Aino e il dilemma europeo: unirsi o sciogliersi?
di Manfredi Pomar | 21 settembre 2011 | nessun commento
Non posso dire quanti tra i miei lettori condividano l’opinione di Hobsbawm secondo cui le nazioni moderne si sono sviluppate a seguito di un processo, lento e artificioso, di ingegneria sociale. Sicuramente quella di Hobsbawm è una tesi che non può essere considerata valida in senso assoluto: questo spiega come mai, per esempio, nonostante un lavoro di ingegneria sociale lungo quasi trent’anni, gli appelli alla secessione della Lega Nord continuino a essere accolti solo da una parte minoritaria del nord Italia e dello stesso movimento.
Comunque, indipendentemente da come la si pensi sulla questione sollevata dallo storico brittanico nell’ormai lontano 1983, è evidente che lo sforzo compiuto dagli intellettuali ha giocato un ruolo determinante nel favorire la nascita delle nazioni. Sarebbe sufficiente ricordare il Risorgimento italiano per chiarire l’importanza di questo punto ma c’è un Paese dove il fenomeno ha assunto tratti ancora più netti: la Finlandia.
Siamo all’inizio del diciannovesimo secolo quando nel Paese prende forma il movimento dei Fennomani, che ripudia al tempo stesso la dominante cultura svedese e l’alternativa rappresentata dall’Impero russo (la Finlandia, dopo secoli di egemonia svedese, era diventata granducato autonomo sotto lo zar Alessandro I). E’ allora che si comincia a riscoprire la lingua perduta, i cognomi vengono tradotti dallo svedese al finlandese, gli intellettuali dell’epoca sono tutti impegnati a esaltare lo spirito nazionale: in letteratura Kivi e Lönnrot, in musica Sibelius, in pittura Gallen-Kallela. Non c’è opera di quel tempo che non sia figlia del tumultuoso risveglio nazionale. I soggetti più importanti vengono ripetuti e mediati con sapienza attraverso le diverse arti.
Il caso di Aino è tra i più esemplari.
Il mito della fanciulla che preferì la morte all’unione col vecchio Väinö è nato dalla penna di Lönnrot; successivamente l’avvenenza del personaggio (Aino rappresenta, oltre all’idea di una natura pura e inviolata, l’archetipo della bellezza finlandese) è stata esaltata da Gallen-Kallela nell’omonimo trittico; infine la sua storia è diventata musica, grazie all’opera lirica scritta da Erkki Melartin nel 1912 (promessa mantenuta).
L’opera di Melartin, che può essere considerata a tutti gli effetti come la prima significativa in lingua finlandese, è ancora contraddistinta da una chiara influenza romantica, dove però con questa espressione non si fa riferimento al tardoromanticismo di frontiera tipico di quegli anni, ma a una sua forma più ottocentesca: insomma, più Wagner che Mahler. E non stupisce, visto che Melartin fu pupillo di quel Martin Wegelius che di Wagner fu grande estimatore (prese parte anche alle prime rappresentazioni al Festival di Bayreuth, nel 1876).
Eppure, per quanto il lavoro di Melartin lasci poco spazio a sperimentalismi che all’epoca era già possibile apprezzare altrove – si pensi all’Ariadne auf Naxos di Strauss, dello stesso anno – anche l’opera del compositore finlandese riesce, quasi inaspettatamente, a risultare moderna. Drammaticamente moderna e attuale.
L’intenso interludio che anticipa l’epilogo e chiude il secondo e ultimo atto potrebbe fare da colonna sonora ai timori dell’attuale governatore della banca centrale finlandese, Erkki Liikanen, secondo cui il rischio di una nuova recessione è reale. Resta da capire se i governi sapranno reagire intelligentemente e con prontezza o se, sulle note di quest’interludio, arriverà anche l’epilogo dell’Europa unita. In fondo l’Unione Europea si trova di fronte a un dilemma che ricorda quello di Aino: unirsi (convergere verso una maggiore integrazione fiscale, riducendo ulteriormente la sovranità degli Stati membri) o allentere la presa?
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