Alcune considerazioni sull’Euro-Rettung
Ricordate quando scrivevo che l’Unione Europea si trova a un bivio? Due sono le strade percorribili per uscire dalla crisi: maggiore integrazione o maggiore flessibilità. Non ci vuole molto a prevedere che l’UE opterà per la convergenza, è sufficiente leggere i punti che verranno trattati il prossimo 23 ottobre al Parlamento Europeo per comprendere le intenzioni di Barroso e compagni: fondo salva-Stati, eurobond, governo economico europeo, misure armonizzate contro frode, evasione, elusione fiscale. Poi, in un secondo momento, dopo le modifiche dei trattati, probabilmente si cercherà di risolvere il tutto monetizzando il debito (espansione monetaria della BCE), ma non divaghiamo. Convergenza, dicevo. Ebbene, chi temeva che l’UE potesse trasformarsi in un enorme Leviatano forse non aveva tutti i torti: da Stati Uniti d’Europa a Europa Stato Unico il passo – ahime – è breve. Sarebbe bene che i cittadini d’Europa cominciassero a capirlo, per risparmiarci poi – a cose fatte – la solita dietrologia sulla perdita di sovranità. Il punto è che nell’UE, a fronte di un’unica politica monetaria, ci sono diciassette diverse politiche fiscali, per farle convergere sarà necessario chiedere nuove rinunce in termini di sovranità nazionale. Resistenze a parte (inglesi e non), i vertici dell’UE sembrano intenzionati a continuare su questa strada fino alla completa integrazione fiscale tra gli Stati membri. Nel caso italiano potrebbe anche essere un bene – per la stessa ragione per cui è stato un bene rinunciare alla sovranità monetaria (chi vuole intendere, intenda) – ma siamo davvero sicuri che i cittadini europei vogliano un unico Ministro del Tesoro per tutto il continente?
Ora, appurato che:
- non è vero che «se fallisce Atene, fallisce l’UE» (variante sarkozyana del «se fallisce l’euro, fallisce l’Ue» di Frau Merkel), il punto è che le banche francesi sono ancora piene di bond greci, per questo Sarkò fa terrorismo psicologico
- gli eurobond non sono la panacea di tutti i mali ma un diversivo di dubbia efficacia, soprattutto se l’emissione serve solo a gabbare le agenzie di rating
- il fondo salva-Stati (EFSF) è un errore che va a indebolire le economie centrali senza neanche riuscire a salvare con certezza quelle periferiche (si veda a questo proposito il caso greco), un chiaro esempio di moral hazard
- il problema della ricapitalizzazione delle banche è reale, anche se non è un discorso che riguarda tutte le banche indistintamente (precisione doverosa) e non colpisce tutti i Paesi allo stesso modo (altra precisazione doverosa)
- il fondo salva-Stati non può essere usato anche per le banche europee, a meno che l’intenzione non sia quella di far esaurire immediatamente i fondi rendendo necessari ulteriori estensioni (sempre a scapito delle economie centrali e tra crescenti contestazioni popolari)
- una ricapitalizzazione per opera degli Stati (leggete: nazionalizzazione) andrebbe a pesare sui bilanci degli Stati interessati – lo sa bene Pierrot – con gravi conseguenze in quei Paesi dove debito e deficit hanno già raggiunto livelli critici (PIIGS)
Viene da chiedersi: vogliamo davvero salvare l’UE in questo modo? E siamo sicuri che la convergenza sia preferibile alla flessibilità?
A mio modesto avviso, a far fallire l’UE non sarà il fallimento di Atene, ma la testardaggine nel volerla salvare.
L’unico motivo che spiega perché non si è ancora dichiarato ufficialmente il default della Grecia – una Grecia non in stato comatoso, non morta… ma già in avanzato stato di decomposizione! – è l’esposizione di alcune banche europee (perlopiù francesi) che, pur di non ammettere di aver puntato su un cavallo dopato, chiedono ai governi europei di continuare a doparlo, nella vana speranza che si rialzi. Non c’è dubbio che il default della Grecia avrebbe serie conseguenze sulle banche maggiormente esposte prima e sugli Stati poi (nel caso di nazionalizzazioni a catena), ma lo stesso avverrebbe nel caso di una ricapitalizzazione delle banche tramite il fondo EFSF (linea francese) o direttamente per opera degli Stati (linea tedesca). Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Ma allora come ricapitalizzare le banche senza aggravare la crisi del debito sovrano? A intervenire, laddove realmente necessario, dovrebbero essere gli investitori privati. All’occorrenza, anche investitori esteri. Qualcuno protesterà perché «non possiamo mettere le nostre banche in mano agli stranieri!» ma non mi pare allo stato attuale delle cose esistano alternative migliori. Del nazionalismo bancario in un frangente in cui gli Stati nazionali sono i primi a essere in crisi ce ne facciamo ben poco. Semmai servono coraggio, flessibilità, pragmatismo.
E la Grecia? Accettatelo, è già fallita. Additatemi pure come insensibile ma non parliamo di un Paese devastato da un cataclisma senza precedenti: quello di Papandreou è un Paese che ha truccato conti pubblici e preso in giro investitori e Stati membri dell’UE, ciononostante, in nome di una presunta “solidarietà”, è stato rimpinzato di capitali per tutto questo tempo. E’ l’ora, invece, che ognuno si assuma le proprie responsabilità. La Grecia ne pagherà le conseguenze a caro prezzo ma, come recita un vecchio adagio, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Continuando a negare i default l’UE fa il gioco di quelle economie che si indebitano fino al collo perché sicure di essere salvate in maniera quasi automatica; dovrebbe invece concepire l’idea del fallimento e, al contempo, adottare strategie per contenere danni e perdite. Certo, extrema ratio: il default dovrebbe sempre essere l’ultima carta da prendere in considerazione – quello che faticano a capire gli indignados nostrani: convinti che non ripagare il debito comporti conseguenze meno drammatiche lo invocano già ora, pur non essendo l’Italia come la Grecia, non ancora almeno – ma è un’opzione che non può più essere negata. Solo questo spingerà i governi a riconsiderare ogni singola voce di spesa e ad attuare davvero le riforme necessarie per la crescita. Non il centralismo, non l’imposizione dirigista.
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