Voce di donna
La Sere non riesce a liberarsi delle parole dell’Attilio per la sua Ninetta. Allora le faccio il verso – come sono dispettoso – e propongo sul mio blog un diverso modo d’amare. Un gioco speculare: visto che la Sere prende in prestito le parole di un uomo, io userò quelle di una donna. Una donna che conosceva bene il significato della parola “abnegazione” (altri tempi, infatti quelli che seguono sono versi scritti nel lontano 1937).
«Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo -
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore;
Che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.»
(Antonia Pozzi, Voce di donna)









03 marzo 2010 - 22:33
Ma tu pensa: l’Antonia!
Te non lo sai, ma io ho passato mesi in sua ideale ed esclusiva compagnia. Fu in piena depressione: me la sentivo una figura di donna disastrosamente affine; forse speravo, “studiando” le sue poesie e la sua vita, di riuscire se non altro ad evitare quell’inciampo grandissimo che la fece definitivamente cadere.
Be’ però dài: considerata l’infinita, disperata fame di amore che aveva questa donna, secondo me le parole dell’Attilio per la sua Ninetta sarebbero piaciute un sacco anche a lei
“Che tu mi chiami, / che tu mi usi”… Non credere: anche io – che un po’ d’altri tempi forse lo sono, mentalmente – ho conosciuto il significato della parola abnegazione: l’ho conosciuto così duramente da promettermi che, possibilmente, mai più. Perché spesso abnegazione fa rima con annullamento di sé. Non dico sempre: ma spesso.
Pensa dove l’ha portata, l’Antonia, tutta questa meravigliosa abnegazione in potenza (e dico “meravigliosa” senza alcun sarcasmo, eh, perché è uno stato illuminato, quando non ti distrugge).
Il modo dell’Attilio, quello dell’Antonia, quello mio di adesso: secondo me son facce della stessa medaglia, tappe successive, evoluzioni.
Ciao Dispettoso, e grazie di esserti permesso
03 marzo 2010 - 23:54
Immagino la depressione. Io l’Antonia avrei potuto amarla, come non amare una donna così dolce e fiera del suo amore? La fine che ha fatto è un esempio tragico di abnegazione ma non è detto che debba sempre andare così. Per me abnegazione fa rima con pazienza, è la forza della perseveranza prima ancora del sacrificio. L’Antonia era senza dubbio una donna fragile ma ammiro la forza d’animo con cui ha cercato di opporsi alle avversità. Alla fine ha dovuto ugualmente ammettere la sconfitta, ma quanti, oggi, correrebbero il rischio? Oggi battiamo la ritirata alle prime avversità. Non si combatte nè tantomeno si cerca di resistere strenuamente.
L’Attilio è affine all’Antonia, non complementare (secondo me). Attilio, come dici tu, è l’uomo che teme l’abbandono, non l’uomo che va al fronte. E Antonia non è la Ninetta, ma la donna che attende il ritorno del suo soldato (è lei l’abbandonata!). Oggi mancano donne come l’Antonia ma non ci sono più neanche i soldati (e non mi riferisco soltanto a chi, indossata la divisa, va a fare la guerra). Il nostro mondo è tristemente vacuo, i rapporti sono precari come gli impieghi e la serietà è latitante. L’Antonia avrà anche fatto una brutta fine, ma la profondità dei sentimenti che hanno nutrito il suo spirito me la fanno invidiare nonostante tutto.
Ma, suvvia, non deprimiamoci!
04 marzo 2010 - 17:01
Be’ da un lato sono d’accordo (la “pappamollaggine” emotiva e generalizzata di questi tempi), dall’altro mi rimane qualche perplessità circa la seguente domanda: meglio sentire profondamente e poi soccombere, o sentire tiepidamente ma rimanere più o meno integri?
Son circa dieci anni che me lo chiedo: così tanto che ormai la risposta non conta neanche più.
(la terza ipotesi – sentire profondamente e vivere felici e contenti – non mi riesce proprio, prenderla in seria considerazione).
Infine: considera però anche il coraggio di ammettere la propria paura dell’abbandono: è una cosa che ti rende infinitamente vulnerabile. Significa mettersi completamente nudi davanti ad un’altra persona, sperando che abbia pietà di te. E per me l’amore è nient’altro che questo. Be’: “anche” questo. Primariamente questo, forse.
Ecco
05 marzo 2010 - 11:34
Morte le grandi narrazioni, è rimasta soltanto la pappamollagine, che si riflette anche all’interno della coppia. La donna un tempo era il forte; l’uomo-soldato lo proteggeva, lo difendeva e nel forte, a sua volta, trovava rifugio. Oggi l’uomo è disertore e la donna un forte abbandonato. Tuttavia credo che col tempo si riscopriranno valori oggi trascurati, ecco perché non c’è da disperare.
Meglio un giorno da leoni o cento da pecora? Nessuno ha la risposta ma il mio animo tardo-romantico mi farebbe propendere per lo slancio del leone. Si rischia di capitolare e si mette in pericolo la propria integrità, ma tu vuoi vivere o sopravvivere? Ti faccio un esempio che esula dal rapporto di coppia. Quando ero al ginnasio volevo studiare giurisprudenza e fare il notaio: soldi, vita tranquilla e tanti saluti. Poi mi sono chiesto: ma lo vuoi davvero? Sembrava così triste e banale, in linea con la logica del “produci, consuma, crepa” (cit.) e io ho sempre voluto qualcosa di diverso, qualcosa di più. Così mi sono detto: al diavolo, seguirò le mie passioni e i miei ideali anche a costo di morire di fame. E infatti oggi muoio di fame, ma sai che soddisfazione?
L’abbandono. Un tempo faceva paura anche a me ma oggi vivo serenamente la mia natura randagia. I randagi non possono essere abbandonati, prendono soltanto quello che c’è da prendere. Ci sono le pulci, si fa la fame e d’inverno fa freddo. Ma sempre meglio che cercare di adattarsi alle leggi di un branco che non senti tuo. Esempio: alla fine dell’ultima relazione la mia ex ha ripescato tutti quei contatti che negli anni aveva criticato, irriso e scartato perché “volgari e provincialotti”. Oggi li ripesca come se niente fosse e la ragione è semplice: perché la gente cerca i suoi simili. Per chi ha sangue randagio è diverso, sei destinato a sentirti comunque estraneo. Salvo sporadiche eccezioni, anche in coppia. Forse perché, di fronte al timore di rimanere soli, tendiamo ad accontentarci di ciò che abbiamo. Un compromesso individuale che spesso non porta a nulla, perché se uno deve sentirsi solo anche in coppia tanto vale esserlo davvero e continuare a cercare il proprio forte (o il proprio soldato), l’unico che varrebbe la pena difendere (o accogliere).
Ingenuo il mio pensiero, intriso di ridicolo idealismo, ma meglio avere idee balzane che non averne proprio.
05 marzo 2010 - 19:33
Mannò, l’idealismo secondo me (ahimè!) non è mai ridicolo. E poi anch’io (ri-ahimè!) ho un animo fondamentalmente tardo-romantico: opportunamente occultato insonorizzato mortificato, per tanti di quei motivi (tra cui un fastidioso istinto di sopravvivenza)… ma quello è, quello rimane.
E sicché sospiro e ti/mi capisco.