Manfredi Pomar

libero pensiero in libero mercato

Giornalista? No, uomo comune

di Manfredi Pomar | 23 agosto 2015 | nessun commento

Manfredi Pomar, giornalista, Ordine dei Giornalisti, Albo professionale, cancellazioneIl 21 Gennaio 2005 raggiungevo quello che, tuttora, ritengo essere il mio primo successo in ambito professionale: il mio nome veniva ufficialmente iscritto nell’Albo dell’Ordine dei Giornalisti. Per dieci lunghi anni ne ho fatto parte e sono stati anni di gavetta, sacrifici, lotte e prese di posizione (per dire, sono sempre stato favorevole all’abolizione stessa dell’Albo).

Ma tutto quello che ha un inizio, prima o poi trova la sua fine. Was entstanden ist / Das muß vergehensuona familiare? Ecco perché, qualche tempo fa, ho maturato la decisione – combattuta giacché definitiva – di presentare la mia richiesta di cancellazione dall’Albo, richiesta che è stata accolta dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia nella riunione dello scorso 26 Giugno.

Chiudere una lunga parentesi come quella che ho vissuto in veste di giornalista e rimettermi in discussione sotto ogni punto di vista, non lo nego, è stato difficile. Ma andava fatto. E’ la diretta conseguenza delle scelte di vita che ho deciso di fare negli ultimi anni e che mi hanno portato lontano non solo dal mio Paese natale ma anche da quello che, per lungo tempo, ho creduto essere il mio percorso professionale. Come recita una vecchia canzone, “Life is what happens to you while you’re busy making other plans“.

Al momento, di tornare in Italia non se ne parla nemmeno. La mia decisione è quindi da intendersi come un atto, l’ennesimo, volto a rafforzare quella volontà espressa, anni fa, con la mia partenza. Da quel giorno del 2011 molta acqua è passata sotto i ponti e molta deve ancora passarne. E’ probabile che continuerò a raccontarvi la mia esperienza da espatriato da queste pagine ma ci tenevo a precisare che lo farò senza etichetta alcuna, se non quella di ex giornalista.

Trasferirsi in Ungheria: conviene?

di Manfredi Pomar | 26 aprile 2015 | 2 commenti

Dopo più di sei mesi in Ungheria credo sia giunta l’ora di parlarvi di questo Paese, per certi versi molto simile all’Italia ma al tempo stesso completamente diverso.

A chi mi chiede se convenga trasferirsi in Ungheria rispondo senza tanti giri di parole: no, non conviene. O meglio, dipende – da quello che si viene a fare, da quel che si guadagna, dai progetti a medio e lungo termine che uno si pone – ma in linea di massima è un’opzione che andrebbe scartata. Può essere interessante per lo studente universitario o alle prime esperienze lavorative, giusto per arricchire il curriculum con un’esperienza all’estero, ma in qualsiasi altro caso non può certo considerarsi una scelta ottimale.

Senza ombra di dubbio gli stranieri a Budapest vivono bene e in genere l’Ungheria è un Paese gradevole (clima discreto, buona cucina, gente disponibile, animata da antichi valori) ma il professionista affermato avrà grossi problemi a ottenere un salario dignitoso (le eccezioni esistono, ma sono rare), il freelancer e l’imprenditore si scontreranno con enormi barriere linguistiche e burocratiche (inoltre non è poi così economico avviare un’attività qui, persino nell’Europa Occidentale ci sono Paesi dove è più conveniente), mentre il pensionato dovrà fare i conti con un sistema sanitario pessimo, fatto di strutture mediocri e personale medico incompetente – i migliori sono tutti emigrati da tempo. Senza dimenticare poi il solito problema della barriera linguistica, che nelle strutture sanitarie si presenta già a Budapest (immaginate fuori dalla capitale, quando già a dieci chilometri dalla città nessuno parla inglese).

Ma allora perché orde di italiani – uomini soprattutto – si sono stabilite in Ungheria? Fermo restando che Budapest è una città abbastanza vivibile e indubbiamente affascinante – forse la più bella dove ho vissuto, nonostante quell’atmosfera cupa e decadente – il motivo per cui molti italiani si sono trapiantati qui in genere è uno: la compagna ungherese. Si tratta di un film visto e rivisto. La trama è sempre quella: l’italiano conosce l’ungherese, i due si accasano, lei manifesta una certa nostalgia di casa o la necessità di riunirsi alla famiglia – per inciso, l’Ungheria è un Paese estremamente conservative – e l’italiano, accomodante e dall’animo gentile, finisce per acconsentire. Una possibile variazione sul tema: l’italiano arriva in Ungheria, single e spensierato, s’imbatte nell’ungherese fatale e decide allora di restare – sempre perché gli ungheresi sono incredibilmente avversi al cambiamento e vivono nella convinzione che l’Ungheria sia il solo posto per loro (così recita pure il loro secondo inno). Sì, è vero, in questi anni in molti scappano dal Paese, ma gli ungheresi che lasciano il Paese lo fanno a malincuore e sempre nell’ottica di rientrare. Inoltre il Primo Ministro Viktor Orban sta facendo tutto il possibile per stroncare l’esodo magiaro, per esempio riducendo le ore dedicate alle lingue straniere nel sistema scolastico: e se parli solo ungherese dove mai credi di fuggire?

Ungheria, Budapest, Viktor Orban, Russia, Germania, Angela Merkel, Vladimir Putin, UE, BCE, Italia, Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Polonia,

Arriviamo così all’abituale scenetta della suocera che convince figliola e malcapitato di turno a restare in terra magiara perché “il futuro è qui, in Ungheria”. La suocera probabilmente sa di mentire ma in fondo fa parte della natura umana cercare di portare acqua al proprio mulino… Volendo invece essere obiettivi, bisogna ammettere che, no, purtoppo il futuro non è qui in Ungheria. E non potrebbe essere diversamente, per ragioni economiche e culturali.

Per cominciare, bisogna tenere a mente che l’Ungheria è un Paese culturalmente orientato all’autarchia. L’ungherese medio sogna un Paese chiuso, isolato dalle mode e dalle ingerenze straniere. Un Paese di e per ungheresi, a misura d’uomo, dove tutto viene prodotto e consumato internamente. Tutto il resto è noia: il progresso, la crescita, l’export, la finanza. Che se ne fa l’ungherese medio quando ha l’orto dietro casa ed è tutto a chilometro zero? Il successo di Orban, che è una via di mezzo tra Berlusconi e Grillo, si spiega facilmente: ha intercettato un sentimento diffuso. Il suo genio, invece, consiste nell’aver accompagnato alla retorica di facciata contro l’Unione Europea, la BCE e gli usurai venuti dall’estero, una Realpolitk che gli permette di sedere comodamente al tavolo con la Merkel da una parte e Putin dall’altra. Sembra di assistere a una commedia goldoniana: Orban servo di due padroni. Al momento la strategia pare funzionare, non è dato sapere per quanto ancora, ma in ogni caso è chiaro che le prospettive per l’Ungheria restano fosche. D’altra parte l’Ungheria non è la Polonia, non ha lo stesso potenziale, e anche sulla Polonia ci sarebbe molto da dire, trattandosi di un Paese che non ha mai smesso di crescere, nemmeno nel pieno della crisi europea, ma la cui crescità è in realtà dopata dall’enorme quantità di capitali provenienti dall’UE (102 miliardi di Euro di fondi strutturali nel settennio 2007-2013; 106 per il 2014-2020).

Pertanto venite in Ungheria, visitate l’Ungheria, amate l’Ungheria (e perché no, anche le donne ungheresi) ma prima di trasferirvi, rileggete dieci volte questo post e meditate sulle vostre prospettive a breve, medio e lungo termine. Un consiglio da amico.

Habemus Presidente della Repubblica, Tsipras e quantitative easing

di Manfredi Pomar | 31 gennaio 2015 | 2 commenti

Perdonate il lungo silenzio. Ritorno dal mio letargo ungherese per commentare brevemente quelle che ritengo essere le tre notizie più interessanti dell’ultimo periodo.

Giorgio Napolitano, golpe, Sergio Mattarella, Marco Travaglio, Grecia, UE, Alexis Tsipras, quantitative easing, Mario Draghi, BCE, Italia, crisi del debito sovrano, crisi economicaComincerei dal sempre triste siparietto della politica italiana, con le recenti dimissioni di Giorgio Napolitano. Ebbene, che la rielezione di Napolitano fosse in realtà l’ennesimo psicodramma italiano l’avevo già sottolineato a suo tempo. Del resto l’ex Presidente della Repubblica aveva palesato sin da principio le sue intenzioni: la congiuntura richiedeva stabilità politica, quindi si sarebbe passati all’elezione di un nuovo Presidente non appena il contesto economico avrebbe lasciato un po’ di respiro. Così è stato, con buona pace di quanti vedevano nella rielezione di Napolitano chissà quali piani diabolici, indicibili macchinazioni e tentativi di golpe. Spiace per Marco Travaglio e per chi, come il giornalista torinese, aveva fatto di Napolitano bersaglio di quotidiane invettive e “musa ispiratrice“. Già orfano di Berlusconi, viene da chiedersi contro chi rivolgerà il suo accanimento ora che “Re Giorgio” ha passato lo scettro a Sergio Mattarella.

Politica estera. La Grecia sceglie Alexis Tsipras e la sinistra italiana (soprattutto quella parte allergica a Matteo Renzi) grida vittoria. In questo clima di gioia condivisa, persino la BBC si è sbilanciata nel trarre le prime valutazioni sugli effetti del voto greco, ma la realtà, come sempre, suggerisce toni più cauti. Con l’inizio dei negoziati tra Bruxelles e il nuovo governo greco sulla spinosa questione del debito, il rischio che il dibattito possa subire un’improvvisa escalation è reale. E le conseguenze, purtroppo, sarebbero dolorose per entrambe le parti. Saranno settimane interessanti.

Dulcis in fundo, il quantitative easing. Alla luce del perdurare della stretta creditizia, vista l’inefficacia delle politiche sui tassi di interesse, Mario Draghi ha infine deciso di optare per un vero e proprio QE. Per la gioia di chi, da anni, chiedeva a gran voce una BCE formato Fed. Il problema è che l’Italia, si sa, non vanta una classe dirigente particolarmente responsabile. Che qualcuno possa dunque lasciarsi prendere dalla tentazione di spendere e spandere, anziché proseguire sulla strada del consolidamento del debito, non è poi un’ipotesi così remota. E’ il rischio che si corre in un Paese dove non si parla quasi mai di coperture e si crede che i soldi piovano dal cielo. Questa è quindi la grande sfida italiana per il 2015: capiranno i politici nostrani che il QE non è un assegno in bianco?

Vademecum per chi si trasferisce a Budapest

di Manfredi Pomar | 11 ottobre 2014 | 14 commenti

Quando mi sono trasferito a Berlino ho preferito risparmiarvi un post pieno di dritte e indicazioni: Internet è già piena di risorse utili sulla Germania. Quando è stata la volta di Lisbona ho pensato invece che non ne valesse la pena: Italia e Portogallo si somigliano così tanto da rendere inutile qualsiasi guida. Per Budapest il discorso è diverso: qui la barriera linguistica è un problema reale e online non è poi così facile reperire informazioni utili sull’Ungheria, ragion per cui ho deciso di condividere la mia esperienza personale. Magari sarà d’aiuto ad altri.

Budapest, Ungheria, trasferimento, lavoro, vita, burocrazia

Premessa: io mi sono trasferito in Ungheria avendo già un posto di lavoro. Le informazioni contenute in questo post partono dal presupposto che stiate vivendo un’esperienza analoga. In altre parole non ho idea di come funzioni l’iter burocratico per chi si trasferisce come studente o con l’intento di cercare lavoro una volta arrivato sul posto (scelta a mio avviso bizzarra: l’Ungheria non è il Regno Unito).

La prima cosa da fare una volta arrivati in un nuovo Paese (il discorso non vale solo per l’Ungheria, ve l’assicura chi è già al suo terzo trasferimento all’estero) è procurarsi una sim card del posto. Per cercar casa, infatti, dovrete fare diverse chiamate e in ogni caso può essere utile avere un contatto locale, quindi mettete da parte la vostra scheda italiana e comprate una nuova sim.
Fatto ciò, potrete cominciare a cercare casa. Un sito che consiglio vivamente è alberlet.hu. E’ ben fatto, permette di filtrare in modo preciso e include annunci di privati e agenzie. Le agenzie avranno pretese maggiori ma a mio avviso avrete più garanzie; quasi tutte chiedono un contratto minimo di un anno. Volendo vivere a Pest (e lo consiglio, visto che a Buda non c’è granché da fare e gli affitti sono più cari), i distretti che suggerisco sono il quinto, il sesto e il tredicesimo. Il settimo può rappresentare una valida alternativa, è centrale e pieno di vita, però lo consiglio con riserva: è il quartiere della movida. Se siete studenti Erasmus può fare al caso vostro; se volete fare una sana e onesta vita da lavoratori no. Lasciate perdere anche le zone periferiche e l’ottavo distretto: non rischierete di essere taglieggiati da gang di zingari – il rischio esiste.

Risolta la questione dell’alloggio, potrete finalmente fronteggiare l’iter burocratico. Per quanto le procedure siano analoghe a quelle degli altri Paesi dell’Unione Europea, in Ungheria è tutto un po’ più difficile. E la barriera linguistica non è l’unico ostacolo. Gli ungheresi hanno infatti ereditato dall’impero austro-ungarico un rigore superiore a quello tedesco (ve lo dice chi ha vissuto anche in Germania) e dall’Unione Sovietica un’autentica passione per la burocrazia. Le due cose, assieme, costituiscono un mix letale. Ma andiamo con ordine. Per prima cosa dovrete registrarvi presso l’Ufficio Immigrazione (sito in Karoly korut 11): va fatto entro 30 giorni dall’ingresso in Ungheria. Vi chiederanno:

  • Modulo per la registrazione (scaricabile da Internet)
  • Passaporto o carta d’identità
  • Tessera sanitaria europea (TEAM)
  • Contratto d’affitto (più eventuali altri documenti, a seguire maggiori dettagli)
  • Contratto lavorativo o pre-employment agreement
  • Bollo da 1.000 HUF (da comprare alla posta)

Consiglio di presentarsi con i documenti originali e una copia per ognuno di essi.
Due aneddoti interessanti per farvi capire l’approccio ungherese alla burocrazia. Quando ho presentato il contratto d’affitto (regolare, stipulato con un’agenzia locale) all’Ufficio Immigrazione hanno preteso che portassi anche una copia dell’accordo tra l’agenzia e il proprietario dell’appartamento. Per andare sul sicuro ho presentato anche un documento per attestare la proprietà dell’immobile e la firma autenticata del padrone di casa. Quando invece ho presentato il contratto di lavoro hanno rimbalzato la mia domanda perché in calce, pur essendoci le firme, mancava il timbro dell’azienda – un eccesso di zelo, visto che, stando alla legge ungherese, il timbro dell’azienda non è obbligatorio e un documento firmato ha già valore legale. Fate quindi attenzione a questi piccoli dettagli.

Due settimane dopo la registrazione presso l’Ufficio Immigrazione riceverete via posta l’Address Card. Inutile recarvi presso gli uffici amministrativi del quartiere per ottenere la tessera anzitempo: la prima Address Card viene rilasciata da un altro istituto (KEK KH, ossia il… Közigazgatási és Elektronikus Közszolgáltatások Központi Hivatala!) e non viene consegnata brevi manu in nessun caso, quindi armatevi di pazienza e aspettate che l’Address Card arrivi per posta. La tessera rilasciata dall’Ufficio Immigrazione, l’Address Card e un documento d’identità valido (carta d’identità o passaporto) diventeranno i vostri migliori amici: portateli sempre con voi.

Completata questa prima fase, potrete finalmente richiedere il corrispettivo del codice fiscale italiano (con il modulo 14T34) e il Social Security Number: consiglio vivamente di chiedere supporto al datore di lavoro in quanto negli uffici pubblici (Ufficio Immigrazione a parte) nessuno parla inglese, meglio farsi accompagnare da qualcuno del posto.

Se vi state trasferendo in Ungheria e avete trovato le mie indicazioni utili, il minimo che potete fare è lasciare un commento. Se poi volete proprio sdebitarvi, contattatemi per offrirmi un buon caffè o un cicchetto di palinka! :-)

Adeus, Lisboa! Cinque consigli per chi si trasferisce in Portogallo (a Lisbona)

di Manfredi Pomar | 21 settembre 2014 | 1 commento

Perdonate la lunga assenza, sono reduce da settimane piuttosto intense che, tra le altre cose, hanno anche segnato la fine della mia esperienza lusitana. A un anno dal mio trasferimento a Lisbona, infatti, ho dovuto fare i bagagli ancora una volta. A differenza della parentesi tedesca, conclusasi per mia volontà, a Lisbona mi sarei fermato volentieri più a lungo ma le circostanze mi hanno spinto ad agire diversamente. L’azienda per cui lavoravo ha chiuso e, non trovando alternative valide in città, ho dovuto optare per un altro Paese. Due settimane fa ha così avuto inizio la mia avventura ungherese; attualmente vi scrivo dalla splendida Budapest, la Parigi dell’est. Sulla vita nella terra dei Magiari tornerò a scrivere in maniera più approfondita; prima però, come ormai mia consuetudine (avevo fatto lo stesso dopo aver lasciato la Germania), vorrei lasciare qualche consiglio a chi sta pensando di trasferirsi in Portogallo e, nello specifico, a Lisbona.

Crisi permettendo, le ragioni che potrebbero indirizzarvi verso una simile scelta sono varie e tutte ragionevolissime: Lisbona, infatti, se non fosse per il mercato del lavoro atrofizzato (suona familiare?), è senza dubbio tra le capitali europee più vivibili. La città, a misura d’uomo, ha un fascino tutto suo: intrigante e decadente al tempo stesso, è un’esplosione di luce e mille colori; il clima è ottimo, anche nella stagione fredda (non prestate ascolto ai portoghesi che se ne lamentano di continuo, con il popolo italiano condividono il gusto per la lamentela); si mangia bene e il costo della vita è basso (ma badate, lo è anche il salario medio: se non avete uno stipendio superiore alla media portoghese non è poi così tanto conveniente vivere a Lisbona); la gente è rilassata e disponibile (diffidente e chiusa, dicono altri, ma da siciliano tendo a giustificare certi modi: anche in Sicilia siamo notoriamente ospitali ma in certa misura diffidenti verso lo straniero); la lingua portoghese può essere ostica all’ascolto, ma nello scritto è comprensibilissima e presenta molte affinità con l’italiano e con certi suoi dialetti; i portoghesi che parlano inglese non sono pochi e in linea di massima sono più fluenti dell’italiano medio. Se avete una pensione o un’entrata mensile dignitosa (lavorando da remoto, per esempio) oppure uno stipendio da lavoratore dipendente superiore allo stipendio medio portoghese vivere in Portogallo è sicuramente una possibilità da valutare; in tutti gli altri casi potrebbe toccarvi stringere la cinghia e fare qualche sacrificio, fossi in voi, quindi, ci penserei due volte.

Veniamo ai consigli pratici:

Come sempre, evitate gli italiani come la peste, a meno che non sia strettamente necessario interagire con loro (per esempio sul luogo di lavoro). Per tutta una serie di ragioni questa dovrebbe essere la regola generale di qualsiasi trasferimento all’estero. Isolandovi tra connazionali finirete col ghettizzarvi, non praticherete altre lingue (a partire da quella del posto) e avrete più difficoltà a ottenere dritte e informazioni utili – nessuno può aiutarvi più dei locali. Senza dimenticare, poi, che se proprio volevate stare tra italiani, potevate tranquillamente rimanere in Italia. Tra l’altro il Portogallo è così vicino all’Italia – culturalmente e per posizione geografica – che non c’è nessuna valida ragione per fare i nostalgici. Un conto è se vi trasferite in Cina, ma il Portogallo…

La ricerca dell’abitazione può presentare qualche difficoltà, ma non è un problema tipicamente portoghese e comunque non è nulla di insuperabile. Per chi arriva in città la difficoltà principale a Berlino si chiama Schufa (l’istituto che rilascia un documento circa la vostra creditworthiness); a Lisbona invece vi chiedono il fiador, ossia qualcuno che faccia da garante per voi; in alternativa vi chiederanno di pagare anticipatamente somme consistenti, possibilità che io scarterei a priori. Ora, considerato che nessuno vi farà da garante al vostro arrivo in Portogallo, la vostra ricerca sarà inizialmente limitata agli appartamenti per cui non è richiesto il fiador. Se avete un buon contratto di lavoro (e ripeto: se non l’avete, non sono certo vi convenga trasferirvi in Portogallo), quello dovrebbe bastare a convincere un padrone di casa meno esigente. Inoltre, per risparmiare tempo vi suggerirei di rivolgervi a un’agenzia: rispondendo agli annunci su OLX o Imovirtual ero incappato in diverse richieste di fiador.

In linea di massima Lisbona è una capitale sicura, ma il Portogallo è pur sempre un Paese latino, povero, devastato dalla crisi, con alta disoccupazione e salari ridicoli. Molti portoghesi sono costretti al doppio impiego per arrivare alla fine del mese; altri vivono di espedienti e microcriminalità. Questo vi obbliga ad avere sempre un minimo di cautela, soprattutto nelle zone a rischio (per esempio l’area che da Martim Moniz va fino ad Anjus e tutta la mouraria). Non dico di evitare certe zone a priori però, certo, se una ragazza rincasa da sola da quelle parti alle 4 del mattino un po’ se la va a cercare…

Occhio anche a non passare per turisti. La città ne è piena e i portoghesi, all’occorrenza, cercano di spennarli. In fondo sono latini anche loro… Non importa da quale area sottosviluppata del mondo veniate, per il portoghese medio sarete sempre considerati ricchi per il solo fatto di essere stranieri, quindi occhio a tassisti e commercianti. Anche se non parlate correntemente la lingua, sforzatevi di abbozzare qualcosa in portoghese o comunque fate intendere che vivete lì e siete pratici di Lisbona. Se siete un minimo svegli potete anche provare a contrattare l’affitto (state certi che se a voi chiedono 400 euro, a un locale ne chiedono 350). Nella peggiore delle ipotesi, se avete la faccia tosta e non volete proprio regalare nulla al proprietario di casa, potete accordarvi per una data cifra e poi, dopo un paio di mesi, chiedere al proprietario di abbassare l’affitto inventando cause di forza maggiore (per esempio difficoltà lavorative).

Infine, la domanda di rito: può essere un buon investimento l’acquisto di un immobile a Lisbona? In linea di massima lo sconsiglierei. Se siete lavoratori in pensione alla ricerca di un posto tranquillo dove invecchiare serenamente potrebbe valere la pena. Ma se vi trasferite in città per lavoro o valutate l’acquisto di un immobile per poi affittarlo fareste meglio a pensarci due volte. Nel primo caso non dovete dimenticare che il Paese è devastato dalla crisi e che il mercato del lavoro non offre granché: fare un investimento oneroso in simili condizioni è una scelta rischiosa; nel secondo caso, invece, altre mete potrebbero generare guadagni migliori. Inoltre molti stabili sono vecchi, malridotti e richiedono varie spese di manutenzione. Fossi in voi, guarderei altrove.

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