Dietrologia antieuropeista

31 ottobre 2009 5 commenti »

Internet è un mezzo meraviglioso – libero, democratico – ma la storia insegna che tutte le grandi invenzioni, quando vengono usate male, possono nascondere gravi insidie. Internet non fa eccezione. Ho ascoltato le argomentazioni di Paolo Barnard sul Trattato di Lisbona – i video li trovate qui – e personalmente trovo infondate le ragioni di un simile allarmismo, degno delle più oziose teorie del complotto. Siccome la gente è solita aderire in modo acritico a certe teorie (soprattutto in Italia, patria della dietrologia) trovo doveroso affrontare l’argomento sul mio blog.

Mi pare eccessivo parlare di un colpo di Stato in Europa. Il Trattato di Lisbona è stato sottoscritto da tutte le massime cariche degli Stati membri: si può essere al contempo organizzatori e vittime di un golpe? Inoltre le regole sovranazionali preesistevano al Trattato di Lisbona, che è un trattato di riforma. Barnard si è accorto solo ora della funzione sovranazionale dell’UE? «Le costituzioni nazionali sono sottomesse» dice lui, ed in effetti il processo di integrazione comunitaria può intendersi come una limitazione di sovranità (dello Stato come del popolo), ma non dimentichiamo che è proprio la nostra Costituzione, all’articolo 11, che autorizza deroghe all’operatività dell’articolo 1 (sulla sovranità) con lo scopo di promuovere e favorire le organizzazioni internazionali.

Non è vero che in Italia non si è parlato del Trattato di Lisbona: i principali quotidiani nazionali hanno dato notizia della bocciatura della Costituzione Europea e dell’approvazione del nuovo trattato; sarebbe invece il caso di dire che molti cittadini non hanno prestato attenzione a queste notizie, ma è noto che l’italiano medio non nutra un particolare interesse per la politica comunitaria.

La «storia pregressa» dell’Europa è errata, lacunosa, approssimativa. Innanzi tutto il processo di integrazione europea non comincia con il Trattato di Roma (1957): nel 1950 venne approvata la Dichiarazione Schuman e nel 1951 il Trattato di Parigi portò alla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Non è vero poi che il Trattato di Roma ebbe un ruolo esclusivamente economico, dal momento che a Roma venne anche istituito l’Euratom, per promuovere uno sviluppo pacifico dell’energia nucleare stimolando la ricerca e la collaborazione tra Stati; non è corretto neanche sostenere che in Europa nacque una alleanza politica solo nel ’67 dal momento che già nel 1948 era nata un’organizzazione per la cooperazione politica (Unione Europea Occidentale) e nei primi anni Cinquanta si stava cercando di realizzare una alleanza politica e militare (il CED).
Il sogno degli Stati Uniti d’Europa non è nato con il Trattato di Maastricht: come ho sottolineato più volte nel mio blog, già nell’Ottocento la costituzione degli Stati Uniti d’Europa era il grande sogno dei più fini letterati europei. Si può dire semmai che con Maastricht il progetto prese forma e venne pianificato in maniera organica (i famosi tre pilastri: mercato comune, politica estera, collaborazione sovranazionale nella lotta alla criminalità). Le modifiche previste dal Trattato di Lisbona fanno in modo che l’UE, dopo anni di politiche fumose, possa finalmente sfruttare appieno le proprie potenzialità. Cosa c’è di così terribile? Abbiamo sempre saputo quali fossero gli obiettivi dell’UE e per anni ci siamo lamentati della sua inadeguatezza; ora che sta diventando concretamente operativa che senso ha fare ostruzionismo?

Come Barnard, anche io penso che l’Italia abbia oggi un ruolo marginale a livello europeo  ma proprio per questo il governo italiano ha recentemente appoggiato la candidatura di Tony Blair in qualità di Presidente del Consiglio d’Europa (una delle grandi novità apportate dal Trattato di Lisbona): è vero, viene da un Paese di euroscettici dove neanche circola l’Euro, non è quindi da considerarsi un’ottima scelta, ma, tenendo conto delle alternative, allo stato attuale rappresenta il minore dei mali. Tony Blair è l’unico che agirebbe a sostegno dei Paesi meno influenti (Italia inclusa), rifiutando un’ottica germanocentrica.

Barnard definisce «un errore» la trasparenza con cui si è portato avanti il processo di creazione della Costituzione Europea, ma se così non fosse stato avrebbe senza dubbio parlato di poteri occulti e complotti vari. Banalmente retorico il commento sul referendum irlandese: Barnard prima elogia il fatto che sia stato indetto (come  previsto dalla loro Costituzione) e poi, non apprezzandone l’esito, accusa i cittadini irlandesi di essere stati costretti a dire sì «dopo una serie immensa di pressioni e di ricatti, e di pagamenti, di mazzette, pagate allo Stato e alle banche irlandesi».

Sulle questioni sociali glisso – ognuno è libero di avere le sue convinzioni personali ed è evidente che Barnard non ami particolarmente il liberismo – ma il divieto di sciopero nel caso di interruzione di servizio mi sembra più che ragionevole, oltretutto è già previsto dalla legislazione italiana, indipendentemente da qualsiasi trattato europeo. L’introduzione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nel corpo del trattato allontana infine ogni preoccupazione possibile sul piano umano.

In sostanza, sì, il Trattato di Lisbona prevede che gli Stati nazionali rinuncino ad una parte del loro potere (solo una parte, il resto continuerà ad essere deciso dai governi nazionali, come sempre) per permettere una azione coesa a livello europeo. In particolar modo si potrà finalmente lavorare al secondo e al terzo pilastro del Trattato di Maastricht, per costruire una Europa più forte, capace di risolvere i problemi del domani con vigore e coerenza.
Anziché remare contro e fare la solita, sterile dietrologia, dovremmo impegnarci tutti per fare in modo che l’Italia torni a ricoprire un ruolo di prim’ordine all’interno degli equilibri comunitari, destinati a diventare nel tempo sempre più determinanti.

La donna secondo Miwa Yanagi

26 ottobre 2009 2 commenti »

Nicole Kidman denuncia Hollywood e le sue donne oggetto, Obama elogia sua moglie e trova l’occasione per criticare gli uomini “ottusi”; in Italia c’è chi parla di velinismo politico, chi di mignottocrazia; Rosy Bindi dice al Premier di non essere una donna a sua disposizione mentre la nostra campionessa di scherma, Valentina Vezzali, lo invita persino a toccarla (ovviamente in senso tecnico); le veline leggono – male ma diligentemente – testi volti a giustificare la loro funzione televisiva e intanto da una ricerca Istat emergono dati allarmanti riguardo la violenza sulle donne nel Belpaese.

E’ una cosa positiva che la donna sia tornata al centro dell’agenda politica.
E’ triste però constatare per quali ragioni si torna a parlare dell’altra metà del cielo oggigiorno.

Non è un caso che oggi abbia deciso di scrivere di Miwa Yanagi, artista nipponica su cui si è molto concentrata la critica in questi ultimi anni. La fotografa, nata a Kobe nel 1967, ha conquistato la sua prima personale nel 1993 e, a partire dal 1996, ha cominciato a guadagnare consensi in Europa e negli States. Le sue opere sono passate anche dall’Italia: Prato, Roma, Verona. E ovviamente non poteva mancare Venezia, dove, alla Biennale, ha avuto modo di rappresentare il suo Paese.

Ebbene, la figura femminile è da sempre al centro dell’arte della Yanagi. Non è una donna soddisfatta, completa, ad emergere dagli scatti della fotografa, ma una donna insicura, che fatica a trovare un proprio posto nella società di oggi; deformazioni, smorfie orrende, omologazioni sono al centro del lavoro della Yanagi. Nella serie Elevator girl per esempio gruppi di ragazze – abbigliate rigorosamente alla stessa maniera, come scolarette in divisa – si muovono all’interno di ambientazioni futuristiche dando vita a coreografie spersonalizzanti; in My Grandmothers donne giovani e anziane si confrontano con una modernità – quella giapponese – che ha dato origine a rapidi cambiamenti e forti resistenze, una modernità che ha posto le donne di fronte a nuovi interrogativi. In Fairy Tale e Windswept Women l’incubo prende il sopravvento: la donna è trasfigurata, mostruosa, vinta dal decadimento della carne e lontana da quell’ideale di bellezza a cui l’uomo l’ha costretta, obbligandola ad una lotta contro il tempo da cui non può che uscire sconfitta.

Non stupisce che, nei lavori della fotografa, sia proprio l’uomo il grande assente…

Il consenso non è legittimità

13 ottobre 2009 8 commenti »

Ieri sera ho assistito personalmente alla puntata dell’«Infedele» dal titolo “Chi sputtana l’Italia?” (il verbo fa riferimento all’espressione usata dal Premier a Benevento) e, dal momento che sento parlare sempre più spesso di poteri forti, golpe e teorie del complotto mi piacerebbe affrontare l’argomento anche nel mio sperduto angolo di web. Così come non credo alla sciocchezza secondo la quale con Berlusconi staremmo scivolando verso una dittatura, allo stesso modo non credo sia in atto un colpo di Stato per rovesciare il governo. Credo piuttosto che in Italia ci siano rilevanti distorsioni, anomalie, nel sistema dei media e che le ipotetiche prove di un complotto altro non siano che naturali conseguenze di certe azioni e scelte politiche.

Dall’estero bacchettano Berlusconi: golpe anti-italiano. Alcuni alleati si allontanano dalla linea di governo: alto tradimento, lesa maestà. La Corte Costituzionale prende una decisione su un fatto che riguarda da vicino il Premier: giudizio politico. Un giudice monocratico stabilisce che Berlusconi dovrebbe risarcire il suo più grande rivale: élite (“di merda”, aggiungerebbe Brunetta) tramano alle spalle del Presidente del Consiglio. Vedo qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Mi sembra una mistificazione surreale della realtà, forse ingenua e in buona fede, ma certamente paranoica. Se dall’estero piovono critiche, non sarà forse colpa delle alleanze eticamente discutibili (Russia e Libia) che il Governo sta stringendo schierandosi su posizioni anti-europeiste e anti-atlantiste? Se alcuni alleati si allontanano dal PdL (Guzzanti, La Malfa, Pera) non sarà a causa delle tante promesse non mantenute dalla coalizione? Se la Corte Costituzionale decide nella più totale autonomia – così come dovrebbe essere – non sarà forse che sta semplicemente svolgendo il proprio dovere, trattandosi di un regolare organo di controllo? Sul risarcimento richiesto per la questione Mondadori si può discutere, ma la decisione di un giudice monocratico non sarà comunque basata su qualcosa di concreto? E se è vero che De Benedetti, con gli attacchi mossi dal Gruppo Editoriale L’Espresso, non concede tregua al Presidente del Consiglio, è anche vero che, per tutta risposta, il Premier esorta elettori e imprenditori a non versare neanche un euro nelle casse del suo acerrimo rivale comportandosi per l’ennesima volta da vero illiberale.

Io credo che continuare a delegittimare funzioni e organi istituzionali come stanno facendo molti politici e giornalisti di destra sia un fatto grave, per certi versi una scelta suicida, perché un giorno rischierebbe di ritorcersi contro il Governo stesso. Per questa ragione ho gradito, per esempio, l’intervento dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il suo richiamo al rispetto delle funzioni. Allo stesso modo, da giornalista, ho apprezzato anche la posizione del direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, che ad un certo punto della trasmissione ha rivendicato il suo diritto di riportare i fatti della politica, senza dover per questo indossare «una divisa e un elemetto». Certo, il direttore ha ammesso per primo l’esistenza di due eserciti contrapposti – è l’immediata conseguenza non solo dell’impoverimento del dibattito politico ma anche della concorrenza, tristemente scorretta, tra due colossi – però non si può obbligare ogni giornalista a ragionare secondo certi termini. De Bortoli, che è un gentiluomo dotato di un acume troppo grande per abbassarsi a certi livelli, non vuole quindi vedersi coinvolto in simili questioni. Come dargli torto? E come non stimare un uomo che, oltre a citare il buon Einaudi, sforna perle degne di nota quali «il consenso non è legittimità»?

L’unione fa la forza

04 ottobre 2009 1 commento »

Nel marzo del 2007, intervenendo al quarantacinquesimo Congresso Nazionale del Partito Repubblicano Italiano, Silvio Berlusconi ringraziò pubblicamente l’On. Giorgio La Malfa con queste parole:

Ho avuto con Francesco Nucara, con Giorgio La Malfa una collaborazione di diversi anni, una collaborazione che ci ha portato ad essere amici, a stimarci reciprocamente, e devo dire anche ha fatto nascere dell’affetto sincero. Giorgio in Consiglio dei Ministri è stato una presenza acuta, intelligente, sempre pronto a dare una mano al Presidente del Consiglio quando qualche volta il carattere bellicoso di alcuni Ministri – magari Ministri del Nord – richiedeva un intervento pacificatore. Lo ringrazio di cuore, ci siamo trovati naturalmente insieme nella stessa trincea, quando dovevamo discutere di argomenti come la politica estera dell’Italia e il nostro atlantismo ci ha dato sempre convincimento di portare avanti una politica chiara, leale, che protrattasi per tutti gli anni del governo ha dato all’Italia una credibilità che all’Italia degli ultimi anni era mancata. Quindi ancora grazie Giorgio della tua collaborazione, del tuo aiuto e del tuo sostegno.

Non v’è dubbio che dopo due anni e mezzo di promesse disattese il rapporto tra i due si sia progressivamente incrinato. A confermarlo sono le parole dello stesso La Malfa. Nella lettera del parlamentare pubblicata dal Corriere della Sera alla fine di settembre si legge:

Le due linee portanti del programma del centrodestra erano la riduzione della pressione fiscale e le liberalizzazioni. Viste le dimensioni del debito pubblico la riduzione delle imposte presupponeva una decisa riduzione della spesa corrente ed in particolare una contrazione dell’area delle amministrazione pubbliche che soffocano le capacità di azione dei cittadini. Invece tra il 2001 e il 2006 non vi è stata alcuna riduzione della spesa pubblica corrente; la pressione fiscale è rimasta quella che era; il progetto di liberalizzazioni che avevo sottoposto al Consiglio dei Ministri come responsabile del progetto Lisbona, venne accantonato nel 2006 e mai più ripreso. Ancora più deludente il bilancio di questo primo anno e mezzo di legislatura. Accantonato ogni progetto ambizioso di riordino della Pubblica Amministrazione (compresa l’abolizione delle Province) per ridurre la spesa corrente e quindi ridurre la pressione fiscale, il Governo ha finito per limitarsi ad una politica del giorno per giorno. Ma questo non ci garantisce affatto l’aggancio alla ripresa mondiale quando avverrà perché comunque l’Italia non è sufficientemente competitiva.
Non abbiamo condiviso la riforma federalista dello Stato dalla quale scaturiranno inevitabilmente, per il modo con cui essa è stata articolata, nuovi oneri per la finanza pubblica. In mancanza di una vera riorganizzazione di tutta la macchina politico-amministrativa, la promessa di devolvere al centro-nord maggiori risorse fiscali assieme alla necessità di garantire al Sud le risorse di cui gode attualmente porterà sicuramente ad un aumento del deficit o della pressione fiscale.
Su un piano più politico, ho molti dubbi su vari aspetti della politica estera, mentre una lunga serie di errori sta mettendo in crisi quel delicato equilibrio fra lo Stato laico e la Chiesa cattolica che fu uno dei frutti migliori della collaborazione fra DC e partiti laici nel dopoguerra.

La Malfa ha ribadito il suo disagio per l’attuale governo anche in una intervista apparsa – sempre negli ultimi giorni di settembre – sul Messaggero ed è tornato sull’argomento anche dopo le elezioni di Germania. Si legge sul suo sito:

Il grande successo del partito liberale nelle elezioni tedesche, dove ha sfiorato il 15 per cento dei voti, è stato dovuto in larga parte, come testimoniano le corrispondenze da Berlino, al loro impegno per un rilancio della crescita economica fondato su una forte riduzione della pressione fiscale e su un coraggioso processo di liberalizzazione dell’economia. E’ il programma che il Centrodestra aveva delineato nei manifesti elettorali e che gli aveva assicurato vasti consensi nel mondo delle imprese, delle professioni e in genere dei ceti produttivi. Ma questo programma è stato abbandonato totalmente in questi anni, come ha osservato tra gli altri il senatore Marcello Pera, sostituito da una difesa dello status quo sostenuto da un allargamento delle tutele sociali. Non è un caso che il Governo, non potendo affermare che l’Italia cresce e crea nuovi posti di lavoro, si limita a promettere un sussidio a chi perde il lavoro: una prospettiva che più rinunciataria non si può. Ecco perché si pone il problema di dare voce alla parte più produttiva del Paese e di mettere al centro dell’agenda politica l’obiettivo della ripresa della crescita dell’economia italiana.

I timori di La Malfa sul futuro economico del Paese trovano conferme nelle parole del vice direttore del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale ma le posizioni del parlamentare – ha subito precisato l’Ufficio Stampa del PRI dopo la pubblicazione della lettera sul Corriere – sono da intendersi come personali. All’Onorevole ha prontamente replicato Widmer Valbonesi dal sito del partito. «La presa di posizione dell’on. Giorgio La Malfa rischia di apparire strumentale» ha scritto il Segretario regionale del PRI in Emilia Romagna: perché l’uomo del Partito Repubblicano storicamente più vicino al PdL ora preme tanto per allontanarsene? La domanda è lecita, ma la realtà dei fatti è così chiara da non richiedere ulteriori risposte: l’alleanza del PRI con Berlusconi dura ormai da molto tempo ma qualsiasi accordo viene meno quando non ne vengono rispettate da entrambe le parti le premesse. Tuttavia anche certe preoccupazioni di Widmer Valbonesi sono condivisibili: «Le ragioni per creare una forza di cultura liberaldemocratica, laica e repubblicana sono da me sostenute da almeno vent’anni, ma non sono mai state ragioni di isolamento politico» – sostiene il Segretario regionale sempre sul sito del partito – «La posizione di La Malfa dove ci colloca?».

Lo scorso agosto avevo già toccato l’argomento e sono ancora dell’opinione che in Italia sia necessario un terzo polo (possibilmente laico) degno di questo nome: è evidente però che questo obiettivo non può essere raggiunto attraverso corse solitarie e isolamenti politici. All’Italia serve una politica di intese che porti al superamento di questo bipartitismo fallimentare; servono alleanze nuove, solide e coerenti. E mi perdoni Jemolo se non dico nulla di nuovo.