La Milano del 2009, non contenta di aver ricordato – qualche settimana fa – com’era la città di Montgomery nel 1955, prova adesso a tornare indietro di qualche altro decennio. Stavolta l’obiettivo è questo: ricordare gli USA degli anni ’20, gli USA del proibizionismo.
E’ partita da Monza la proposta che prevede il divieto di vendere alcol ai minori di sedici anni e Milano ha subito rincarato la dose proponendo un provvedimento che estende il limite ai ragazzi sotto i diciotto anni d’età. Nei primi decenni del Novecento il proibizionismo si rivelò soltanto una manna dal cielo per i gruppi criminali delle grosse città, che ebbero così modo di incrementare i propri guadagni grazie al contrabbando; difficile credere che questa nuova forma di proibizionismo apporterà qualche beneficio.
Chi dice che un simile provvedimento è necessario per allinearsi agli standard degli altri Paesi europei dimentica forse che all’estero i minori hanno già trovato come raggirare i limiti imposti dalla legge: basta mandare al supermercato un maggiorenne e il gioco è fatto. Chi difende il provvedimento fa anche riferimento ai numerosi incidenti stradali causati dall’abuso di alcol, ma forse ignora che la stragrande maggioranza di stragi del sabato sera non è causata da ragazzi sotto i diciotto anni, per ovvie ragioni pratiche. Chi si schiera in difesa del provvedimento pensa di risolvere una problematica seria con inutili divieti dimenticando che in realtà simili ordinanze stimolano negli adolescenti il desiderio di trasgredire.
Appare dunque evidente l’inefficacia di un’ordinanza dietro la quale si nascondono soltanto retorica e perbenismo. Vogliamo affrontare seriamente il problema? Bene: a Milano una consumazione in un locale costa in linea di massima dai sei (Navigli, Brera) ai dieci euro (Sempione, Garibaldi, Corso Como) e generalmente non ne bastano un paio per vomitare l’anima per strada, soprattutto nel caso di alcolici con basso titolo alcolometrico, come la birra. Come possono ragazzi di neanche sedici anni permettersi ogni settimana certe spese? Con quali soldi comprano l’alcol? Semplice: sono foraggiati dalle famiglie, che poi nella maggior parte dei casi sono quelle stesse che chiedono a gran voce la messa al bando dell’alcol. E’ difficile pretendere di educare i giovani, quando sarebbero da educare prima di tutto i loro genitori.
Vogliamo approfondire ulteriormente il problema? Allora dovremmo chiederci quali sono le cause che spingono ragazzi sempre più giovani a sperimentare l’uso di alcol e stupefacenti. A mio avviso il motivo è uno, può assumere numerose declinazioni, ma nella sostanza resta sempre lo stesso: il bisogno di colmare un vuoto. Vuoto che può essere esistenziale, culturale, sociale. I giovani di oggi sono annoiati e lasciati a se stessi, sia dai genitori (che credano che sia compito esclusivo dello Stato farsi carico dell’arricchimento interiore dei loro figli?) sia dalle istituzioni. Così ai ragazzi non resta altro che imbottirsi di droga in discoteca o girovagare per le strade della città, di locale in locale, come anime in pena. Non è un caso che le droghe vengano anche dette “sostanze ricreative”. In un mondo che – agli occhi dei giovani – ormai non offre più nulla, il divertimento ha assunto la forma della sola alternativa possibile: lo stordimento.
In “questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio” c’è sempre bisogno di un surrogato, di un riempitivo. Non è con il proibizionismo che si risolvono i problemi, un divieto non può mai colmare un vuoto interiore.
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