Il futuro dell’informazione online

Quella che segue è una rapida analisi delle entrate e delle uscite di un giornale, in base alla sua tipologia.


Quando alcuni editori della stampa tradizionale propongono di far pagare le edizioni online puntano all’introduzione di una nuova voce tra le entrate. Motivano questa scelta facendo riferimento alle spese di redazione: le notizie vengono distribuite gratuitamente ma la loro produzione è retribuita. Eppure la stampa free press, che rinuncia alla vendita per puntare esclusivamente sulla pubblicità, con gli introiti pubblicitari paga redazione, tipografia e  distribuzione (i giornali online neanche devono fare i conti con queste ultime due voci di spesa).

Si dirà allora che la stampa free press non è un prodotto di qualità e che invece i giornali online, una volta a pagamento, mirano a diventarlo. Premesso che la percezione della qualità può essere molto soggettiva – quindi non si può archiviare la questione in maniera così sbrigativa – siamo davvero sicuri che si chieda ai giornali online di diventare come le testate a pagamento su carta? La mia idea è che, almeno a livello teorico, giornale cartaceo ed edizione online differiscano per forme, contenuti e modalità di consumo.

Purtroppo in Italia si fatica a capire questa grossa differenza. Una conferma? Provate a visitare i siti delle principali testate su un iPhone e, ve l’assicuro, avrete un fastidioso mal di testa dopo il primo minuto di navigazione. Sarete infatti sommersi da una infinita carrellata di parole; chi lavora su quelle piattaforme concepisce ancora il prodotto mobile uguale a quello su carta. Nulla di più sbagliato, perché chi legge il quotidiano su un iPhone si aspetta altro, non il contenuto dell’intero giornale riportato, con un feroce copia e incolla, all’interno di uno schermo di 89 mm!

Non dimentichiamo poi che l’inversione di rotta proposta da Murdoch deve essere compatta per avere successo: finché la maggior parte dei giornali online rimarrà disponibile gratuitamente la gente non metterà mano al portafoglio per un sito a pagamento che, nella sostanza, scrive le stesse cose degli altri. * D’altra parte quando gli editori hanno cominciato a puntare sul web hanno deliberatamente scelto di offrire i contenuti gratuitamente; ora stanno cercando di operare in un’altra direzione, non me ne stupisco, ma non si può spacciare quella che è stata una precisa scelta strategica degli editori per una richiesta illegittima dei consumatori, o, ancora peggio, per un furto.

Qualcosa potrà cambiare con la diffusione dei nuovi dispositivi smartphone (BlackBerry, iPhone, ecc.): già si aggira il problema facendo pagare abbonamenti online per l’uso di alcune applicazioni ma sbaglia di grosso chi pensa di aver trovato, nelle nuove tecnologie, la panacea di tutti i mali. Parliamo infatti di prodotti ancora poco diffusi nel Paese e solo una piccola parte di chi li possiede usa certe applicazioni.

* diverso è il caso di quelle testate (specialistiche, organi di partito, ecc.) che, potendo contare su una certa unicità dei contenuti, non vedono replicate le loro notizie altrove.

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