Manfredi Pomar

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Sull’evasione fiscale – Per chi non vuole svegliarsi povero e senza diritti

di Manfredi Pomar | 24 aprile 2013 | nessun commento

Italia Germania Berlino italiani estero fugaI recenti scandali lo confermano: l’evasione fiscale esiste, è un problema serio, diffuso ed è giusto che venga affrontato. Perdonate l’ovvietà ma vorrei risparmiarmi le critiche di chi, dopo aver letto questo post, potrebbe voler distorcere il senso delle mie parole per andarsene in giro a dire che difendo gli evasori. No, non li difendo, ma credo che in Italia sia necessario fare un po’ di chiarezza: molto spesso e sempre più di frequente il discorso sull’evasione viene infatti affrontato in maniera semplicistica e fuorviante, è una carrellata di numeri, rapporti, paragoni con altri Paesi che dovrebbe offrire uno spaccato del Paese – questo è ciò che credono i giornalisti che confezionano queste notizie – ma che in realtà, per il modo in cui vengono trattati i dati, contribuisce solo a propagandare una visione distorta del fenomeno.

Quante volte abbiamo sentito dire quanto vale l’economia sommersa italiana? Quante volte ci hanno raccontato con mirabile precisione di quanto è cresciuta l’evasione nello scorso anno? Ecco, il primo errore consiste proprio nello spacciare per dati reali quelli che in realtà sono soltanto dati stimati. Stime su cui si può ragionare, certamente, ma che andrebbero prese con le pinze da chi si occupa di informazione visto che si basano su ipotesi, non su fatti acclarati. L’Agenzia delle Entrate, per esempio, per fare una stima dell’evasione in Italia, ricorre a metodi diretti e indiretti: i primi – auditing di un campione, interviste campionarie – hanno la stessa attendibilità di una qualsiasi indagine demoscopica (rendo l’idea?); i secondi, derivati da modelli economico-statistici, non fotografano la realtà, sono valutazioni su base probabilistica.
Quando, con estrema leggerezza, qualche giornalista vi racconta che «in Italia si evade il doppio di Francia e Germania» (o altre amenità di questo tipo) non solo si sta spacciando per verità inoppugnabile il risultato di un confronto tra dati stimati che andrebbero trattati con cautela anche presi singolarmente, ma lo si fa senza neanche tener conto delle diverse metodologie usate. Già, perché in tutto questo, nonostante si promuova una certa armonizzazione, la metodologia può variare in maniera significativa da Paese a Paese, da istituto a istituto, da ricerca a ricerca. In Italia però tutto fa brodo e allora si mettono insieme mele e pere, tanto chi volete che se ne accorga? Sempre nel Belpaese c’è poi chi si spinge oltre – alcuni per ignoranza, altri perché fa comodo, visto che i numeri sul sommerso sono più grandi – e tratta la stima dell’economia sommersa come se si trattasse esclusivamente di capitali evasi, come se “sommerso” ed “evasione” fossero sinonimi, non fenomeni correlati ma non interamente sovrapponibili. Stendiamo un velo pietoso. Comunque anche per i dati sul sommerso vale il discorso appena fatto, infatti l’Istat preferisce fornire un range di valori all’interno del quale si suppone che si trovi il valore reale. Insomma, se è vero che in Italia «le tasse non sono certe» – come dice il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera – è altrettanto vero che non lo sono nemmeno le stime sull’evasione. Eppure vengono trattate come se lo fossero, con tutte le conseguenze del caso.

L’errata comprensione del fenomeno, però, non si limita a questo. E’ la maniera in cui viene rappresentato, il framing, a favorire interpretazioni distorte. L’evasione, infatti, comporta sì un ammanco per le casse dello Stato ma davvero poi lo Stato dispone di un gettito minore per la gestione dei servizi? Questo è quello che lo Stato vuole far credere per giustificare le sue mancanze ma le cose non stanno esattamente in questi termini, infatti, per dirla con Mario Draghi, «la diffusione dell’economia sommersa aggrava il fardello della fiscalità per i contribuenti onesti» – concetto che tra l’altro è stato ripreso proprio ieri da Daniele Franco, direttore centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali della Banca d’Italia. In altre parole, per racimolare il necessario, lo Stato chiede tasse sempre più alte ai cittadini che già le pagano regolarmente. Serve quindi un cambio di prospettiva: l’evasione andrebbe combattuta innanzitutto per permettere una più equa distribuzione del carico fiscale, non per un discorso di gettito che nella sostanza è vero solo in parte.

Eppure ogni giorno vengono snocciolati nuovi dati (poco attendibili) e ci viene ripetuto che l’evasione comporta minori entrate per lo Stato (affermazione fuorviante). Cui prodest? Ci sono diverse categorie di persone alle quali il dilagare della retorica sulla lotta all’evasione fiscale torna utile. Per cominciare conviene proprio a chi si occupa di combatterla. A differenza di altri Paesi, infatti, l’Italia ha messo in piedi un apparato costoso e inefficiente. Se ci fermassimo a pensare a quanti capitali evasi recuperati di fatto bruciamo ogni anno per il mantenimento di questo enorme apparato, forse arriveremmo alla conclusione che una struttura leggera, in grado di operare controlli mirati, si lascerebbe di gran lunga preferire ai controlli a tappetto random di un fisco che brancola nel buio. Ad andare in brodo di giuggiole chiaramente sono anche i politici in cerca di consenso facile, che possono così sparare numeri astronomici (che si promettono di recuperare) per mostrarsi animati da nobili ideali (un nome a caso: Vendola) o per inventarsi coperture di cui, nella pratica, non si dispone (altro nome a caso: Grillo). Poi c’è la categoria dei giornalisti. Chi per ignoranza, chi per furore ideologico, un po’ tutti si prestano al gioco. Come dimenticare il caso di quella presunta paladina dell’informazione che finì col fare la figura dell’utile idiota avanzando proposte ridicole sull’uso del contante? Infine c’è lui, il legislatore, quello che certe proposte non se le fa neanche ripetere due volte, perché gli fanno comodo. E infatti è proprio il legislatore quello a cui conviene di più questo clima che è un misto di terrore e indignazione.

La ragione, anche senza scadere in oziose teorie del complotto, dovrebbe essere chiara a tutti: più il cittadino è ubriaco di triste retorica, più sarà lieto di veder approvate norme liberticide – difficili da approvare con un’opinione pubblica ostile – che in realtà ledono i suoi stessi interessi. In fondo l’evasore è un po’ come lo speculatore o il terrorista – altre evanescenti rappresentazioni del male nella coscienza collettiva: non è possibile dargli un volto, nome e cognome ma fa inorridire l’opinione pubblica così tanto da spingere i cittadini a chiedere più controlli, nuovi balzelli, maggiori limitazioni. La campagna per l’abolizione (o il disincentivo) dell’uso del contante da questo punto di vista è stata esemplare – spiega alla gente che così danneggerai gli evasori e i cittadini saranno felicissimi di rinunciare a quello che in realtà è un loro diritto – ma non si è trattato di un caso isolato. Per esempio lo scorso 25 marzo Befera ha firmato il provvedimento previsto dal decreto Salva Italia del dicembre 2011 che di fatto annulla il segreto bancario consentendo al fisco di incrociare i dati sui conti correnti con le dichiarazioni dei redditi e nessuno ha fiatato. Perché? Perché questi abusi – chiamiamo le cose col loro nome – vengono sempre giustificati dalla lotta all’evasione che, per quanto legittima, è intollerabile che venga perseguita con certi metodi, tanto più se consideriamo quello che succede nel frattempo in Europa.

Prendiamo l’episodio di Cipro, che ha segnato una svolta importante nella gestione dell’eurocrisi. Di fatto si è passati dal bail-out vincolato al rispetto di tutta una serie di impegni per il raggiungimento di parametri di bilancio alla capitalizzazione forzata delle banche insolventi attraverso l’esproprio dei soldi dei correntisti, giustificato, nel caso di Cipro, dalla presenza di evasori e criminali. Capite bene che siamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Una cosa è chiedere riforme per il rientro del rapporto debito/PIL al di sotto di una data soglia entro un preciso lasso di tempo; ben altra cosa è porre come condizione un prelievo forzoso perché “sull’isola hanno aperto i conti degli evasori, mica possiamo salvare anche loro”. In linea teorica il discorso potrebbe anche apparire sensato; nella sostanza è solo l’espressione dell’ipocrisia degli euroburocrati: oggi chiedono la testa degli evasori ma chi per lunghi anni ha accettato il paradosso dell’esistenza di paradisi fiscali all’interno dell’eurozona e non ha fatto nulla per chiarire simili ambiguità? Ma non divaghiamo. Il caso di Cipro, dicevo, evidenzia la criticità del rapporto tra cittadini e istituzioni nel momento in cui lo Stato, il sistema bancario o entrambi diventano insolventi. A quel punto l’estrema soluzione per i governi dell’eurozona (o per le organizzazioni internazionali che dettano le condizioni per i salvataggi) diventa l’esproprio della ricchezza privata. Di fronte a pretese di questo tipo il cittadino si trova in condizione di netta inferiorità, ecco perché è importante che tenga sempre a mente i rapporti di forza esistenti. Accettando acriticamente la facile retorica sulla lotta all’evasione fiscale il cittadino finisce col regalare allo Stato margini del proprio spazio d’azione e non è detto che poi lo Stato resista alla tentazione di abusare di questo strapotere… Chi non vorrà ritrovarsi povero e senza diritti farà bene a tenerlo a mente.

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