Alla fine Emanuele Filiberto è stato ripescato e con lui Valerio Scanu. Trova fondamento la tesi di chi l’anno scorso aveva criticato la vittoria di Marco Carta, il ragazzo che, avendo precedentemente partecipato ad “Amici”, il famoso programma della De Filippi, poteva contare sul supporto di fan pratici di televoto. Quest’anno a salvarsi sono stati invece il principe dei reality di danza e un altro prodotto della Maria nazionale. I filomonarchici hanno poco da esultare, quanto ho scritto resta sostanzialmente valido (e infatti Emanuele Filiberto è stato fischiato ancora); ci sarebbe semmai da riflettere sulle dinamiche del televoto, chi ha già partecipato a programmi che ne prevedono l’uso di fatto si trova agevolato.
Come confermato dai referrer, alcuni nostalgici della monarchia borbonica hanno mostrato un particolare interesse per il blog dopo l’intervento sui Savoia ma ci tengo a precisare che la mia non voleva essere una critica al processo di unificazione del Paese bensì una critica a questa (Savoia) o a quella (Borbone) monarchia. Oggi vorrei soffermarmi in particolar modo su quest’ultima. I nostalgici non hanno ancora capito che Carlo di Borbone preferisce tenersi distante dalla politica attiva, nonostante più volte i filomonarchici abbiano cercato di coinvolgerlo. E se anche dovesse cambiare idea, rimarrebbe comunque all’interno del sistema istituzionale repubblicano, dubito che sarebbe così poco lungimirante da voler ripristinare il Regno delle Due Sicilie. La mia avversione per il separatismo è cosa nota, l’Italia per conservare un peso nello scacchiere internazionale deve restare unita, non può dividersi in stati e staterelli così come è stato per tre secoli di fila (secoli, infatti, in cui erano gli altri a decidere le nostre sorti). Ma se anche fossi un separatista mi toccherebbe ammettere che, pure in presenza di un fondamento storico (cosa che invece non può rivendicare la fantomatica Padania) il sud non ha l’indipendenza economica per provvedere alla propria autonomia. Dunque, anche solo per pragmatismo, una simile ipotesi è da scongiurare. E del resto sarei il primo a organizzare la rivolta, un bel regalo di compleanno per il sovrano, come a Palermo nel 1848.
Non vedo come si possa giustificare oggi, nel XXI secolo, un’impronta monarchica. Diritto divino? Poteva avere senso quando vigeva l’oscurantismo e la percentuale di analfabeti al sud era prossima al 100% ma oggi l’Italia, anche se si sta impoverendo sul piano culturale, per fortuna è ben lontana da quei tempi. E poi, se fossi re, certamente non scomoderei Dio. L’epoca dei sovrani che imponevano le mani sugli scrofolosi è finita; anche se in Italia ci sono tuttora sparuti gruppi di sanfedisti che invocano il diritto divino, oggi si preferisce parlare di laicismo. La verità è che le monarchie non hanno più motivo d’esistere. La popolazione non è disposta ad accettare nuovamente che uomo si metta a capo della comunità, per diritto ereditario poi! Un’offesa all’intelligenza umana e all’emancipazione dei cittadini. Eppure qualche monarchia sopravvive. Già, è vero, ci sono quelle costituzionali: il re messo lì per rappresentanza, come bene museale. Un’ipotesi di questo tipo sarebbe da evitare perché, per prima cosa, offenderebbe il re! E poi il suo corrispettivo nel sistema repubblicano esiste ed è il Presidente della Repubblica, con un vantaggio non di poco conto: il mandato è limitato nel tempo mentre un sovrano è per la vita.
Sua, ovviamente…
I separatisti del nord farebbero meglio a vedere nell’Italia un’opportunità: i mercati europei sono saturi e nei prossimi decenni diventeranno sempre più importanti quelli dei Paesi in via di sviluppo nel sud del mondo. Il ruolo del meridione è chiaro, lo impone la nostra cultura marittima (nel senso schmittiano dell’espressione). I separatisti meridionali invece farebbero meglio a dimenticare il Regno. Bisognerebbe combattere quella criminalità che impedisce lo sviluppo del sud e investire su una classe imprenditoriale e amministrativa degna di questo nome. Troppo comodo dire che il governo pensa solo alla questione settentrionale quando, tra le fila di maggioranza e opposizione, si vedono numerosi politici del sud. Allora il problema sarebbe da cercare nella scelta dei rappresentanti, non nella forma dello Stato.
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