Manfredi Pomar

libero pensiero in libero mercato

Derivati, Tobin Tax e rendite finanziarie: per il PD il risparmio è peccato

di Manfredi Pomar | 15 febbraio 2013 | 5 commenti

Il commento di oggi di oggi fa da postilla al mio post precedente e completa il quadro presentato in questo lacunoso articolo del Corriere della Sera, che si preoccupa soltanto di verificare quale sia l’impatto della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie di derivati, senza però riportare un quadro completo della situazione. Affinché tutti comprendano la gravità delle proposte avanzate dai vari Boccia e Bersani farò un esempio concreto.

Il signor Mario Rossi è un onesto lavoratore. Insegna economia aziendale in un liceo della capitale, per passione più che per avidità (visto che lo pagano quattro soldi). Il suo reddito, in quanto frutto del proprio lavoro, è già stato tassato e il signor Rossi non se ne lamenta perché lo ritiene legittimo. Destino vuole che, a differenza degli uomini del PD (suo partito di riferimento), il signor Rossi si intenda di prodotti finanziari: volendo guadagnare qualche soldo in più per assicurare un futuro migliore ai propri figli, decide allora di darsi all’attività di trading nelle ore libere, utilizzando parte dei propri risparmi (lo ripeto: il suo reddito al netto delle tasse già pagate).

Come se non bastassero i costi operativi, il signor Rossi deve anche fare i conti con quelli delle transazioni finanziarie, tassate come specificato nell’articolo del Corriere, ma il signor Rossi di trading ne capisce e riesce comunque a strappare qualche soldino extra. Il poveretto a questo punto tira un sospiro di sollievo ma sa che ancora non è finita: le rendite finanziarie, infatti, sono soggette a tassazione. Ipotizzando che il signor Rossi abbia fatto trading in CFD, per non vedersi accusato di evasione fiscale, dovrà ora versare allo Stato il 20%* del reddito proveniente dall’attività di trading.

rendite finanziarie risparmio tasse Italia politica finanzaE’ facile prevedere che, quando verrà a conoscenza della proposta – targata Partito Democratico – di portare l’aliquota al 23%, strapperà la tessera del PD spinto da una spiacevole sensazione: sarà infatti perseguitato dall’idea che, in un modo o nell’altro, tra lavoro, Tobin Tax e tassa sulle rendite finanziarie, sia stato taglieggiato per ben TRE volte dallo Stato. Da quel momento, inoltre, dirà ai propri studenti che la Costituzione in Italia non conta nulla.

Riassumendo: per il Partito Democratico il reddito va tassato PRIMA dell’operazione finanziaria (in quanto lavoro), DURANTE (in quanto transazione) e DOPO (in quanto rendita). Ma perché i risparmiatori non scendono in piazza?

Cosa aspettano? Che il populismo trascini l’Italia nel baratro?

* l’aliquota per i derivati – quotati e non – è passata dal 12,5% al 20% il primo gennaio 2012

Commenti

5 commenti to “Derivati, Tobin Tax e rendite finanziarie: per il PD il risparmio è peccato”

  1. Filippo
    febbraio 17th, 2013 @ 21:11

    Manfredi Pomar, io non la conosco ma se un giorno dovessi avere la possibilità… LE STRINGEREI LA MANO!!! Sono pochi i giornalisti che trattano di risparmio e investimenti e tutti al servizio di questo o di quell’editore. I siti DAVVERO indipendenti si contano sulle dita di una mano. Il suo è uno di questi.
    L’esempio di sopra andrebbe analizzato come CASE STUDY… Qui in Italia le cose si mettono davvero male, ha fatto benissimo ad andarsene… E spero di poter fare lo stesso quanto prima!

  2. Manfredi Pomar
    febbraio 18th, 2013 @ 00:56

    Grazie per il supporto, caro Filippo, si fa quel che si può – tempo e risorse permettendo. Quando non vengo sommerso di insulti resta comunque la sensazione di predicare nel deserto, quindi non posso dire che le soddisfazioni abbondino… Ma denunciare lo schifo a cui ci stanno condannando è un dovere, l’ultima forma di autodifesa che rimasta, e ogni incoraggiamento vale più di tanti altri riconoscimenti professionali. Grazie ancora.

  3. Luca
    febbraio 21st, 2013 @ 17:58

    Domanda: se il signor Rossi invece di investire in finanza si aprisse uno studio consulenza/una salumeria/un officina investendo gli stessi soldi, il profitto di quell’investimento sarebbe poi tassato comunque ad un tasso ben maggiore dell’attuale rendimento per le rendite finanziarie?

  4. Manfredi Pomar
    febbraio 21st, 2013 @ 19:28

    Se lo facesse dovrebbe comunque lasciare l’impiego precedente (a meno che non avesse il dono dell’ubiquità), quindi la sola fonte di reddito continuerebbe a essere quella della singola attività lavorativa. La differenza è che, in quanto titolare dell’attività (anziché lavoratore dipendente), dovrebbe tenere conto di altre spese: imposte, autorizzazioni, ecc. (e non bisogna dimenticare che i costi fiscali per chi ha un’attività lavorativa sono maggiori rispetto a quelli previsti dai contratti di collaborazione). Non solo non riuscirebbe a raggranellare più soldi per il futuro dei propri figli (l’obiettivo era quello) ma dovrebbe persino fronteggiare spese maggiori.

    Credo d’aver capito dove vuoi arrivare con la tua domanda. Probabilmente sei tra quelli che credono che sia necessario “ristabilire il primato del lavoro sulla finanza”, disincentivando quest’ultima, ma è concettualmente sbagliato armonizzare le due tasse (lavoro e rendite), perché i proventi di un investimento non sono paragonabili ai redditi da lavoro, si tratta di due cose distinte e separate. Inoltre chiedere di mettere le due tasse sullo stesso livello vuol dire chiedere ai risparmiatori italiani di lasciarsi tassare nuovamente con un’aliquota uguale a quella per cui erano già stati tassati in precedenza (visto che il risparmio è proprio ciò che rimane in tasca alle famiglie dopo aver pagato le tasse). A ‘sto punto tanto vale legalizzare l’esproprio.

  5. Manfredi Pomar
    febbraio 22nd, 2013 @ 10:30

    Inoltre, e ci tengo a precisarlo, lo Stato NON può arrogarsi il diritto di decidere cosa i cittadini debbano fare con i propri soldi, legalmente guadagnati e già tassati. Se uno vuole spararseli in scommesse sportive, slot-machine, acquisti sfrenati o metterli da parte NON è affare dello Stato e qualsiasi iniziativa che abbia come finalità quella di spingere le famiglie in una direzione piuttosto che in un’altra è da ritenersi un ABUSO. Lo Stato non può e non deve fare discriminazioni di alcun tipo approfittando dell’ignoranza dei suoi cittadini.

    Il PD avanza certe proposte non per allegerire il carico sul lavoro, come dicono i suoi rappresentanti (se così fosse potrebbero benissimo lavorare sul fronte della spesa), ma per stimolare i consumi. In altre parole il PD è dell’opinione che sia meglio un uovo oggi che la gallina domani, ma, ripeto, orientare le scelte delle famiglie secondo la propria visione del mondo è RIPUGNANTE.

    Neanche nell’Unione Sovietica lo Stato si arrogava questo diritto, l’unica imposizione era quella di non appoggiarsi a valute straniere (altrimenti scattava l’arresto immediato), ma se uno riusciva a mettere da parte un po’ di soldi per i tempi più difficili era esclusivamente affar suo. Quello che invece ti dicono i vari Boccia è: hai 30.000 Euro cash messi da parte? Bene, paga di nuovo!

Lascia un commento







  • Amarcord