Sulla speculazione
Premessa. Questo intervento risulterà impopolare ai più ma l’impopolarità è un lusso che posso permettermi, non essendo mai stato popolare. La ragione di questo post è semplice: sono stanco di leggere bestialità sull’invisibile trama speculativa ordita, anche secondo voci autorevoli, dalle perfide agenzie di rating contro lo Stato italiano. Un intervento articolato sull’argomento non può più essere rimandato.
I principali giornali italiani hanno ripreso a scrivere di un presunto attacco speculativo all’Italia. Come spiegare altrimenti il pessimismo che continua ad aleggiare sulla nostra economia anche dopo il varo della manovra? A mio avviso non è condivisibile l’interpretazione proposta dal Corriere, secondo cui a pesare è la bufera recentemente abbattutasi su Tremonti: se il problema fosse quello, come potremmo spiegare l’andamento – analogo e altrettanto critico – degli altri Paesi periferici dell’eurozona? La verità è che i mercati non valutano l’uomo ma i provvedimenti, delle grane personali del Ministro dell’Economia se ne infischiano; in realtà sui mercati continua a gravare la pessima credibilità dei cosiddetti PIGS. Rimanendo al caso italiano, la ragione è presto detta (mi ripeto): di fatto gli interventi più importanti sono stati rinviati al 2014, troppo tardi se si considera che una parte consistente del nostro debito scadrà nei prossimi due anni. Quella sventolata da Tremonti è una manovra-fuffa, inoltre non c’è nessuna valida ragione per cui i mercati finanziari dovrebbero farsi impressionare da norme anti-badante e tasse su macchine di grossa cilindrata. Se poi guardiamo al metodo – scorretto, discrezionale – con cui il Ministero dell’Economia intende far sottoscrivere nuovamente il debito italiano (tassando tutto tranne i titoli di Stato) è chiaro che non potevamo aspettarci trattamenti di favore. Diversamente da quello che raccontano le principali testate italiane, campaniliste per vocazione, lo scetticismo dei mercati continua a essere fondato; la conseguenza immediata non poteva che essere un ulteriore allargamento del differenziale di rendimento tra Btp e Bund. Nessuna trama occulta, dunque.
Veniamo agli altri PIGS. Perché i mercati dovrebbero fidarsi di Paesi che a stento riescono a varare piani di austerity e continuano a sopravvivere solo grazie ai pacchetti elargiti periodicamente da Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale? Sono il primo ad augurarsi la ripresa economica dell’Europa ma è illusorio sperare in un eurosalvataggio di questo tipo. Immaginate di dover giudicare due fratelli: uno rigoroso nel tenere i conti in regola e con buone prospettive di vita di fronte (leggete: crescita), l’altro spendaccione, dissoluto e indebitato. Immaginate che il secondo, pur non facendo nulla per cambiare stile di vita, riceva pure lauti contributi paterni (moral hazard!) perché «poveretto, non è colpa sua se non sa badare a se stesso e alla sua crescita, quando le cose miglioreranno (se mai capiterà!) mi ridarà i soldi indietro». Voi in quale fratello riporreste maggiore fiducia? Quale sgridereste? In Italia, Paese cattolico dove il concetto di solidarietà è inculcato nelle menti sin dai primi anni di vita e dove, di conseguenza, trovano terreno fertile furbetti e opportunisti pronti a trarre vantaggio da tanto buonismo, lo stronzo – perdonatemi il termine – è sempre il perfettino con i conti in regola. E quando qualcuno osa esercitare pressione sul fratello incosciente – apriti cielo – è speculazione!
Ipotizziamo che sia vero, occorrerebbe comunque chiarire il concetto, dargli una definizione. Il vocabolario Treccani ci viene in aiuto, specula chiunque compia «operazioni di commercio al fine di trarre profitto dalle variazioni dei prezzi di mercato». Dunque viene meno la distinzione tra investitore e speculatore perché, attenendoci a una simile definizione, qualsiasi investitore può essere considerato uno speculatore. Chiunque cavalchi un trend – rialzista o ribassista, poco cambia – è uno speculatore e non è certo la quantità dell’investimento a fare la differenza: il principio di fondo resta lo stesso. O forse il problema è che questo arricchimento si realizza a scapito di qualcuno? In effetti l’enciclopedia Treccani ci ricorda che, in tono spregiativo, il termine può anche essere usato per indicare «chi riesce a ottenere lauti guadagni o un utile personale agendo senza scrupoli e a danno di altri»: ecco perché si sente dire spesso dal politico di turno che «non è giusto che certa gente guadagni sulla pelle degli Stati». Con un’affermazione di questo tipo è facile guadagnarsi la simpatia del popolo, ma ci troviamo davvero di fronte a un’ingiustizia?
Proviamo a vedere le cose da una diversa prospettiva. Chi emette sul mercato i titoli di Stato? Il Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’investitore (o speculatore) si accolla un rischio in vista di un possibile guadagno; lo Stato invece in questa maniera finanzia il suo debito pubblico. A questo punto è possibile trarre almeno tre conclusioni. Primo, si tratta di un libero scambio tra due parti che fanno ognuna il proprio interesse. Secondo, la fiducia gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra Stato e investitori. Terzo, l’affermazione di cui sopra – sui guadagni fatti sulla pelle degli Stati – è ingannevole: non è scritto da nessuna parte che l’investitore (o speculatore) debba rinunciare alla ricerca di un guadagno personale per servire il suo (o un altro) Paese, non è tenuto a finanziarne il debito per tenere alta la bandiera della nazione. L’investitore (o speculatore) non è un volontario della Croce Rossa: lo Stato gli offre una prospettiva di guadagno in cambio del suo sostegno e nulla può impedire all’investitore di cercare quel guadagno diversamente, per esempio preferendo a quelli nazionali i titoli di Stato di altri Paesi. Stando così le cose è evidente che lo Stato ha tutto l’interesse a “ingraziarsi” gli investitori, per questa ragione si presuppone che ogni singolo Paese debba fornire agli investitori tutte le informazioni del caso sul reale stato di salute dell’economia. In Italia, per un difetto molto comune nella classe politica, che ne è colpita trasversalmente, questo non avviene. Chi sta al governo non sente di dover dare spiegazioni convincenti agli investitori, anzi si illude pure di poterli gabbare, così viene meno il rapporto di fiducia a cui ho già fatto riferimento. Si condannano gli operatori che, sia pure per ottenere un guadagno personale, vanno contro quei Paesi che hanno truccato i loro conti pubblici o che per anni hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità, ma allora che cosa dovremmo dire di quegli Stati che pretendono di essere mantenuti dagli investitori senza dare spiegazioni, vendendo fumo negli occhi e offrendo interessi bassi a fronte di un alto rischio? Se gli investitori sono colpevoli perché speculatori, altrettanto colpevoli sono certi Stati, per frode.
Non siete ancora convinti? Continuate a credere che l’Italia stia affondando a causa di una trama occulta ordita dai maghi della finanza di Washington? Pensate che il governo sia esente da responsabilità? Che manovre-farsa e Premier ossessionati dal consenso (quindi incapaci a bruciarne una parte con scelte impopolari ma necessarie) non abbiano nulla a che vedere con quanto sta passando l’Italia? Benissimo. Ho una domanda per voi tutti: come funziona questo sistema? In che modo quattro finanzieri in doppiopetto riescono a realizzare il numero di operazioni necessario per affossare l’Italia e gli altri PIGS? Premono il pulsante segreto del NWO o cosa?
I più non hanno dubbi, ogni responsabilità è da imputare alle agenzie di rating: inaffidabili, colluse, colpevoli di confezionare le informazioni in modo da influenzare le operazioni di trading (realizzando così maggiori profitti). In sostanza le agenzie di trading sarebbero i mandanti (o il braccio armato, a seconda delle interpretazioni) della speculazione. Riguardo l’affidabilità, è chiaro che anche le agenzie di rating possono commettere errori (e ne hanno commessi in passato) tuttavia è bene ricordare che il mondo politico che oggi le delegittima perché critiche è lo stesso che fino a qualche anno prima ne esaltava i giudizi quando le agenzie in questione si lasciavano andare ad apprezzamenti sullo stato della nostra economia… Le agenzie di rating non saranno attendibili al 100% ma che dire di una classe politica di tal fatta? Molti di quelli che parlano di collusione, poi, sostengono che per fermare la speculazione basterebbe smettere di ascoltare i commenti di queste agenzie, l’accusa di parzialità però lascia il tempo che trova: anche le agenzie di rating operano all’interno di un mercato e se le tre più note – Standard and Poor’s, Moody’s e Fitch – continuano a dominare la scena allora la maggioranza degli investitori continua a considerarle sufficientemente affidabili. Se si trattasse di realtà totalmente screditate e inaffidabili sarebbero già state punite, a vantaggio di agenzie di rating più serie. Le lamentele provenienti dall’Europa sono inutili e pretestuose: inutili perché in tutto questo l’Europa non è ancora riuscita a mettere in piedi un’agenzia di rating concorrente degna di questo nome; pretestuose perché leggendo le proposte avanzate da alcuni politici diventa subito evidente che l’intento è quello di creare nel Vecchio Continente agenzie europeiste e filogovernative: chi critica l’autonomia di quelle Oltreoceano sogna di averne di asservite al potere politico da questo lato dell’Atlantico. Viva la coerenza! E’ la solita storia dello Stato che “se la canta e se la suona”… Venendo invece alla tempistica con cui le agenzie in questione rilasciano commenti sullo stato di salute delle varie economie, i loro giudizi non sono campati per aria ma partono dall’osservazione (principalmente macro) di quello che succede all’interno dei singoli Paesi. Non anticipano, ma commentano – e con un certo ritardo – ciò che accade, quindi come possono essere considerate alla guida di attacchi speculativi? Non c’è nulla di scandaloso o immorale nel nutrire perplessità su una manovra o nell’avere dubbi sui tempi previsti per la sua applicazione; alle stesse conclusioni si potrebbe ragionevolmente arrivare anche senza le agenzie di rating, tuttavia queste svolgono un’attività che si rivela importante per numerosi operatori finanziari e non ha senso metterle sul banco degli imputati quando sollevano questioni scomode per chi governa. Evidentemente non solo i giornali hanno una funzione di watchdog: certo, le agenzie di rating lo fanno per trarne un profitto, ma lo stesso può dirsi di quelle testate che tengono sotto stretto controllo l’operato dei governi per denunciarne eventuali errori.
Per concludere, la cosiddetta speculazione è un elemento (riscontrabile in qualsiasi sistema economico) che non può essere eliminato. E se anche ci fosse un modo per porvi fine, una simile iniziativa non sarebbe comunque raccomandabile: a ben vedere infatti quella che con tono spregiativo chiamiamo speculazione altro non è che un aggiustamento del sistema economico. Nel caso dei titoli di Stato, per esempio, è la naturale reazione a errori commessi sul piano politico: senza un aggiustamento del mercato, l’investitore continuerebbe a finanziare (con interessi bassi, quando dovrebbero invece essere ragionevolmente più alti) sistemi inefficienti o – peggio ancora – corrotti credendo di finanziare economie sane e floride perché influenzato in via del tutto esclusiva da fonti istituzionali. I governi hanno tutto l’interesse a creare un sistema di questo tipo. Che ci provino è normale; che lo si permetta, quello no, è vergognoso.





