Yeah!!! Bret Easton Ellis rosica!

30 gennaio 2010 2 commenti »

L’avrete sicuramente letto altrove, è morto Salinger.
Quello che forse non sapete è che Bret Easton Ellis, l’autore di American Psycho, Glamorama e altri best seller, ha reagito così alla notizia:

Yeah!! Thank God he’s finally dead. I’ve been waiting for this day for-fucking-ever. Party tonight!!!

Insomma, muore Salinger e Bret Easton Ellis festeggia. Per i suoi fan sarà pure un genio della polemica ma per gli uomini terra terra come il sottoscritto chi scrive certe boiate è solo un povero coglione (perdonate l’espressione). Non importa come fa di cognome e se vende migliaia di copie, resta comunque un coglione (chiedo venia ma oggi non trovo altre parole). Sarò banale ma trovo di pessimo gusto scrivere qualcosa del genere alla morte di qualcuno. Se poi vuoi proprio fare l’alternativo almeno non scrivere in quella maniera ridicola. Terzo, chi credi di essere?

Per come la vedo io la modernità ha dato vita ad una generazione di palloni gonfiati irrispettosi verso il lavoro di chi li ha preceduti. Giusto per intenderci farò alcuni nomi: Giovanni Allevi, Quentin Tarantino, Bret Easton Ellis… Con questo non voglio dire che i loro lavori sono da cestinare – in camera mia, per esempio, ho un grande poster delle Iene di Tarantino – ma l’arroganza di certi individui mi mette tristezza. Sarà che finisce con l’attirarsi la mia antipatia chi si autoproclama genio e innovatore, il migliore in assoluto. Al di là dei proclami, è il tempo a decidere chi resta e chi invece merita di essere dimenticato.

Sono portato a credere che Bret Easton Ellis, in realtà, sia solo invidioso per l’attenzione riservata a un autore che preferì ritirarsi dalla vita pubblica appena raggiunta la notorietà, ma il suo atteggiamento resta infantile e vile (troppo comodo irridere chi non ha diritto di replica). Sulle scelte personali di Salinger si può discutere, ma vanno comunque rispettate; la vis polemica dell’autore di American Psycho invece lascia il tempo che trova, anche perché se c’è un autore che in qualche maniera ha attinto all’irrequietezza di Holden nella costruzione dei suoi personaggi, ebbene, quello è proprio Bret Easton Ellis.

La cultura come imposizione

28 gennaio 2010 Nessun commento »

Ieri ho accompagnato la mia compagna di mostre (e disavventure universitarie) al Palazzo Reale, che ospita, fino al 31 di questo mese, una ricca esposizione di stampe e antiche pitture del periodo Edo, “Shunga”. Ebbene, in cosa mi sono imbattuto prima di varcare l’ingresso del Palazzo Reale? Nella campagna – ideata dal Ministero per i beni culturali – per rilanciare il nostro patrimonio artistico. Nel manifesto di Milano (ma da una rapida ricerca apprendo che ce ne sono anche altre versioni) alcuni operai stanno portando via il Cenacolo di Leonardo Da Vinci. «Se non lo visiti, lo portiamo via». Una minaccia, la cultura promossa con la coercizione.

Il problema è reale, in Italia diamo per scontato il patrimonio artistico–culturale di cui ci vantiamo. «C’è sempre stato e sempre ci sarà», convinti di ciò, riteniamo di poterlo trascurare. La realtà è ben diversa, il nostro patrimonio necessita di cure continue, difficili da sostenere se la cittadinanza non fa la sua parte. La pigrizia però ha sempre la meglio. «Ho tutta la vita per vedere i sassi di Matera, tanto se ne stanno fermi lì, ad aspettarmi». L’Aquila evidentemente non ci ha insegnato nulla.

Premesso che il problema esiste, la campagna del Ministero può dirsi efficace? Ho qualche dubbio. Il senso di colpa fa parte del nostro ethos ma la cultura non può essere imposizione, altrimenti rischia di allontanare ulteriormente i cittadini che, oltretutto, non sono gli unici responsabili di questo degrado culturale. Le scelte del Ministero per i beni culturali ricordano quelle del Ministero della Salute quando promuove campagne contro il fumo, pur essendo lo Stato a detenere il monopolio sui tabacchi…

Un tempo la Rai trasmetteva le trasposizioni teatrali dei grandi capolavori della letteratura; era possibile imbattersi nel Rigoletto di Tito Gobbi; sul Corriere della Sera scriveva Leonardo Sciascia; a difendere la nostra storia c’era Spadolini; un tempo un Allevi qualsiasi avrebbe fatto tesoro delle critiche di una istituzione come Uto Ughi, anziché rispondere con boria. Oggi cosa abbiamo? La cultura scopico-onanistica del Grande Fratello, gli schiamazzi della tv trash e l’arroganza dei suoi ospiti, Corona che getta discredito su una famiglia di buone penne, gli inni/cartone animato di Loriana Lana (“Silvio forever” non ricorda “Nanà supergirl”?), tronisti che guadagnano più di brillanti ricercatori. E intanto il caos regna nelle Università, nelle Accademie e nei Conservatori. L’Italia – diceva Giovanni Conti in un suo discorso alla Camera – «saprà vivere nel mondo facendo rivivere la sua cultura e le sue arti». Oggi il povero Giovanni Conti si starà rivoltando nella tomba. Cos’è rimasto di questo popolo di artisti e poeti? Ai concerti e all’opera l’età media si aggira sui settanta, si legge poco e il nostro patrimonio artistico è mantenuto principalmente dai turisti stranieri che danno prova di apprezzare i capolavori della nostra arte.  E’ evidente che non si può puntare il dito contro i cittadini, quando manca un’educazione alla cultura le cose non possono andare diversamente. E la coercizione serve a poco.

L’unica nota positiva di questa campagna pubblicitaria è che comunque, nel bene e nel male, fa discutere. Ma non era meglio spendere quei soldi per promuovere qualche mostra?

Si oblitus fuero tui, Ierusalem

27 gennaio 2010 Nessun commento »

Chi sono? Quali sono le mie radici? Tutti prima o poi si pongono simili interrogativi ma soprattutto chi, come me, si ritrova un cognome “esotico” può capire cosa intendo.

Ho già spiegato che i Pomar vengono dalla penisola iberica, in quell’occasione non avevo però accennato all’origine sefardita del cognome. Le nostre radici ebraiche, confermate anche da Alicia Raquel Chajet de Salama sul sito dell’associazione culturale Tarbut Sefarad, spiegano, per esempio, perché lo stemma adottato dai Pomar in Sicilia contenga due stelle – a sei punte – ordinate in palo (cfr. Vincenzo Palizzolo Gravina, “Il blasone in Sicilia”, Brancato Editore).

Nel tempo però si è persa traccia di questa origine sefardita, come è stato possibile? E’ la storia a fare chiarezza. La pratica dell’autodafé nacque nella Francia del XIII secolo ma fu l’Inquisizione spagnola a dare il peggio di sé: i primi ebrei vennero giustiziati il 6 gennaio 1481 a Siviglia ma le persecuzioni si protrassero fino alla seconda metà del XVIII secolo. Con il Decreto di Alhambra (1492) venne invece ordinata l’espulsione di tutti gli ebrei dal Regno di Spagna. Alcuni finsero di convertirsi per mantenere in segreto le proprie abitudini (questo spiega gli autodafé successivi al 1492) ma la maggior parte della comunità ebraica cercò rifugio in altre terre: Impero Ottomano (che all’epoca comprendeva anche Balcani, Anatolia e Levante), Nordafrica, Italia, Fiandre, Americhe. Già allora (ma lo stesso accadde anche dopo l’Olocausto, come ricordato da Gad Lerner qualche giorno fa) alcuni esuli preferirono tagliare i ponti col passato e così, nel tempo, molti hanno perso cognizione delle proprie origini.

Quando una parte di memoria storica muore con noi è tutta l’umanità a perdere un’enorme ricchezza. Con il Giorno della Memoria teniamo vivo il ricordo dell’Olocausto nel timore che certi drammi possano ripetersi, ipotesi neanche troppo remota in questi tempi confusi (oggi per esempio si mette in discussione il valore educativo del diario di Anna Frank, dipinto quasi come un testo pornografico). Ma credo che il Giorno della Memoria dovrebbe indurci a riflettere anche su tutto ciò che è già andato perso.
La scure della sopraffazione ha già troncato troppe radici.

Un tributo

22 gennaio 2010 Nessun commento »

Se dicessi che il sito compie oggi un anno sosterrei il falso, giacché il dominio esiste dal 19 ottobre 2006. Potrei allora dire che un anno fa faceva la sua comparsa il mio primo intervento ma anche in questo caso mentirei: un blog c’era anche in precedenza (anche se quei post sono scomparsi assieme al vecchio CMS). Mettiamola così, esattamente un anno fa nasceva il sito nella sua forma attuale e questo cambiamento (anche tecnico) è tra le ragioni che mi hanno invogliato a scrivere più di prima. Quasi ottanta interventi in un anno…

Alcuni di voi diranno «potevi anche risparmiarci…» ma preferisco pensare che le numerose visite riportate dal fido Analytics suggeriscano altro, chi lo sa, magari per alcuni sono anche stato una piacevole compagnia… In ogni caso ricordo ai visitatori che i commenti – anche quelli critici, purché educati – sono sempre graditi, perché è vero che questa è un po’ casa mia, ma è una casa che condivido con tutti voi.

Libertà di opinione e di espressione, sempre e comunque. Forse non è un caso che il “compleanno” del sito cada proprio in questo giorno: esattamente trent’anni fa il paladino delle libertà civili Andrei Sakharov veniva arrestato a Mosca. E’ bene ricordare certe cose, di tanto in tanto.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione
incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione
e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee
attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
(Art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 1948)