Google contro tutti o viceversa?
In un mio vecchio post avevo già scritto di informazione tradizionale e news online. Ma cosa è cambiato da allora? Per cominciare il Giornale di Sicilia ha riportato in vita il sito della testata (meglio tardi che mai); Murdoch invece ha insistito per avere giornali online a pagamento e Google, assecondando in parte le pretese di alcuni editori (come Murdoch, ma vale la pena ricordare anche le critiche di De Benedetti e Confalonieri), ha messo in luce i limiti (tecnici) di simili richieste e ha ribadito la propria posizione (tanto che lo stesso De Benedetti ha scritto che il First Click Free appare «più un diversivo che un cambiamento di strategia»).

Il potere del colosso di Mountain View preoccupa anche la politica. In Francia, dove una sentenza ha già interrotto la digitalizzazione di testi di Google Books, si sta pensando ad una “googletax” per colpire i grandi del web (Google, Yahoo! e Facebook); in Germania il ministro della Giustizia Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ha accusato Google di puntare alla creazione di «giganteschi monopoli, come la Microsoft»; in Italia l’Antitrust sta valutando, da mesi ormai, la posizione del servizio Google News.
Ma Google è davvero il male? Big G ha superato la concorrenza nel mercato dei motori di ricerca, ricorrendo a politiche innovative e riuscendo dove altri hanno fallito, o meglio: dove altri non hanno saputo cogliere tutte le opportunità. E’ questa una colpa? Forse secondo alcuni editori, che oggi criticano il colosso statunitense perché, attraverso Google News, mette a disposizione i contenuti dei singoli giornali all’interno di un enorme aggregatore di notizie. Proviamo a ribaltare il punto di vista: quanti accessi provenienti da Google e da Google News ricevono ogni giorno queste testate? Un’infinità. Si tratta quindi di uno scambio equo, perché se è vero che a produrre i contenuti sono i giornali – e non Google – è altrettanto vero che a portare i visitatori sui giornali – gratuitamente – è proprio il noto motore di ricerca. E maggiore è il numero di visitatori, migliori sono i contratti pubblicitari. I critici allora tirano in ballo la storia della trasparenza: sapete, il misterioso algoritmo attraverso il quale Google gestisce l’indicizzazione dei contenuti. Per vedere tollerata la propria posizione all’interno del mercato, Google dovrebbe rivelare pubblicamente (quindi anche ai concorrenti) il punto di forza del proprio business. Una pretesa ardita, se teniamo conto della tutela del segreto industriale.
Purtroppo si riservano elogi a Google solo quando si tratta di sottolineare la sua mission democratica (è di oggi la notizia secondo la quale il motore di ricerca non filtrerà più le ricerche in Cina: un altro passo verso la conquista dei diritti civili in un Paese dove ancora vige la censura), quando invece si parla di profitto…









14 gennaio 2010 - 15:10
[...] luce delle riflessioni di ieri, ho deciso di affrontare la questione in maniera un po’ più ordinata. Quella che segue è [...]