L’amor (patrio) ai tempi della Lega

22 agosto 2009 3 commenti »

Matteo Lazzaro, un leghista «abbastanza convinto», in una lettera pubblicata sul Corriere qualche giorno fa e commentata da Ernesto Galli della Loggia, ha espresso i suoi dubbi sull’Unità d’Italia, dando vita ad un interessante dibattito. E’ proprio da questa lettera che voglio partire nel mio post di oggi.

La creazione degli Stati nazionali è sempre stata segnata da spargimenti di sangue, questo è senza dubbio un aspetto drammatico ma all’epoca era anche inevitabile. Oggi il diritto internazionale si fa garante del principio di autodeterminazione dei popoli ma nell’Ottocento non era possibile sottrarsi alla sovranità di un altro Stato senza passare da cospirazioni (anche massoniche), rivolte e guerre d’indipendenza. Nel caso del nostro Risorgimento il discorso si fa più complesso perché il processo di unificazione ha fatto i conti non solo con le resistenze di chi non voleva perdere la propria sovranità su interi territori (l’Austria) ma anche con quelle di chi si vedeva annesso senza comprendere le ragioni di quella novità (il Meridione). Certo, il Risorgimento include numerosi aspetti controversi – la piemontesizzazione forzata e l’iniziale indirizzo monarchico ne sono un esempio – ma i fatti della storia vanno analizzati tenendo conto del contesto storico in cui sono avvenuti. Casa Savoia è stata il mezzo per raggiungere il fine e, d’altra parte, uno Stato fragile come quello italiano – che nei suoi primi anni di vita doveva fronteggiare seri problemi strutturali – necessitava di un potere centrale stabile e duraturo. Crispi, che pur nasceva come repubblicano, pronunciò per questa ragione la sua più celebre frase: «la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide».
Ogni momento storico è fatto di luci e ombre. La Rivoluzione Francese ha rappresentato un grande traguardo, nonostante il Regime del Terrore: questo “dettaglio” per nulla irrilevante ha forse impedito ai francesi di amare la propria nazione? No. Ma l’italiano è piagnone, si sa, e il leghista medio, che è più italiano di quanto crede, possiede anche lui questo amore per la lamentela tipicamente nostrano. Dice allora di vergognarsi dell’Unità d’Italia e nel farlo si autoproclama parte lesa quando, a ben vedere, se c’è qualcuno che ha beneficiato dell’unificazione è proprio il Nord del Paese, che ha potuto prosperare grazie alla dissoluzione delle industrie del Sud, dissoluzione che ha ridotto i meridionali al solo ruolo di consumatori. E’ noto per esempio che, prima dell’Unità, una delle aree industrialmente più sviluppate della penisola fosse quella napoletana, come è noto del resto che i migliori cantieri navali fossero quelli del Mediterraneo; il Regno di Sardegna ripianò i propri conti attingendo alle casse del Regno delle Due Sicilie e non bisogna dimenticare che il Meridione, che pur vantava il miglior sistema giudiziario dell’Italia preunitaria (con magistrati reclutati per concorso e non per nomina regia), si vide stravolto dall’introduzione di leggi autoritarie e meno moderne. Oggi conosciamo tutti le conseguenze che ebbero quelle leggi sul tessuto sociale, e sappiamo anche con quale brutalità vennero represse le rivolte popolari.

Eppure sono i leghisti, oggi, a lamentarsi, ripudiano l’Unità che tanto li ha arricchiti, si lagnano e gridano «Roma ladrona». E proprio qui viene il bello: prima dell’unificazione del Paese, quando il lombardo-veneto era ancora sotto il dominio degli Asburgo, il buon Cesare Correnti vedeva invece in Vienna la vera ladrona. Ha quindi ragione Ernesto Galli della Loggia quando ricorda al lettore leghista che la Felix Austria dalle nostre parti era tutt’altro che felix!

Nessuno sembra aver mai spiegato a questi nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere liberamente, di fare un partito, un comizio e altre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di austriaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppure uno straccio di avvocato.

Provare vergogna per l’Unità d’Italia è sbagliato, si può criticare la modalità in cui è avvenuta, ma non c’è alcun dubbio che sia meglio essere uniti e liberi che divisi e schiavi.
Tornando alla lettera di Matteo Lazzaro, il leghista non riesce a rintracciare l’elemento comune che attesti l’esistenza di una identità nazionale, sembra quasi di essere tornati al famoso «abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani». E’ vero, il mito della romanità di mussoliniana memoria ha una natura artificiosa, ma che dire allora del mito padano, storicamente falso oltre che artificioso? Siamo poi certi che in Italia non sia mai esistito un sincero amor patrio? Quanti italiani si sono arruolati come volontari per sostenere la causa irredentista, che pur riguardava solo il nord-est? Di dov’erano i tanti italiani morti sull’Argonne? Non erano forse emiliani, siciliani, liguri, lombardi, toscani, abruzzesi…? E se il nostro collante fosse proprio l’eterogeneità? Un’identità nazionale non va fondata necessariamente sull’omologazione. Notevoli differenze intercorrono tra il nord e il sud della Germania (senza dimenticare quelle tra est ed ovest…), i bavaresi parlano un tedesco più simile a quello austriaco, eppure i tedeschi sono un popolo unito. Oppure pensiamo alla Francia, che ha fondato la propria identità nazionale sulla diversità, anche etnica. Dunque perché noi italiani, che in fondo non siamo poi così diversi, dovremmo chiuderci in stupidi provincialismi senza senso anziché fare tesoro delle nostre piccole diversità e conservarle come patrimonio comune? «Noi siamo da secoli / calpesti, derisi / perché non siam Popolo / perché siam divisi», persino il nostro tanto bistrattato inno nazionale ci ricorda questo aspetto meglio di qualsiasi altro testo. Ma gli uomini che hanno fatto l’Italia credevano in un ideale più alto, nella fratellanza tra i popoli, ecco perché noi tutti – al di là delle possibili differenze – siamo “Fratelli d’Italia”.
La storia della penisola è la dimostrazione che, separati, non si va da nessuna parte; uniti invece possiamo ambire a qualche traguardo. La Prima Repubblica, tanto demonizzata per i più svariati motivi, non può essere ricordata solo per i suoi tratti peggiori: è grazie alla Prima Repubblica che abbiamo una Costituzione ed è sempre la Prima Repubblica ad averci garantito una posizione di rilievo in ambito internazionale (UE, NATO, Nazioni Unite, OCSE). Matteo Lazzaro ricorda gli anni di piombo e le ruberie della classe politica, ma non cita la lotta all’analfabetismo (combattuta anche con l’aiuto di una Rai che offriva all’epoca un servizio pubblico degno di questo nome), non menziona lo Statuto dei lavoratori del 1970 né tantomeno le grandi battaglie che hanno fatto dell’Italia un Paese moderno e civile (divorzio, aborto, ecc.). Insomma, per essere uno che dice di amare la storia, il giovane leghista non sembra conoscerla particolarmente bene: ne ricorda solo gli aspetti controversi, ignorando quanto di buono ha fatto l’Italia negli ultimi centocinquanta anni.

E ovviamente non può mancare la solita solfa sull’invasione musulmana. Esordisce con un «Non ho paura degli immigrati, né sono ostile a chi ha la pelle differente dalla mia» ma conclude scrivendo «Mi crea profondo terrore la prospettiva che la nostra civiltà possa essere spazzata via come accadde ai Romani: mi sembra quasi di essere alle porte di un nuovo Medioevo con tutte le incognite che questo può celare. E ho paura, paura vera».
Solo chi ha una scarsa consapevolezza delle proprie origini può temere di perdere l’identità e la Lega non credo che rappresenti la migliore forma di tutela possibile. La nostra storia è quella di una penisola, non quella di singole valli; i leghisti che tanto temono di finire nelle riserve in realtà se le costruiscono con le loro mani, chiudendosi in inutili localismi di vallata che rappresentano semmai il modo più rapido per farsi spazzare via dalle altre civiltà. Ma anche soffermandoci sulla questione islamica, siamo davvero sicuri che il vero problema sia quello? Io non credo. Innanzi tutto perché l’integralismo islamico rappresenta solo una parte – neanche maggioritaria – dell’Islam. Inoltre, a differenza della religione cattolica, l’Islam non ha un’organizzazione strutturata, per i musulmani il rapporto con Dio non ha bisogno di intermediari e dunque manca totalmente un clero, un’unica istituzione ecclesiale: questo, se da un lato permette la lettura aberrante delle sacre scritture da parte di una minoranza, dall’altro può facilitare il processo di ammodernamento. Non a caso buona parte dei musulmani giunti in Occidente, a contatto con la cultura locale, si sono secolarizzati. Non bisogna poi dimenticare che i musulmani hanno sempre mostrato un profondo rispetto per gli altri testi sacri, ritenuti di origine divina al pari del Corano: dunque un dialogo tra le “Genti del Libro” è tuttora possibile.

Polenta o couscous, poco importa: intanto l’economia stenta, energeticamente non siamo indipendenti e questa povera Italia si appresta a diventare nuovamente terra di conquista. Una conquista più subdola – senza eserciti né invasioni territoriali – che non obbliga lo straniero a farsi carico dell’amministrazione delle zone conquistate sul piano economico. Nel XXI secolo l’Italia dovrà affrontare ancora numerose sfide, e per farlo dovrà mostrarsi più unita che mai. Il Nord farà bene a capirlo quanto prima se non vuole anticipare il giorno del proprio tracollo.

La gaia apocalisse italiana

16 agosto 2009 4 commenti »

Dall’arciduca fino al cantante popolare, ma anche dal grande borghese fino al proletario, tutti inclinavano all’edonismo; l’edonismo era appunto la base del loro «stile democrazia», uno stile che pur lasciando intatte le differenze sociali, legava l’aristocrazia al popolo, consentiva la loro reciproca comprensione e li induceva a quella «cordiale» confidenza così tipicamente austriaca. Questo «stile democrazia» modellato sul comportamento del Kavalier era indubbiamente molto diverso da quello del gentleman inglese, poiché dietro a quest’ultimo stava un’autentica democrazia politica, mentre la struttura sociale dell’Austria non aveva niente a che fare con la democrazia politica.

Scommetto che se avessi eliminato i riferimenti all’Austria molti avrebbero equivocato. Le parole di Hermann Broch – che scriveva della Vienna di fine diciannovesimo secolo – ritraggano fedelmente l’attuale situazione politica italiana, confermando quanto avevo già accennato nel precedente post: l’Italia è alla sua gaia apocalisse.
Non manca nulla: abbiamo gli aristocratici (Emanuele Filiberto), il cantante popolare (Mariano Apicella), borghesi e proletari a frotte. Ma soprattutto abbiamo l’edonismo elevato a Ragion di Stato ed un Kavalier sul cui comportamento si modella quello «stile democrazia» che niente ha a che fare la con la democrazia politica.

L’Italia della gaia apocalisse si orna per nascondere la sua povertà, ride inebetita, riscopre impulsi xenofobi, vive di autocompiacimento, prende la crisi sottogamba e, anziché mostrarsi seria e contegnosa di fronte all’imminente tracollo, gongola per quella perenne ostentazione del kitsch, che non a caso è un’altra parola-chiave utilizzata da Broch per descrivere la Vienna del suo tempo:

Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch. Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell’epoca.

Oggi, come allora, abbiamo l’obbligo di sorridere, sorridere sempre e comunque, anche se la barca va a fondo. Ci dicono: ballate, spensierati, lo spettacolo deve continuare! Almeno però nella Vienna asburgica ballavano sui valzer di Strauß, a noi restano soltanto i jingle su cui ballano le veline di Striscia.

Veniamo dunque ad un argomento attualissimo: il velinismo politico. Sull’argomento si era soffermata Barbara Serra, brillante giornalista italiana ex BBC e Sky (dal 2003 lavora alla sede londinese di Al Jazzeera), intervistata un anno fa da Luca Telese.
Ecco un estratto di quell’intervista:

Nel 2000 finalmente arrivi alla Bbc nazionale. Quale fu il tuo primo scoop?
(Ride) “Riuscii ad intervistare Silvio Berlusconi”
[…]
Lui come fu?
“Molto serio. Nessuna battuta”.
E la tua carriera?
“Scelgo di tornare in una redazione regionale. Ma finalmente reporter”.
Uno scoop dell’epoca?
(Grande risata). “Ehhhh…. Camiciotte con collo di pelliccia”
Cosa?
“C’era un negozio, credo italiano, che le vendeva. Telecamera nascosta: appuro che è davvero pelliccia, faccio il servizio e… Scoppia una polemica furibonda”.
Per cosa?
“Scherzi? In Inghilterra, un prodotto la cui produzione implica crudeltà contro gli animali è… è… socialmente inaccettabile!”.
Quando parli dell’Italia dici che anche le veline lo sarebbero.
“Ahhh… Questa è una cosa fantastica. Non c’è paese d’Europa dove le veline potrebbero esistere”.
Proprio tu lo dici, che sei cresciuta in un paese nordico…
“Ma che c’entra? La velina non è la modernità, ma il medioevo. E’ la cosa televisivamente più antica che posso immaginare. Non lo dico da bacchettona… In Danimarca ci sono i film porno in chiaro dopo la mezzanotte. Ma sia a Londra che a Copenaghen contro le veline farebbero i comitati!”.
Facciamo un test sul costume: in Italia il ministro Carfagna, ex velina, nega il patrocinio al gay pride.
(Ride) “Da noi l’omosessualità non è né una polemica né una notizia. L’ultima volta in cui mi sono occupata di matrimoni gay, che non fosse di un mio amico, è stato per Elton John!”.
[…]
Una cosa che non capisci dei politici italiani?
“Da noi è impensabile che un politico non risponda a una domanda. La prima lezione di qualsiasi media training è: il no comment non esiste!”.
Da noi lo fanno tutti, primi ministri compresi.
“Che ci provino non mi stupisce. Mi preoccupa che non arrivino lettere di protesta”.

E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui Luca Telese lascerà Il Giornale per scrivere su Il Fatto. «Ho deciso» si legge sul suo blog «dopo aver visto il nostro premier che insultava Valeria Ferrante, una brava ed educatissima giornalista del Tg3 colpevole di avergli fatto una domanda», dettaglio questo che mette in evidenza non solo la coerenza del giornalista sardo (che un anno prima aveva toccato l’argomento proprio con Barbara Serra) ma anche quella del Premier, che, ancora una volta, si conferma un autentico illiberale.
E adesso datemi pure del comunista.

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Il binomio Bruckner-Mahler

15 agosto 2009 Nessun commento »

Negli ultimi tempi ho dedicato ampio spazio alle smargiassate di una schiera di manigoldi; sconfessare certi individui è per me un dovere civico, al pari del voto. Tuttavia, non volendo riempire il mio blog con le loro brutte facce, torno ad un argomento a me molto più caro: la musica.
Se passate da queste parti per la prima volta non sapete ancora che Bruckner e Mahler figurano tra i miei compositori preferiti, due autori che al primo ascolto generalmente non piacciono a nessuno ma che invece segnano profondamente l’animo di chi, come il sottoscritto, è seriamente convinto di possedere un modo di sentire tardo-romantico. Se credessi nella metempsicosi potrei perfino supporre di essere uno di quegli uomini descritti accuratamente da Werfel nei suoi romanzi, potrei essere un Karl, un Franz, forse un Ernst. E a pensarci bene l’Italia di oggi ricorda sotto molti aspetti l’Austria della gaia apocalisse.

Tornando al trascendente Bruckner e al genio grottesco di Mahler, Peter Gammond, profondo conoscitore del repertorio sinfonico (agevolato in questo dall’aver lavorato per la Decca Records), nel suo Bluff your way in music ritiene che accostare Bruckner e Mahler, come molti fanno, sia un errore. C’è del vero, soprattutto se si tiene conto del fatto che molti spiegano questo accostamento facendo riferimento alla lunghezza dei loro lavori. Ma la lunghezza in sé è un dato poco rilevante, si potrebbe mai sostenere che il Signore degli Anelli e l’Ulisse sono romanzi simili perché voluminosi entrambi?

Da una parte c’è Bruckner, un uomo perennemente orientato al divino che però nei suoi lavori non ha mai rinunciato alla razionalità, scrivendo composizioni profondamente strutturate, solide e quadrate; dall’altra Mahler, uomo fragile e dalla personalità complessa, che ha sviluppato uno stile tutto suo, a metà tra serio e faceto, uno stile dove l’amore per il grottesco (v. Titano, Kindertotenlieder) e quello per la natura (i cui suoni cercherà di riprodurre) si fondono in composizioni che non sfociano nella rottura del sistema tonale, ma che senza dubbio – per la prima volta – lo mettono seriamente in discussione. Dove cercare dunque il punto di contatto tra i due? Se l’era già chiesto Bruno Walter, noto direttore d’orchestra che ai legami (e alle differenze) tra i due compositori aveva anche dedicato un interessante saggio.

Innanzi tutto non bisogna dimenticare che il giovane Mahler collaborò con il maturo Bruckner e che vide in lui il suo diretto predecessore, ma è soprattutto il contesto storico in cui vivono – l’Austria imperiale che da lì a poco si baloccherà nella sua dissoluzione – a esercitare su entrambi una comune tensione interiore, che ognuno però svilupperà a suo modo. Reiterazione (di chiara influenza wagneriana), falsi finali ed una concezione epica della coda nel primo; forzatura del sistema tonale e stile volutamente parodistico (v. il Rondo-Burleske della Nona) nel secondo. Bruckner, fervido credente, annuncia la morte e innalza lodi al Signore; Mahler – il cui rapporto con la fede è ben più complesso – cerca di esorcizzare le sue paure guardando alla vita con uno sguardo sardonico, ma non rinuncia per questo a profonde riflessioni sulla precarietà dell’esistenza umana.

Personalmente ritengo che si sia soliti accostare i due non tanto per una somiglianza formale ma per il rapporto di continuità che li tiene inevitabilmente legati. Alla morte di Beethoven si svilupparono infatti due linee di pensiero, quella conservatrice brahmsiana e quella innovatrice wagneriana, soffermandoci su quest’ultima è impossibile non individuare – sempre tenendo conto delle dovute differenze – in Wagner il padre di Bruckner, in Bruckner il padre di Mahler e in Mahler il padre della Seconda Scuola viennese (Schönberg, Berg, Webern). Immaginando lo sviluppo storico della musica come un percorso non si può concepire il lavoro di Mahler senza considerare quello del suo predecessore, così come non si può studiare il lavoro della Seconda Scuola di Vienna ignorando il ruolo di spartiacque rivestito dal compositore boemo.

E dunque Bruckner e Mahler, simili e diversi al tempo stesso, legati da un comune sentire che è struggimento e passione, dubbio e ricerca di una verità altra. Superiore, trascendente.

Mir war auf dieser Welt das Glück nicht hold!
Wohin ich geh? Ich geh, ich wandre in die Berge.
Ich suche Ruhe für mein einsam Herz.
Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte.
Ich werde niemals in die Ferne schweifen.
Still ist mein Herz und harret seiner Stunde!

Die liebe Erde allüberall
Blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
Blauen licht die Fernen!
Ewig… ewig…

[H. Bethge / G. Mahler - Die chinesische Flöte / Das Lied von der Erde]

Quanto mi costa questo salario!

10 agosto 2009 2 commenti »

Torno sull’argomento delle buste paga parametrate al costo della vita – accennato brevemente un paio di giorni fa – dopo aver appreso che il Premier ha deciso di dare ascolto all’ennesima provocazione targata Lega Nord, confermando i dubbi di chi – a ragione, non ho più dubbi in proposito – ritiene che Berlusconi sia tenuto in scacco da Bossi&Co. Abbiamo un Premier che sostiene di odiare i comunisti ma che poi promuove proposte leghiste dal sapore vagamente sovietico. Ma veniamo al punto: perché non è corretto adeguare i salari al costo della vita? Ce lo spiega Geminello Alvi – sì, quello stesso Geminello Alvi difeso da Sgarbi in una sua nota apparizione televisiva – che ha affrontato la questione sul Giornale:

Ma giudicata in sé la proposta deve invece riconoscersi per quella che è: un’idea sbagliata nel momento peggiore. Infatti è una grave ingenuità il riferire i salari al costo della vita.
Fosse davvero quello il problema: saremmo nel Paese dei balocchi di Collodi. I costi farebbero i salari, e non ci sarebbe che da adeguarli: solo la malvagità di pochi s’opporrebbe alla bisboccia universale. Duole invece il dover ricordare, ch’è la produttività a fare i salari. E appunto perciò il governo, agendo con qualche buon senso, ha aiutato i contratti aziendali e territoriali con la detassazione delle parti di salario connesse alla produttività. È questa semmai la strada sulla quale insistere. A meno che la provocazione del sempre perspicace Calderoli non sia mirata agli statali del Sud. Il prodotto del lavoro di tutti gli statali non si vende infatti sul mercato, ma si stima per il suo costo. Dunque l’idea potrebbe servire a sfogare un rancore contro la burocrazia borbonica, togliendole privilegi e non solo per punirla. E però adesso ne risulterebbe così ancor più rinforzato il suo carattere provocatorio. […] per ridurre i salari questo è il momento più sbagliato, e anzi ridicolo. Già ci pensa una crisi, che speriamo si quieti, ma intanto procede tremenda. E fa più male dove non si vede.  […] Ma questa crisi attacca intanto proprio gli elementi più attivi, originali dell’economia italiana. In conclusione a nulla serve quest’idea calderoliana, dalla quale sarebbero premiati solo gli statali del Nord, che sovente tra l’altro del Nord non sono.

Se l’Italia vuole davvero uscire dalla crisi non può che bocciare simili proposte: le gabbie salariali infatti abbasserebbero il potere d’acquisto delle famiglie interessate, i consumi calerebbero e di conseguenza potremmo dire addio alla ripresa economica.
In aggiunta, va anche detto che il divario tra il costo della vita del Nord e quello del Sud (che si attesta sul 16,5%) diventa considerevole soltanto per alcune – e lo sottolineo, alcune – categorie di consumi. E’ il caso dell’affitto di immobili, citato da Calderoli, ma la lettura del Ministro è parziale e, soprattutto, errata (per questo ha cercato poi di fare dietrofront). E’ vero infatti che un contratto di locazione è più vantaggioso al Sud ma è altrettanto vero che i normali beni di consumo (alimentari, abbigliamento, ecc.) hanno costi sostanzialmente uguali. Se poi si guarda ai servizi, al Sud il costo dei servizi è notevolmente più alto, a fronte, peraltro, di una minore qualità. Quello di cui non tengono conto i leghisti è che il minore costo della vita è una diretta conseguenza della minore ricchezza del Sud; inoltre i salari nel Meridione sono GIA’ mediamente più bassi di quelli del Nord. [AGGIORNAMENTO: ecco la conferma]

La stessa Bankitalia, che ha fornito i dati a cui si è fatto riferimento, ne traeva conclusioni ben diverse da quelle dei leghisti. Nel rapporto sulle politiche per il Sud ha mosso serie critiche a quella che è stata la politica per il Mezzogiorno fatta negli ultimi quindici anni. Come si legge nel rapporto:

Il lavoro prende in esame la politica regionale in favore del Mezzogiorno, varata nella seconda metà degli anni novanta. A dieci anni dall’avvio, i risultati ottenuti sono stati complessivamente inferiori agli obiettivi, in termini sia di sviluppo economico e sociale sia di performance delle imprese beneficiarie degli incentivi. Nel valutare lo scostamento tra risultati e obiettivi si argomenta che l’insuccesso della nuova politica regionale è un aspetto dell’insuccesso complessivo della politica economica italiana nell’ultimo quindicennio, di cui il ristagno della crescita e della produttività costituisce (al Nord e al Sud) il sintomo economico più evidente.
Vengono inoltre segnalati, tra gli altri, due aspetti: l’efficacia della politica regionale è stata condizionata da norme nazionali attuate in maniera differente nel territorio, che in generale si sono riflesse in una peggiore qualità della spesa pubblica nel Mezzogiorno; l’efficacia degli strumenti utilizzati è stata limitata anche dall’enfasi sulla dimensione regionale quale centro di governo degli interventi.

I leghisti, insomma, si sono dimostrati incapaci di leggere correttamente non solo i dati, ma anche la loro spiegazione in lingua italiana!!!

AGGIORNAMENTO DEL 12/08/2009 – Berlusconi si è detto vittima delle distorsioni della stampa. Ecco il virgolettato incriminato: «Quanto alle gabbie salariali, tutti condividono l’esigenza di rapportare retribuzione e costo della vita al territorio. Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra Sud e Nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Questo è un chiaro esempio di retorica: dichiarare qualcosa mantenendo allo stesso tempo le distanze da quanto sostenuto. Tecnica nota nella sua forma con il verbo all’impersonale (si dice, si pensa, ecc.), rafforza la correttezza della propria affermazione facendo leva su un ipotetico consenso popolare, questo è il presupposto: se è un’idea largamente condivisa, non può che essere giusta. E invece no, adeguare le buste paga al costo della vita locale resta una idiozia per tutte le ragioni di cui sopra.