Verso il paradosso: pagare per lavorare
Sempre più spesso in Italia a laureandi e neolaureati vengono proposti stage sottopagati (o addirittura non retribuiti). L’agenda politica ignora totalmente il problema e la cosa grave è che se nessuno si muove – fosse anche per proporre l’introduzione di un rimborso spese minimo! – questo significa che classe politica attuale è totalmente disinteressata ai problemi di un’intera generazione. Il che vuol dire che gli under 30 in Italia non hanno rappresentanza politica.
In origine lo stage serviva all’impresa per formare il futuro impiegato (non dimentichiamo che inizialmente – e all’estero è ancora così – lo stage era spesso finalizzato all’assunzione) senza dover spendere fior di quattrini per un lavoratore non ancora formato; il neolaureato invece, pur godendo di un’entrata minore, aveva la possibilità di acquisire le competenze richieste vivendo un ingresso meno traumatico nel mondo del lavoro.
Il problema è che oggi si arrivano a proporre non solo stage dove la possibilità di assunzione non è neanche contemplata ma addirittura prestazioni lavorative a titolo gratuito. Inutile cercare i responsabili, lo stato delle cose è dato sì dalle imprese che approfittano dell’attuale situazione, ma anche da tutti quei ragazzi che sviliscono il costo della prestazione lavorativa accettando il compromesso della gratuità (nella speranza di Dio solo sa cosa).
Resta il fatto che siamo già di fronte a una aberrazione tutta italiana – ve l’assicura chi ha la fortuna di stare a stretto contatto con molti studenti e lavoratori stranieri – e fino a quando non avverrà un cambiamento di tipo culturale sarà difficile venirne a capo. Bisogna che i ragazzi capiscano che la prestazione lavorativa deve essere retribuita, altrimenti si tratta di volontariato! Il problema è che un cambiamento culturale di questo tipo richiederà tempi biblici e continuando di questo passo presto in Italia vedremo gente disposta a pagare per lavorare…





