Manfredi Pomar

libero pensiero in libero mercato

Vademecum per chi si trasferisce a Budapest

di Manfredi Pomar | 11 ottobre 2014 | 4 commenti

Quando mi sono trasferito a Berlino ho preferito risparmiarvi un post pieno di dritte e indicazioni: Internet è già piena di risorse utili sulla Germania. Quando è stata la volta di Lisbona ho pensato invece che non ne valesse la pena: Italia e Portogallo si somigliano così tanto da rendere inutile qualsiasi guida. Per Budapest il discorso è diverso: qui la barriera linguistica è un problema reale e online non è poi così facile reperire informazioni utili sull’Ungheria, ragion per cui ho deciso di condividere la mia esperienza personale. Magari sarà d’aiuto ad altri.

Budapest, Ungheria, trasferimento, lavoro, vita, burocrazia

Premessa: io mi sono trasferito in Ungheria avendo già un posto di lavoro. Le informazioni contenute in questo post partono dal presupposto che stiate vivendo un’esperienza analoga. In altre parole non ho idea di come funzioni l’iter burocratico per chi si trasferisce come studente o con l’intento di cercare lavoro una volta arrivato sul posto (scelta a mio avviso bizzarra: l’Ungheria non è il Regno Unito).

La prima cosa da fare una volta arrivati in un nuovo Paese (il discorso non vale solo per l’Ungheria, ve l’assicura chi è già al suo terzo trasferimento all’estero) è procurarsi una sim card del posto. Per cercar casa, infatti, dovrete fare diverse chiamate e in ogni caso può essere utile avere un contatto locale, quindi mettete da parte la vostra scheda italiana e comprate una nuova sim.
Fatto ciò, potrete cominciare a cercare casa. Un sito che consiglio vivamente è alberlet.hu. E’ ben fatto, permette di filtrare in modo preciso e include annunci di privati e agenzie. Le agenzie avranno pretese maggiori ma a mio avviso avrete più garanzie; quasi tutte chiedono un contratto minimo di un anno. Volendo vivere a Pest (e lo consiglio, visto che a Buda non c’è granché da fare e gli affitti sono più cari), i distretti che suggerisco sono il quinto, il sesto e il tredicesimo. Il settimo può rappresentare una valida alternativa, è centrale e pieno di vita, però lo consiglio con riserva: è il quartiere della movida. Se siete studenti Erasmus può fare al caso vostro; se volete fare una sana e onesta vita da lavoratori no. Lasciate perdere anche le zone periferiche e l’ottavo distretto: non rischierete di essere taglieggiati da gang di zingari – il rischio esiste.

Risolta la questione dell’alloggio, potrete finalmente fronteggiare l’iter burocratico. Per quanto le procedure siano analoghe a quelle degli altri Paesi dell’Unione Europea, in Ungheria è tutto un po’ più difficile. E la barriera linguistica non è l’unico ostacolo. Gli ungheresi hanno infatti ereditato dall’impero austro-ungarico un rigore superiore a quello tedesco (ve lo dice chi ha vissuto anche in Germania) e dall’Unione Sovietica un’autentica passione per la burocrazia. Le due cose, assieme, costituiscono un mix letale. Ma andiamo con ordine. Per prima cosa dovrete registrarvi presso l’Ufficio Immigrazione (sito in Karoly korut 11): va fatto entro 30 giorni dall’ingresso in Ungheria. Vi chiederanno:

  • Modulo per la registrazione (scaricabile da Internet)
  • Passaporto o carta d’identità
  • Tessera sanitaria europea (TEAM)
  • Contratto d’affitto (più eventuali altri documenti, a seguire maggiori dettagli)
  • Contratto lavorativo o pre-employment agreement
  • Bollo da 1.000 HUF (da comprare alla posta)

Consiglio di presentarsi con i documenti originali e una copia per ognuno di essi.
Due aneddoti interessanti per farvi capire l’approccio ungherese alla burocrazia. Quando ho presentato il contratto d’affitto (regolare, stipulato con un’agenzia locale) all’Ufficio Immigrazione hanno preteso che portassi anche una copia dell’accordo tra l’agenzia e il proprietario dell’appartamento. Per andare sul sicuro ho presentato anche un documento per attestare la proprietà dell’immobile e la firma autenticata del padrone di casa. Quando invece ho presentato il contratto di lavoro hanno rimbalzato la mia domanda perché in calce, pur essendoci le firme, mancava il timbro dell’azienda – un eccesso di zelo, visto che, stando alla legge ungherese, il timbro dell’azienda non è obbligatorio e un documento firmato ha già valore legale. Fate quindi attenzione a questi piccoli dettagli.

Due settimane dopo la registrazione presso l’Ufficio Immigrazione riceverete via posta l’Address Card. Inutile recarvi presso gli uffici amministrativi del quartiere per ottenere la tessera anzitempo: la prima Address Card viene rilasciata da un altro istituto (KEK KH, ossia il… Közigazgatási és Elektronikus Közszolgáltatások Központi Hivatala!) e non viene consegnata brevi manu in nessun caso, quindi armatevi di pazienza e aspettate che l’Address Card arrivi per posta. La tessera rilasciata dall’Ufficio Immigrazione, l’Address Card e un documento d’identità valido (carta d’identità o passaporto) diventeranno i vostri migliori amici: portateli sempre con voi.

Completata questa prima fase, potrete finalmente richiedere il corrispettivo del codice fiscale italiano (con il modulo 14T34) e il Social Security Number: consiglio vivamente di chiedere supporto al datore di lavoro in quanto negli uffici pubblici (Ufficio Immigrazione a parte) nessuno parla inglese, meglio farsi accompagnare da qualcuno del posto.

Se vi state trasferendo in Ungheria e avete trovato le mie indicazioni utili, il minimo che potete fare è lasciare un commento. Se poi volete proprio sdebitarvi, contattatemi per offrirmi un buon caffè o un cicchetto di palinka! :-)

Adeus, Lisboa! Cinque consigli per chi si trasferisce in Portogallo (a Lisbona)

di Manfredi Pomar | 21 settembre 2014 | nessun commento

Perdonate la lunga assenza, sono reduce da settimane piuttosto intense che, tra le altre cose, hanno anche segnato la fine della mia esperienza lusitana. A un anno dal mio trasferimento a Lisbona, infatti, ho dovuto fare i bagagli ancora una volta. A differenza della parentesi tedesca, conclusasi per mia volontà, a Lisbona mi sarei fermato volentieri più a lungo ma le circostanze mi hanno spinto ad agire diversamente. L’azienda per cui lavoravo ha chiuso e, non trovando alternative valide in città, ho dovuto optare per un altro Paese. Due settimane fa ha così avuto inizio la mia avventura ungherese; attualmente vi scrivo dalla splendida Budapest, la Parigi dell’est. Sulla vita nella terra dei Magiari tornerò a scrivere in maniera più approfondita; prima però, come ormai mia consuetudine (avevo fatto lo stesso dopo aver lasciato la Germania), vorrei lasciare qualche consiglio a chi sta pensando di trasferirsi in Portogallo e, nello specifico, a Lisbona.

Crisi permettendo, le ragioni che potrebbero indirizzarvi verso una simile scelta sono varie e tutte ragionevolissime: Lisbona, infatti, se non fosse per il mercato del lavoro atrofizzato (suona familiare?), è senza dubbio tra le capitali europee più vivibili. La città, a misura d’uomo, ha un fascino tutto suo: intrigante e decadente al tempo stesso, è un’esplosione di luce e mille colori; il clima è ottimo, anche nella stagione fredda (non prestate ascolto ai portoghesi che se ne lamentano di continuo, con il popolo italiano condividono il gusto per la lamentela); si mangia bene e il costo della vita è basso (ma badate, lo è anche il salario medio: se non avete uno stipendio superiore alla media portoghese non è poi così tanto conveniente vivere a Lisbona); la gente è rilassata e disponibile (diffidente e chiusa, dicono altri, ma da siciliano tendo a giustificare certi modi: anche in Sicilia siamo notoriamente ospitali ma in certa misura diffidenti verso lo straniero); la lingua portoghese può essere ostica all’ascolto, ma nello scritto è comprensibilissima e presenta molte affinità con l’italiano e con certi suoi dialetti; i portoghesi che parlano inglese non sono pochi e in linea di massima sono più fluenti dell’italiano medio. Se avete una pensione o un’entrata mensile dignitosa (lavorando da remoto, per esempio) oppure uno stipendio da lavoratore dipendente superiore allo stipendio medio portoghese vivere in Portogallo è sicuramente una possibilità da valutare; in tutti gli altri casi potrebbe toccarvi stringere la cinghia e fare qualche sacrificio, fossi in voi, quindi, ci penserei due volte.

Veniamo ai consigli pratici:

Come sempre, evitate gli italiani come la peste, a meno che non sia strettamente necessario interagire con loro (per esempio sul luogo di lavoro). Per tutta una serie di ragioni questa dovrebbe essere la regola generale di qualsiasi trasferimento all’estero. Isolandovi tra connazionali finirete col ghettizzarvi, non praticherete altre lingue (a partire da quella del posto) e avrete più difficoltà a ottenere dritte e informazioni utili – nessuno può aiutarvi più dei locali. Senza dimenticare, poi, che se proprio volevate stare tra italiani, potevate tranquillamente rimanere in Italia. Tra l’altro il Portogallo è così vicino all’Italia – culturalmente e per posizione geografica – che non c’è nessuna valida ragione per fare i nostalgici. Un conto è se vi trasferite in Cina, ma il Portogallo…

La ricerca dell’abitazione può presentare qualche difficoltà, ma non è un problema tipicamente portoghese e comunque non è nulla di insuperabile. Per chi arriva in città la difficoltà principale a Berlino si chiama Schufa (l’istituto che rilascia un documento circa la vostra creditworthiness); a Lisbona invece vi chiedono il fiador, ossia qualcuno che faccia da garante per voi; in alternativa vi chiederanno di pagare anticipatamente somme consistenti, possibilità che io scarterei a priori. Ora, considerato che nessuno vi farà da garante al vostro arrivo in Portogallo, la vostra ricerca sarà inizialmente limitata agli appartamenti per cui non è richiesto il fiador. Se avete un buon contratto di lavoro (e ripeto: se non l’avete, non sono certo vi convenga trasferirvi in Portogallo), quello dovrebbe bastare a convincere un padrone di casa meno esigente. Inoltre, per risparmiare tempo vi suggerirei di rivolgervi a un’agenzia: rispondendo agli annunci su OLX o Imovirtual ero incappato in diverse richieste di fiador.

In linea di massima Lisbona è una capitale sicura, ma il Portogallo è pur sempre un Paese latino, povero, devastato dalla crisi, con alta disoccupazione e salari ridicoli. Molti portoghesi sono costretti al doppio impiego per arrivare alla fine del mese; altri vivono di espedienti e microcriminalità. Questo vi obbliga ad avere sempre un minimo di cautela, soprattutto nelle zone a rischio (per esempio l’area che da Martim Moniz va fino ad Anjus e tutta la mouraria). Non dico di evitare certe zone a priori però, certo, se una ragazza rincasa da sola da quelle parti alle 4 del mattino un po’ se la va a cercare…

Occhio anche a non passare per turisti. La città ne è piena e i portoghesi, all’occorrenza, cercano di spennarli. In fondo sono latini anche loro… Non importa da quale area sottosviluppata del mondo veniate, per il portoghese medio sarete sempre considerati ricchi per il solo fatto di essere stranieri, quindi occhio a tassisti e commercianti. Anche se non parlate correntemente la lingua, sforzatevi di abbozzare qualcosa in portoghese o comunque fate intendere che vivete lì e siete pratici di Lisbona. Se siete un minimo svegli potete anche provare a contrattare l’affitto (state certi che se a voi chiedono 400 euro, a un locale ne chiedono 350). Nella peggiore delle ipotesi, se avete la faccia tosta e non volete proprio regalare nulla al proprietario di casa, potete accordarvi per una data cifra e poi, dopo un paio di mesi, chiedere al proprietario di abbassare l’affitto inventando cause di forza maggiore (per esempio difficoltà lavorative).

Infine, la domanda di rito: può essere un buon investimento l’acquisto di un immobile a Lisbona? In linea di massima lo sconsiglierei. Se siete lavoratori in pensione alla ricerca di un posto tranquillo dove invecchiare serenamente potrebbe valere la pena. Ma se vi trasferite in città per lavoro o valutate l’acquisto di un immobile per poi affittarlo fareste meglio a pensarci due volte. Nel primo caso non dovete dimenticare che il Paese è devastato dalla crisi e che il mercato del lavoro non offre granché: fare un investimento oneroso in simili condizioni è una scelta rischiosa; nel secondo caso, invece, altre mete potrebbero generare guadagni migliori. Inoltre molti stabili sono vecchi, malridotti e richiedono varie spese di manutenzione. Fossi in voi, guarderei altrove.

Il Mondiale brasiliano e la disfatta italiana come metafora del Belpaese

di Manfredi Pomar | 6 luglio 2014 | nessun commento

Come avrete notato, dedico mio malgrado sempre meno tempo al blog, non potevo però esimermi dallo spendere qualche parola sul Mondiale brasiliano. Per prima cosa ci tengo a fare notare che lo scorso 12 giugno, prima del fischio d’inizio della partita inaugurale, ho azzeccato tre delle quattro semifinaliste e uno dei due accoppiamenti (Brasile – Germania). Difficile prevedere l’uscita della Spagna; poco sorprendente invece il successo dell’Olanda che, come sempre dai tempi dei vari Van Basten, Rijkaard e Gullit, si presenta con una rosa di enorme talento: pensavo però – e qui sbagliavo – che per l’ennesima volta gli Oranje si sarebbero persi in individualismi controproducenti, non arrivando così alla fase finale del torneo. Van Gaal è riuscito a smentirmi.

 

Che dire invece della nazionale italiana? Un’eliminazione annunciata, a mio avviso. Eccezion fatta per la prima partita (contro una squadra davvero mediocre, guidata da un allenatore a dir poco inadatto), una spompatissima Italia ha sfoggiato un gioco lento e prevedibile contro due squadre parecchio più vivaci e motivate. Non poteva andare diversamente e, per quanto ciò possa suonare banale, la nazionale di calcio italiana ha offerto uno spaccato impietoso del Belpaese. L’Italia di oggi è senza idee, stanca, lamentosa esattamente come la sua nazionale, che ha brillato solo per inconsistenza e mancanza di originalità. E’ un’Italia che crede che tutto le sia dovuto in virtù del blasone e dei successi passati, ma che non riesce più a competere ad alto livello, con le altre grandi o con le realtà in ascesa. L’Italia di Prandelli è l’Italia della crisi e della crescita asfittica, sono due realtà speculari. E infatti la reazione di fronte alla sconfitta è esattamente la stessa, a conferma che il calcio in Italia è davvero metafora dei pregi e difetti del Paese: si è subito puntato il dito contro l’arbitraggio per finire col ridurre tutto a una guerra generazionale. Lo stesso avviene nella vita di tutti i giorni quando si punta il dito contro l’Europa, l’arbitro Moreno per eccellenza, o quando si sottovaluta il potenziale dei nostri giovani per rispettare la tradizione gerontocratica del Paese (un giovane brillante sotto i 35 anni in Italia non se lo fila nessuno, viene visto come un lattante; altrove gli si dà spazio e fiducia). Ora non c’è alcun dubbio che l’arbitraggio di Italia – Uruguay ci abbia penalizzato, così come ci penalizzano certi paletti imposti (per volontà dello stesso governo italiano, a dirla tutta) dall’Unione Europea, ma se non avessimo regalato la vittoria al Costa Rica o se avessimo avuto più coraggio contro l’Uruguay dopo l’espulsione di Marchisio (anziché rifugiarci in un approccio attendista per 30 minuti sperando di conservare il risultato, per poi animarci quando era già troppo tardi, cioè a gol subito, a pochi minuti dallo scadere dei minuti regolamentari), staremmo qui a parlare dell’arbitro Rodriguez? E che senso ha puntare il dito contro le nuove leve, quando a colpire sono state le prove di Darmian e gli unici tre punti li abbiamo ottenuti con in porta il giovane Sirigu? Cosa dovremmo dire allora dell’ultima prova di Chiellini o del bollitissimo Cassano? La verità è che in questo mondiale hanno sbagliato (quasi) tutti, giovani e vecchi, allenatore e giocatori ma, nel solco dell’italica tradizione, nessuno vuole assumersi le responsabilità dei propri errori. In fondo cos’è l’Italia se non una repubblica fondata sul capro espiatorio?

I nazionalisti come Don Chisciotte: contro i mulini a vento d’Europa

di Manfredi Pomar | 5 maggio 2014 | nessun commento

Manca meno di un mese alle prossime elezioni europee, questo spiega come mai nelle ultime settimane le invettive contro l’euro e l’Europa si sono fatte sempre più frequenti.

Il topos riproposto in maniera ossessiva è quello del ritorno alla sovranità nazionale; l’obiettivo è porre fine al processo d’integrazione europea, non tanto per impedire il meticciamento dei popoli europei (secondo il cosiddetto Piano Kalergi, che già spopola negli ambienti neonazisti europei) o per combattere la campagna di liberazione dagli immigrati proposta da un egiziano naturalizzato italiano (…), quanto per ripristinare il potere decisionale dei governi nazionali. Per questa ragione gli euroscettici denoantri non rinunciano alla tentazione di gridare al golpe e denunciare pratiche incostituzionali un giorno sì e l’altro pure; nella realtà, però, quello che i sedicenti difensori della Costituzione dimenticano di precisare è che le cessioni di sovranità sono previste proprio dalla Carta attualmente in vigore e hanno tutte seguito l’iter richiesto. Essendo l’Italia una Repubblica parlamentare, così stanno le cose; poi, certo, si può discutere del fatto che Paesi come l’Irlanda prevedano referendum per questioni di questo tipo, ma fino a quando la Costituzione in vigore in Italia sarà quella italiana, e non quella irlandese, certe critiche rimarranno prive di fondamento, con buona pace dei vari Grillo e Barnard. E in fondo potrebbe andar peggio. Restando tra i confini nazionali, infatti, è possibile imbattersi negli ancora più ridicoli rimbrotti che ogni tanto muovono dai banchi dei due principali partiti italiani. Partiti che hanno sempre votato compatti a favore del processo d’integrazione europea, delle cessioni di sovranità e persino del fiscal compact ma che ora, per bocca di ineffabili esponenti politici, provano a raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni, scagliandosi contro i diktat dell’Unione Europea. Coerenza, questa sconosciuta.

Poi c’è la questione della sovranità monetaria, rivendicata da quanti vorrebbero tornare alla lira per abbracciare il modello della svalutazione competitiva. Oltre alle difficoltà pratiche (se per introdurre l’euro c’è voluto del tempo in un contesto relativamente tranquillo, immaginate cosa sarebbe il ritorno alla lira nello scenario attuale) e al rischio di forti speculazioni sulla nuova valuta, ci sono almeno tre buone ragioni per cui il ritorno alla lira verrebbe considerata una scelta insensata da qualsiasi essere umano dotato di un minimo di alfabetizzazione economica. Come già ribadito più volte, si porrebbe innanzi tutto il problema dell’inflazione, che se anche dovesse attestarsi su livelli accettabili (e conoscendo le pessime abitudini dei popoli latini è già possibile escluderlo), avrebbe comunque effetti disastrosi in un Paese sensibile alle più lievi variazioni di prezzo, dove risiedono milioni di pensionati e gli stipendi, per chi lavora, sono già tra i più bassi d’Europa. A meno che l’obiettivo non sia portare sulla soglia di povertà intere famiglie, è chiaro che la svalutazione competitiva non può essere la strada da seguire e chi promette una svalutazione senza inflazione, oltre a mentire spudoratamente, si augura un futuro argentino per l’Italia. Seconda difficoltà: chi chiede a gran voce una svalutazione competitiva vive nell’illusione che basti vendere a prezzi più bassi per far decollare l’export. Per quanto ciò possa essere vero in parte, bisogna comunque ricordare che non si tratta di un automatismo. Se così fosse, l’export italiano sarebbe già schizzato alle stelle durante la fase di deprezzamento dell’euro. Come sappiamo, così non è stato: mentre l’export tedesco impennava nel pieno della crisi, quello italiano restava al palo. Le ragioni sono varie e complesse, richiederebbero una digressione a parte, per il momento vi basti tenere a mente che, no, purtroppo non basta costare meno per essere più competitivi. Il grosso errore, infine, sta nel parlare di ritorno alla lira ragionando “a bocce ferme”, come se il resto del mondo fosse un osservatore passivo, incapace di reagire o adottare contromisure. Nella realtà, se l’Italia tornasse alla lira per vestire i panni della Cina d’Europa, è lecito credere che i principali competitor europei non starebbero a guardare e prenderebbero provvedimenti contro l’eventuale dumping made in Italy.

Una parte consistente delle campagne contro l’Europa può quindi ritenersi velleitaria e per nulla condivisibile, senza dimenticare poi che la crisi italiana ha origini più profonde di quello che si cerca di far credere. Troppo facile ricondurre tutto all’euro o all’Unione Europea, quando le criticità del sistema-Paese si ponevano già diverso tempo prima dell’ingresso nella moneta unica.

Ma allora dovremmo essere tutti europeisti convinti? Per nulla. L’euforia che ha portato al coinvolgimento quasi immediato di mezzo continente, nonostante non tutti i Paesi membri avessero basi sufficientemente solide per entrare a far parte dell’UE (si pensi al caso greco); l’ipocrisia di determinate scelte politico-economiche (Cipro, accolta benché paradiso fiscale e poi punita perché paradiso fiscale) e una chiara, fallimentare impostazione ideologica; lo strapotere degli euroburocrati e l’ancora significativa mancanza di trasparenza e democraticità all’interno di istituzioni-chiave; l’illusione che l’integrazione si possa ottenere solo attraverso l’omologazione, come se tutti i Paesi partissero dalle stesse condizioni iniziali e muovessero tutte all’interno di un comune background culturale, senza tenere conto delle enormi differenze economiche, politiche e culturali dei singoli Paesi membri; queste e molte altre criticità fanno dell’Unione Europea un esperimento politico imperfetto, pieno di incongruenze ed errori d’impostazione. L’UE, quindi, è sì un progetto politico ambizioso ma da osservare in modo critico e correggere nelle sue imperfezioni. Per farlo serve una classe politica intellettualmente onesta, aperta, lungimirante, in grado di far sentire e proporre in maniera intelligente quelle che sono le istanze dei Paesi membri. Gridare contro l’Europa, come fanno diversi personaggi in Italia, non serve a niente: è più facile – a prendersela con un capro espiatorio distante, immateriale sono bravi tutti – ma non basterà a restituire dignità all’Italia né a garantirci di essere ascoltati negli ambienti dove più conta.

UE, Italia, crisi, elezioni europee

Io sto con Giorgio!

di Manfredi Pomar | 2 aprile 2014 | nessun commento

Questo post, ve lo dico subito, è una marchetta. In genere non mi presto a certe cose (a meno che non si tratti di Bruckner), è notorio, ma questa rarissima eccezione è supportata da due valide ragioni. Innanzi tutto la storia che intendo raccontarvi è una storia di successo: fa bene allo spirito, soprattutto in un Paese come l’Italia, che continua a flirtare pericolosamente con lo spettro del commissariamento. In secondo luogo conosco da tempo immemore il protagonista della vicenda e so quanto questa, per lui, rappresenti il coronamento di un sogno. Mi sembrava giusto tesserne le lodi.

Il protagonista della storia si chiama Giorgio Ponte ed è l’autore di un romanzo umoristico – Io sto con Marta! – che, dopo aver scalato le classifiche dei principali store online, verrà ora pubblicato in formato cartaceo da Mondadori. Capite bene che per un autore esordiente che ha avuto il coraggio di scommettere sul self-publishing non si tratta certo di un risultato scontato o di poco conto.

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Breve parentesi. In un Paese come l’Italia, dove tutti scrivono e nessuno legge, esiste il rischio che qualcuno possa farsi strane illusioni venendo a sapere di storie come quella di Giorgio. E allora badate: mi guardo bene dal vendervi il self-publishing come la panacea di tutti i mali dell’editoria o dal sostenere che la storia di Giorgio suggerisce che c’è speranza per chiunque nutra velleità creative. Al contrario. La sua storia dimostra soltanto che Giorgio è un ragazzo in gamba e che esiste ancora un barlume di considerazione per il merito individuale in Italia, ma se “Io sto con Marta!”, nel suo genere, fosse stato un libraccio mal scritto, non se lo sarebbe filato nessuno, con o senza self-publishing.

Ma veniamo al romanzo. Per onestà intellettuale devo ammettere che, se non conoscessi personalmente l’autore, non avrei mai letto l’ebook in questione. Ve lo immaginate un amante del black humour più crudo con un romanzo della Kinsella tra le mani? Ecco. Ciononostante non mi pento della scelta. “Io sto con Marta!” è un romanzo ben scritto, scorrevole; forse iperbolico e stucchevole in alcuni passaggi, ma è innegabile che si tratti di una lettura gradevole, divertente. Inoltre, conoscendo l’autore, posso affermare in tutta sicurezza che la storia della protagonista presenti fortissime connotazioni autobiografiche: questo spiega come mai “Io sto con Marta!”, anche nel suo essere così esplicitamente inverosimile, conservi sempre una certa dose di (iper)realismo. In fin dei conti la storia di Marta è la storia di Giorgio e viceversa: c’è l’arrivo a Milano dal profondo sud, c’è l’esperienza del precariato, ci sono la fede e la rivalsa. Tutte cose che fanno o hanno fatto parte del vissuto personale dell’autore, che nel suo romanzo però mette tutto in bocca a una donna (scelta coraggiosa e riuscitissima: pochi uomini hanno la sensibilità per dar voce a un personaggio femminile facendolo rimanere credibile). Certo, qualcuno obietterà che il talento dello scrittore si vede soprattutto nella capacità di raccontare storie originali, inedite, non riconducibili al proprio bagaglio personale, ma date a Giorgio il tempo di godersi questo primo, meritato successo.
Il resto verrà da sé.

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