Un paio di giorni fa si sono affrontate – a Otto e mezzo, la rubrica d’approfondimento condotta da Lilli Gruber – questioni su cui mi sono soffermato anche io in questi giorni: lo strapotere di Google, la vendita dei giornali online, l’autoregolamentazione dei cosiddetti “siti dell’odio”. Per vedere la puntata cliccate qui; le mie riflessioni partiranno proprio da ciò che hanno detto in trasmissione il direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta, e il celebre studioso Nicholas Negroponte.
Un mondo senza carta?
Riotta crede che «i giornali di carta non abbiano un grande futuro», Negroponte addirittura pensa già ad un mondo totalmente senza carta. E’ probabile che in futuro l’intero sistema dei media verrà ripensato, ma, volendo stare con i piedi per terra, credo che la morte della stampa tradizionale avverrà non prima dei prossimi cinquant’anni. Almeno qui in Italia, dove Internet fatica a guadagnare una posizione di rilievo, un po’ per il digital divide, un po’ per la popolazione anziana priva di competenze tecniche. Se poi prendiamo per vera la stima riportata dal New York Times, secondo il quale l’informazione, per il 95%, riproduce ciò che viene scritto sui media tradizionali, c’è ancora tempo per recitare il De profundis della stampa. Infine, pur avendo molta stima delle opinioni di Negroponte, mi auguro che la carta non scompaia totalmente dalle nostre case: l’ambiente ringrazierebbe ma non possiamo correre il rischio di dipendere esclusivamente dall’uso di una tecnologia. Sarà che il mio amore per biblioteche e archivi di Stato mi fa inorridire di fronte ad una simile eventualità.
L’informazione di qualità
L’informazione di qualità costa e siccome deve progressivamente spostarsi sul web è giusto allora che i giornali online diventino a pagamento. La tesi è fondata ma difficile da difendere, non solo perché il giudizio sulla qualità è soggettivo. Per prima cosa, come ha sottolineato lo stesso Negroponte, ci sono molti modi per pagare il lavoro di redazione e non è detto che debbano essere i consumatori a farsi carico della spesa. In secondo luogo esistono varie difficoltà tecniche, da quelle relative alle modalità di pagamento (sempre viste con una certa diffidenza qui in Italia) alle misure di protezione del copyright, vista la facilità con cui si possono riprodurre contenuti testuali sul web. E come legittimare la richiesta di soldi se gli stessi contenuti possono essere letti altrove (per esempio su altri giornali generalisti non a pagamento)? Senza dimenticare che in Italia molti lettori hanno già notevoli difficoltà nel riconoscere un valore al prodotto su carta: sarà difficile convincerli di poter trovare questa presunta qualità nelle edizioni online. Infine c’è una questione fondamentale che ribadisco ancora una volta: in Italia manca totalmente una cultura della crossmedialità. Finché le redazioni concepiranno contesti multipiattaforma secondo logiche da “copia e incolla” l’edizione online e quella mobile non verranno mai percepite dai lettori come prodotti di qualità.
Baghdad
Riotta ha ragione nel sostenere che i grandi giornali non hanno rivali nell’informare da aree del mondo pericolose; a mio avviso però ne trae conclusioni sbagliate. Il bureau del Washington Post di Baghdad dovrebbe indurci a riflettere sull’importanza che riveste tuttora la stampa tradizionale, è una prova ulteriore che la stampa tradizionale può avere ancora un suo spazio e che edizione online ed edizione cartacea sono in realtà prodotti complementari, non sostituti. Secondo me anche sul ruolo dei blogger Riotta, che pur conosce il web molto bene, commette qualche imprecisione: è vero infatti che il blogger che va in Iraq viene ucciso alla prima occasione, ma, ahimè, è anche vero che a molti giornalisti è toccata la stessa sorte (giusto per tenere vivo il ricordo di alcuni inviati italiani morti all’estero: Antonio Russo, Maria Grazia Cutuli, Ilaria Alpi). In Iran i blogger stanno giocando un ruolo determinante e gli studiosi concordano nel ritenere i blog un ottimo strumento per ricevere informazioni locali. I blog non sono i giornali del domani (non hanno la pretesa di esserlo) ma rappresentano comunque un attore da tenere in considerazione.
I siti dell’odio
La campagna denigratoria nei confronti del web e, nello specifico, dei social network (Facebook su tutti) sta alimentando il disprezzo di quanti, pur non conoscendo a fondo il mezzo e le sue dinamiche, non esitano a sparare giudizi e azzardare paragoni, spesso iperbolici e assolutamente fuori luogo. Esiste un problema-troll sul web, come confermato dal mio precedente post, ma Internet mette a disposizione degli utenti anche gli strumenti per porvi rimedio, ecco perché Negroponte (ed io con lui) invoca l’autoregolamentazione al posto dell’intervento statale, che, oltretutto, sarebbe di difficile applicazione (a meno che non si voglia chiudere totalmente l’accesso ai social network dove si presenta il problema, ma per fortuna l’Italia non è la Cina).
Google
Secondo Riotta Google decide cosa è importante e cosa no per il 99,9% degli utenti e questo monopolio va rotto in nome di un maggiore pluralismo. A suo avviso è inaccettabile che il colosso di Mountain View decida in che ordine mettere i risultati di una qualsiasi ricerca: alcuni navigatori – una minoranza – magari andranno a caccia del millesimo risultato, ma la maggior parte degli internauti si fermerà alla prima pagina. Non condivido l’analisi. La gente fa ricerche su Google non per assenza di alternative ma semplicemente perché si trova bene e non ha ragione di cambiare motore di ricerca. Prima del boom di Big G, io, per esempio, usavo Altavista e MetaCrawler, poi sono passato a Google. I due motori citati esistono ancora, come tanti altri, ma io continuo a usare Google. E’ una scelta, non una costrizione, e non si può parlare di monopolio. Quali sarebbero le barriere che Google sfrutta per sbaragliare la concorrenza? “Culturali”? Vorrei ricordare che fino a poco tempo fa Live search (ora Bing) di Microsoft era altrettanto considerato, così come il motore di ricerca di Yahoo. Dove è stata la bravura di Google? Nell’aver saputo sfruttare il carrozzone dei programmi open source prima, nell’averne sviluppati di propri poi. E se consideriamo le recenti affermazioni di Asa Dotzler (direttore dello sviluppo di Mozilla, storico alleato di Google) – secondo il quale Bing ha una politica per la privacy migliore rispetto a Big G – mi pare evidente che c’è ancora concorrenza nel mercato dei motori di ricerca. Il problema del criterio di indicizzazione, infine, è un problema che riguarda tutti i search engine, la principale differenza è che Google tende a dare maggior peso alla popolarità di un sito (non alla pertinenza), partendo dal presupposto che se un sito è più popolare evidentemente è anche più attendibile. L’idea di fondo è criticabile (bisogna dire però che a volte sbaglia… spesso azzecca!) ma non si può imporre ad una azienda privata di modificare il proprio modus operandi. Diversa è la questione dei “link sponsorizzati” ma non mi pare sia considerato un problema concreto dagli utenti. Chi non ama questo sistema può utilizzare per le sue ricerche altri motori di ricerca; chi non è soddisfatto del piazzamento del proprio sito farebbe meglio ad ottimizzarne l’indicizzazione, anziché lamentarsi.
Una proposta
Sarebbe il caso di considerare edizione cartacea e online come prodotti complementari che possono coesistere, ovviamente diversificando i prodotti in maniera significativa (del resto si tratta di forme di consumo diverse); ottimizzare le spese redazionali puntando ad una crossmedialità autentica e richiedendo competenze maggiori ai giornalisti che in futuro dovranno essere anche un po’ tecnici (servono redazioni che sappiano lavorare ad ampio raggio); non censurare la Rete, non chiudere i social network, non vincolare Google o qualsiasi altro motore di ricerca; e possibilmente cercare di rilanciare il settore pubblicitario, che ormai svende gli spazi (soprattutto sul web) costringendo i giornali a tagli impressionanti e ad un impoverimento generale della qualità, anche nella versione cartacea.
I post più commentati