 1 commento »

L’Italia fa la voce grossa, o almeno ci prova. Il Ministro degli affari esteri ha annunciato che l’Italia giocherà la carta del veto qualora l’UE non dovesse prendere in considerazione la proposta di un calcolo aggregato del debito. Una posizione forte e inaspettata, una piacevole sorpresa. Con questa mossa l’Italia cerca di riconquistare una posizione centrale in Europa.

Veniamo alla proposta. Un’analisi del debito aggregato rafforza l’immagine dell’Italia: se è vero che un confronto con il debito pubblico degli altri Paesi non gioca a nostro favore, è anche vero che l’Italia, a differenza degli altri Stati europei, può contare su un minore debito privato e su un ragionevole debito degli istituti di credito. Un calcolo aggregato del debito, che tenga conto anche degli altri fattori, riporterebbe l’ago della bilancia verso il livello della sostenibilità. L’espediente potrebbe avere effetti positivi sui mercati, dunque un plauso al Ministro Frattini.

Non si perda di vista però la riduzione del debito pubblico, deve essere la priorità assoluta. Ciò che temo è che il governo possa adagiarsi sugli allori, risollevato dal fatto che il debito pubblico è controbilanciato da altri fattori. Per quanto riguarda le banche, con i nuovi accordi di Basilea i nostri istituti di credito genereranno profitti minori e il quadro presenta tinte ancora più fosche se si tiene conto dell’indiscriminato “tassa e punisci” proposto da Frau Merkel. E il debito privato? E’ vero che gli italiani sono abili risparmiatori, ma una maggioranza che ha fatto della riduzione delle tasse il suo cavallo di battaglia non può pretendere che ora i cittadini diventino la garanzia a copertura del debito pubblico.
Queste cose gli investitori le sanno, non si creda di poterli gabbare con così tanta facilità.

Resto della mia opinione: tagli alla spesa corrente per ridurre il debito pubblico, in modo da liberare risorse per lo sviluppo ed evitare così la spirale deflazionistica causata da tagli al deficit in assenza di una politica di sviluppo. Solo allora i mercati torneranno a fidarsi dell’Italia.

Marcegaglia for President! #2

11 giugno 2010 Nessun commento »

Zapatero e Berlusconi in conferenza stampa: ennesima figuraccia?

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Lascio giudicare ai visitatori, l’aspetto su cui vale la pena soffermarsi a mio avviso è un altro. Prima di lasciare la conferenza stampa il Premier ha detto di invidiare Zapatero perché la Spagna può contare su un minore debito pubblico rispetto a quello italiano. Ebbene sì, invidiamo chi sta «con le pezze al culo».  Tesi contradditoria che però ha il merito di riportarci alla reale natura del problema, perdonatemi se sono ripetitivo.

Le misure correttive (minori rispetto a quelle di Francia, Spagna e Germania) servono a ridurre il deficit, ma, diversamente dai Paesi citati, noi dobbiamo fare i conti con un rapporto Pil/debito più grave e non è detto che una manovra anti-deficit possa portare anche a una significativa riduzione del debito. Prendiamo per buone le stime del Fondo Monetario Internazionale: deficit al 5,2% e debito pubblico al 118,6%. Francia, Spagna e Germania hanno un problema di deficit – problema che contrastano in maniera più decisa – ma il loro debito pubblico non è troppo distante dalla soglia richiesta dal Patto di Stabilità. L’Italia è abbondantemente oltre e affronta quindi una situazione più complessa.
Per non parlare della politica di sviluppo, che dovrebbe essere di primaria importanza quando si avvia l’iter parlamentare di una manovra – sacrosanta – che però rischia di deprimere l’economia nazionale. Ancora una volta mi ritrovo nelle parole di Emma Marcegaglia:

Ridurre la spesa pubblica è una priorità per liberare risorse destinate alla crescita, lasciare più spazio al mercato, abbassare la pressione fiscale, alleviare l’aggiustamento a carico delle future generazioni.

Anziché invitarla a prendere il posto di Scajola, Berlusconi non può limitarsi a fare tesoro delle parole di questa saggia donna?