L’amor (patrio) ai tempi della Lega
Matteo Lazzaro, un leghista «abbastanza convinto», in una lettera pubblicata sul Corriere qualche giorno fa e commentata da Ernesto Galli della Loggia, ha espresso i suoi dubbi sull’Unità d’Italia, dando vita ad un interessante dibattito. E’ proprio da questa lettera che voglio partire nel mio post di oggi.
La creazione degli Stati nazionali è sempre stata segnata da spargimenti di sangue, questo è senza dubbio un aspetto drammatico ma all’epoca era anche inevitabile. Oggi il diritto internazionale si fa garante del principio di autodeterminazione dei popoli ma nell’Ottocento non era possibile sottrarsi alla sovranità di un altro Stato senza passare da cospirazioni (anche massoniche), rivolte e guerre d’indipendenza. Nel caso del nostro Risorgimento il discorso si fa più complesso perché il processo di unificazione ha fatto i conti non solo con le resistenze di chi non voleva perdere la propria sovranità su interi territori (l’Austria) ma anche con quelle di chi si vedeva annesso senza comprendere le ragioni di quella novità (il Meridione). Certo, il Risorgimento include numerosi aspetti controversi – la piemontesizzazione forzata e l’iniziale indirizzo monarchico ne sono un esempio – ma i fatti della storia vanno analizzati tenendo conto del contesto storico in cui sono avvenuti. Casa Savoia è stata il mezzo per raggiungere il fine e, d’altra parte, uno Stato fragile come quello italiano – che nei suoi primi anni di vita doveva fronteggiare seri problemi strutturali – necessitava di un potere centrale stabile e duraturo. Crispi, che pur nasceva come repubblicano, pronunciò per questa ragione la sua più celebre frase: «la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide».
Ogni momento storico è fatto di luci e ombre. La Rivoluzione Francese ha rappresentato un grande traguardo, nonostante il Regime del Terrore: questo “dettaglio” per nulla irrilevante ha forse impedito ai francesi di amare la propria nazione? No. Ma l’italiano è piagnone, si sa, e il leghista medio, che è più italiano di quanto crede, possiede anche lui questo amore per la lamentela tipicamente nostrano. Dice allora di vergognarsi dell’Unità d’Italia e nel farlo si autoproclama parte lesa quando, a ben vedere, se c’è qualcuno che ha beneficiato dell’unificazione è proprio il Nord del Paese, che ha potuto prosperare grazie alla dissoluzione delle industrie del Sud, dissoluzione che ha ridotto i meridionali al solo ruolo di consumatori. E’ noto per esempio che, prima dell’Unità, una delle aree industrialmente più sviluppate della penisola fosse quella napoletana, come è noto del resto che i migliori cantieri navali fossero quelli del Mediterraneo; il Regno di Sardegna ripianò i propri conti attingendo alle casse del Regno delle Due Sicilie e non bisogna dimenticare che il Meridione, che pur vantava il miglior sistema giudiziario dell’Italia preunitaria (con magistrati reclutati per concorso e non per nomina regia), si vide stravolto dall’introduzione di leggi autoritarie e meno moderne. Oggi conosciamo tutti le conseguenze che ebbero quelle leggi sul tessuto sociale, e sappiamo anche con quale brutalità vennero represse le rivolte popolari.
Eppure sono i leghisti, oggi, a lamentarsi, ripudiano l’Unità che tanto li ha arricchiti, si lagnano e gridano «Roma ladrona». E proprio qui viene il bello: prima dell’unificazione del Paese, quando il lombardo-veneto era ancora sotto il dominio degli Asburgo, il buon Cesare Correnti vedeva invece in Vienna la vera ladrona. Ha quindi ragione Ernesto Galli della Loggia quando ricorda al lettore leghista che la Felix Austria dalle nostre parti era tutt’altro che felix!
Nessuno sembra aver mai spiegato a questi nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere liberamente, di fare un partito, un comizio e altre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di austriaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppure uno straccio di avvocato.
Provare vergogna per l’Unità d’Italia è sbagliato, si può criticare la modalità in cui è avvenuta, ma non c’è alcun dubbio che sia meglio essere uniti e liberi che divisi e schiavi.
Tornando alla lettera di Matteo Lazzaro, il leghista non riesce a rintracciare l’elemento comune che attesti l’esistenza di una identità nazionale, sembra quasi di essere tornati al famoso «abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani». E’ vero, il mito della romanità di mussoliniana memoria ha una natura artificiosa, ma che dire allora del mito padano, storicamente falso oltre che artificioso? Siamo poi certi che in Italia non sia mai esistito un sincero amor patrio? Quanti italiani si sono arruolati come volontari per sostenere la causa irredentista, che pur riguardava solo il nord-est? Di dov’erano i tanti italiani morti sull’Argonne? Non erano forse emiliani, siciliani, liguri, lombardi, toscani, abruzzesi…? E se il nostro collante fosse proprio l’eterogeneità? Un’identità nazionale non va fondata necessariamente sull’omologazione. Notevoli differenze intercorrono tra il nord e il sud della Germania (senza dimenticare quelle tra est ed ovest…), i bavaresi parlano un tedesco più simile a quello austriaco, eppure i tedeschi sono un popolo unito. Oppure pensiamo alla Francia, che ha fondato la propria identità nazionale sulla diversità, anche etnica. Dunque perché noi italiani, che in fondo non siamo poi così diversi, dovremmo chiuderci in stupidi provincialismi senza senso anziché fare tesoro delle nostre piccole diversità e conservarle come patrimonio comune? «Noi siamo da secoli / calpesti, derisi / perché non siam Popolo / perché siam divisi», persino il nostro tanto bistrattato inno nazionale ci ricorda questo aspetto meglio di qualsiasi altro testo. Ma gli uomini che hanno fatto l’Italia credevano in un ideale più alto, nella fratellanza tra i popoli, ecco perché noi tutti – al di là delle possibili differenze – siamo “Fratelli d’Italia”.
La storia della penisola è la dimostrazione che, separati, non si va da nessuna parte; uniti invece possiamo ambire a qualche traguardo. La Prima Repubblica, tanto demonizzata per i più svariati motivi, non può essere ricordata solo per i suoi tratti peggiori: è grazie alla Prima Repubblica che abbiamo una Costituzione ed è sempre la Prima Repubblica ad averci garantito una posizione di rilievo in ambito internazionale (UE, NATO, Nazioni Unite, OCSE). Matteo Lazzaro ricorda gli anni di piombo e le ruberie della classe politica, ma non cita la lotta all’analfabetismo (combattuta anche con l’aiuto di una Rai che offriva all’epoca un servizio pubblico degno di questo nome), non menziona lo Statuto dei lavoratori del 1970 né tantomeno le grandi battaglie che hanno fatto dell’Italia un Paese moderno e civile (divorzio, aborto, ecc.). Insomma, per essere uno che dice di amare la storia, il giovane leghista non sembra conoscerla particolarmente bene: ne ricorda solo gli aspetti controversi, ignorando quanto di buono ha fatto l’Italia negli ultimi centocinquanta anni.
E ovviamente non può mancare la solita solfa sull’invasione musulmana. Esordisce con un «Non ho paura degli immigrati, né sono ostile a chi ha la pelle differente dalla mia» ma conclude scrivendo «Mi crea profondo terrore la prospettiva che la nostra civiltà possa essere spazzata via come accadde ai Romani: mi sembra quasi di essere alle porte di un nuovo Medioevo con tutte le incognite che questo può celare. E ho paura, paura vera».
Solo chi ha una scarsa consapevolezza delle proprie origini può temere di perdere l’identità e la Lega non credo che rappresenti la migliore forma di tutela possibile. La nostra storia è quella di una penisola, non quella di singole valli; i leghisti che tanto temono di finire nelle riserve in realtà se le costruiscono con le loro mani, chiudendosi in inutili localismi di vallata che rappresentano semmai il modo più rapido per farsi spazzare via dalle altre civiltà. Ma anche soffermandoci sulla questione islamica, siamo davvero sicuri che il vero problema sia quello? Io non credo. Innanzi tutto perché l’integralismo islamico rappresenta solo una parte – neanche maggioritaria – dell’Islam. Inoltre, a differenza della religione cattolica, l’Islam non ha un’organizzazione strutturata, per i musulmani il rapporto con Dio non ha bisogno di intermediari e dunque manca totalmente un clero, un’unica istituzione ecclesiale: questo, se da un lato permette la lettura aberrante delle sacre scritture da parte di una minoranza, dall’altro può facilitare il processo di ammodernamento. Non a caso buona parte dei musulmani giunti in Occidente, a contatto con la cultura locale, si sono secolarizzati. Non bisogna poi dimenticare che i musulmani hanno sempre mostrato un profondo rispetto per gli altri testi sacri, ritenuti di origine divina al pari del Corano: dunque un dialogo tra le “Genti del Libro” è tuttora possibile.
Polenta o couscous, poco importa: intanto l’economia stenta, energeticamente non siamo indipendenti e questa povera Italia si appresta a diventare nuovamente terra di conquista. Una conquista più subdola – senza eserciti né invasioni territoriali – che non obbliga lo straniero a farsi carico dell’amministrazione delle zone conquistate sul piano economico. Nel XXI secolo l’Italia dovrà affrontare ancora numerose sfide, e per farlo dovrà mostrarsi più unita che mai. Il Nord farà bene a capirlo quanto prima se non vuole anticipare il giorno del proprio tracollo.














I post più commentati