Manfredi Pomar

libero pensiero in libero mercato

Se solo avessimo Angel Gurria (OCSE) al posto di Attilio Befera…

di Manfredi Pomar | 4 maggio 2013 | 4 commenti

«Misure come il redditometro fanno aumentare i costi amministrativi destinati a contrastare l’evasione, si tratta di un onere ingiusto su persone e imprese rispettose della legge che si comportano onestamente e pagano le tasse. E’ necessario chiedersi se tali costi si giustificano. Quando l’evasione è un fenomeno così diffuso bisogna decidere se mitigare le misure di contrasto o mantenere costi amministrativi elevati»
- Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE

Parole sante che riassumono abbastanza bene ciò che avevo scritto proprio alcuni giorni fa. In Italia, però, preferiamo ignorare il problema e tenerci il nostro costosissimo apparato. Se non altro veniamo ampiamente ripagati dalle perle su tasse ed evasione di Attilio Befera… Ecco la mia top 5!


«[Quello che succede in Italia non ha] Niente a che vedere con quello che succede nel resto del mondo. Ha visto il film di Muccino “La ricerca della Felicità”? E’ tratto da una storia vera ed è un esempio dal punto di vista civico: racconta di un evasore, Will Smith, che a un certo punto va in banca e trova il conto prosciugato, perché c’era passata la Internal Revenue Service, l’Agenzia delle Entrate americana.»

«Non c’ è una riscossione buona e una cattiva.» [la domanda era: crede a una riscossione più umana?]

«Il fatto che l’Agenzia perda in contenzioso il 30% delle cause non vuol dire che nel 30% dei casi l’accertamento dell’ Agenzia era vessatorio o sbagliato.»

«Lo Stato non può fare lo sconto per fare pagare le imposte. In Italia di sconti ce ne sono fin troppi.»

«Una giungla di norme fiscali nate negli anni ’70 e modificate successivamente rendono inapplicabile il detto di Benjamin Franklin “La morte e le tasse sono inevitabili”. Qui le tasse non sono nemmeno certe.»


Ma in fondo potrebbe andare peggio…
Immaginate se al posto di Befera ci fosse Antonio Ingroia!

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Sull’evasione fiscale – Per chi non vuole svegliarsi povero e senza diritti

di Manfredi Pomar | 24 aprile 2013 | nessun commento

Italia Germania Berlino italiani estero fugaI recenti scandali lo confermano: l’evasione fiscale esiste, è un problema serio, diffuso ed è giusto che venga affrontato. Perdonate l’ovvietà ma vorrei risparmiarmi le critiche di chi, dopo aver letto questo post, potrebbe voler distorcere il senso delle mie parole per andarsene in giro a dire che difendo gli evasori. No, non li difendo, ma credo che in Italia sia necessario fare un po’ di chiarezza: molto spesso e sempre più di frequente il discorso sull’evasione viene infatti affrontato in maniera semplicistica e fuorviante, è una carrellata di numeri, rapporti, paragoni con altri Paesi che dovrebbe offrire uno spaccato del Paese – questo è ciò che credono i giornalisti che confezionano queste notizie – ma che in realtà, per il modo in cui vengono trattati i dati, contribuisce solo a propagandare una visione distorta del fenomeno.

Quante volte abbiamo sentito dire quanto vale l’economia sommersa italiana? Quante volte ci hanno raccontato con mirabile precisione di quanto è cresciuta l’evasione nello scorso anno? Ecco, il primo errore consiste proprio nello spacciare per dati reali quelli che in realtà sono soltanto dati stimati. Stime su cui si può ragionare, certamente, ma che andrebbero prese con le pinze da chi si occupa di informazione visto che si basano su ipotesi, non su fatti acclarati. L’Agenzia delle Entrate, per esempio, per fare una stima dell’evasione in Italia, ricorre a metodi diretti e indiretti: i primi – auditing di un campione, interviste campionarie – hanno la stessa attendibilità di una qualsiasi indagine demoscopica (rendo l’idea?); i secondi, derivati da modelli economico-statistici, non fotografano la realtà, sono valutazioni su base probabilistica.
Quando, con estrema leggerezza, qualche giornalista vi racconta che «in Italia si evade il doppio di Francia e Germania» (o altre amenità di questo tipo) non solo si sta spacciando per verità inoppugnabile il risultato di un confronto tra dati stimati che andrebbero trattati con cautela anche presi singolarmente, ma lo si fa senza neanche tener conto delle diverse metodologie usate. Già, perché in tutto questo, nonostante si promuova una certa armonizzazione, la metodologia può variare in maniera significativa da Paese a Paese, da istituto a istituto, da ricerca a ricerca. In Italia però tutto fa brodo e allora si mettono insieme mele e pere, tanto chi volete che se ne accorga? Sempre nel Belpaese c’è poi chi si spinge oltre – alcuni per ignoranza, altri perché fa comodo, visto che i numeri sul sommerso sono più grandi – e tratta la stima dell’economia sommersa come se si trattasse esclusivamente di capitali evasi, come se “sommerso” ed “evasione” fossero sinonimi, non fenomeni correlati ma non interamente sovrapponibili. Stendiamo un velo pietoso. Comunque anche per i dati sul sommerso vale il discorso appena fatto, infatti l’Istat preferisce fornire un range di valori all’interno del quale si suppone che si trovi il valore reale. Insomma, se è vero che in Italia «le tasse non sono certe» – come dice il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera – è altrettanto vero che non lo sono nemmeno le stime sull’evasione. Eppure vengono trattate come se lo fossero, con tutte le conseguenze del caso.

L’errata comprensione del fenomeno, però, non si limita a questo. E’ la maniera in cui viene rappresentato, il framing, a favorire interpretazioni distorte. L’evasione, infatti, comporta sì un ammanco per le casse dello Stato ma davvero poi lo Stato dispone di un gettito minore per la gestione dei servizi? Questo è quello che lo Stato vuole far credere per giustificare le sue mancanze ma le cose non stanno esattamente in questi termini, infatti, per dirla con Mario Draghi, «la diffusione dell’economia sommersa aggrava il fardello della fiscalità per i contribuenti onesti» – concetto che tra l’altro è stato ripreso proprio ieri da Daniele Franco, direttore centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali della Banca d’Italia. In altre parole, per racimolare il necessario, lo Stato chiede tasse sempre più alte ai cittadini che già le pagano regolarmente. Serve quindi un cambio di prospettiva: l’evasione andrebbe combattuta innanzitutto per permettere una più equa distribuzione del carico fiscale, non per un discorso di gettito che nella sostanza è vero solo in parte.

Eppure ogni giorno vengono snocciolati nuovi dati (poco attendibili) e ci viene ripetuto che l’evasione comporta minori entrate per lo Stato (affermazione fuorviante). Cui prodest? Ci sono diverse categorie di persone alle quali il dilagare della retorica sulla lotta all’evasione fiscale torna utile. Per cominciare conviene proprio a chi si occupa di combatterla. A differenza di altri Paesi, infatti, l’Italia ha messo in piedi un apparato costoso e inefficiente. Se ci fermassimo a pensare a quanti capitali evasi recuperati di fatto bruciamo ogni anno per il mantenimento di questo enorme apparato, forse arriveremmo alla conclusione che una struttura leggera, in grado di operare controlli mirati, si lascerebbe di gran lunga preferire ai controlli a tappetto random di un fisco che brancola nel buio. Ad andare in brodo di giuggiole chiaramente sono anche i politici in cerca di consenso facile, che possono così sparare numeri astronomici (che si promettono di recuperare) per mostrarsi animati da nobili ideali (un nome a caso: Vendola) o per inventarsi coperture di cui, nella pratica, non si dispone (altro nome a caso: Grillo). Poi c’è la categoria dei giornalisti. Chi per ignoranza, chi per furore ideologico, un po’ tutti si prestano al gioco. Come dimenticare il caso di quella presunta paladina dell’informazione che finì col fare la figura dell’utile idiota avanzando proposte ridicole sull’uso del contante? Infine c’è lui, il legislatore, quello che certe proposte non se le fa neanche ripetere due volte, perché gli fanno comodo. E infatti è proprio il legislatore quello a cui conviene di più questo clima che è un misto di terrore e indignazione.

La ragione, anche senza scadere in oziose teorie del complotto, dovrebbe essere chiara a tutti: più il cittadino è ubriaco di triste retorica, più sarà lieto di veder approvate norme liberticide – difficili da approvare con un’opinione pubblica ostile – che in realtà ledono i suoi stessi interessi. In fondo l’evasore è un po’ come lo speculatore o il terrorista – altre evanescenti rappresentazioni del male nella coscienza collettiva: non è possibile dargli un volto, nome e cognome ma fa inorridire l’opinione pubblica così tanto da spingere i cittadini a chiedere più controlli, nuovi balzelli, maggiori limitazioni. La campagna per l’abolizione (o il disincentivo) dell’uso del contante da questo punto di vista è stata esemplare – spiega alla gente che così danneggerai gli evasori e i cittadini saranno felicissimi di rinunciare a quello che in realtà è un loro diritto – ma non si è trattato di un caso isolato. Per esempio lo scorso 25 marzo Befera ha firmato il provvedimento previsto dal decreto Salva Italia del dicembre 2011 che di fatto annulla il segreto bancario consentendo al fisco di incrociare i dati sui conti correnti con le dichiarazioni dei redditi e nessuno ha fiatato. Perché? Perché questi abusi – chiamiamo le cose col loro nome – vengono sempre giustificati dalla lotta all’evasione che, per quanto legittima, è intollerabile che venga perseguita con certi metodi, tanto più se consideriamo quello che succede nel frattempo in Europa.

Prendiamo l’episodio di Cipro, che ha segnato una svolta importante nella gestione dell’eurocrisi. Di fatto si è passati dal bail-out vincolato al rispetto di tutta una serie di impegni per il raggiungimento di parametri di bilancio alla capitalizzazione forzata delle banche insolventi attraverso l’esproprio dei soldi dei correntisti, giustificato, nel caso di Cipro, dalla presenza di evasori e criminali. Capite bene che siamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Una cosa è chiedere riforme per il rientro del rapporto debito/PIL al di sotto di una data soglia entro un preciso lasso di tempo; ben altra cosa è porre come condizione un prelievo forzoso perché “sull’isola hanno aperto i conti degli evasori, mica possiamo salvare anche loro”. In linea teorica il discorso potrebbe anche apparire sensato; nella sostanza è solo l’espressione dell’ipocrisia degli euroburocrati: oggi chiedono la testa degli evasori ma chi per lunghi anni ha accettato il paradosso dell’esistenza di paradisi fiscali all’interno dell’eurozona e non ha fatto nulla per chiarire simili ambiguità? Ma non divaghiamo. Il caso di Cipro, dicevo, evidenzia la criticità del rapporto tra cittadini e istituzioni nel momento in cui lo Stato, il sistema bancario o entrambi diventano insolventi. A quel punto l’estrema soluzione per i governi dell’eurozona (o per le organizzazioni internazionali che dettano le condizioni per i salvataggi) diventa l’esproprio della ricchezza privata. Di fronte a pretese di questo tipo il cittadino si trova in condizione di netta inferiorità, ecco perché è importante che tenga sempre a mente i rapporti di forza esistenti. Accettando acriticamente la facile retorica sulla lotta all’evasione fiscale il cittadino finisce col regalare allo Stato margini del proprio spazio d’azione e non è detto che poi lo Stato resista alla tentazione di abusare di questo strapotere… Chi non vorrà ritrovarsi povero e senza diritti farà bene a tenerlo a mente.

Psicodramma: Giorgio Napolitano rieletto Presidente della Repubblica

di Manfredi Pomar | 21 aprile 2013 | 3 commenti

Intervento-lampo sullo psicodramma della rielezione di Giorgio Napolitano.

  1. La rielezione del Presidente della Repubblica in carica non è espressamente vietata dalla Costituzione. E’ qualcosa di inedito ma, extrema ratio, resta una soluzione legittima e non ne farei un dramma visto che Napolitano non vorrà mai farsi un altro settennato: superato lo stallo politico potrà sempre dimettersi per permettere l’elezione di un nuovo Presidente.
  2. E’ ridicolo gridare al golpe dal momento che la Costituzione attualmente in vigore prevede che sia il Parlamento a votare il Capo dello Stato (art. 83), non “laggente” (che tra l’altro seleziona candidati come Milena Gabanelli e Gino Strada…). Non vi sta bene? Perfetto, che venga avanzata una proposta di riforma della Carta, ma fino ad allora, a meno che non vogliate passare per cialtroni che usano parole a caso – fate la grazia – tacete: nessuno vi ha “derubato della democrazia”.
  3. Chi parla di golpe e propone improbabili marce su Roma è lo stesso che continua a guidare dall’esterno, senza alcuna responsabilità diretta, una parte consistente della Camera e del Senato. Un po’ come se il sottoscritto potesse imporre comodamente da casa indicazioni di voto a un quarto delle Camere, influenzando di fatto le sorti del Paese. Chi è il golpista?

Re Giorgio Napolitano bis Presidente della Repubblica elezione

La rielezione di Napolitano non mi entusiasma, ma non la ritengo nemmeno una ragione per strapparsi le vesti. Di questo inutile psicodramma ciò che mi infastidisce è altro, la consapevolezza che avremmo potuto risparmiare due mesi di tempo: a Napolitano sarebbe bastato fare un passo indietro all’indomani del voto per permettere subito l’elezione di un nuovo Presidente (o, appunto, la propria rielezione) che avrebbe potuto sciogliere le Camere o anche solo minacciare di farlo (per spingere alla formazione di un nuovo governo). Sostengo questa possibilità dallo scorso 26 febbraio ma alla fine ha prevalso la linea del temporeggiamento – con le inutili consultazioni prima e i dieci saggi poi. La politica italiana, si sa, ha i suoi tempi. Ma nel pieno di una crisi il tempo è tutto fuorché galantuomo.

[E non si commetta l’errore di guardare allo spread con ottimismo, a mantenerlo attorno ai 300 punti base sono fattori esterni; mi spiace per i grillini ma quest’Italia modello belga non ha la benedizione dei mercati.]

Cinque consigli per chi si trasferisce in Germania (a Berlino)

di Manfredi Pomar | 29 marzo 2013 | 4 commenti

Italia Germania Berlino italiani estero fugaDopo un anno e mezzo in terra tedesca la mia esperienza berlinese volge al termine. Sarebbe potuta proseguire oltre ed è stato interessante verificare personalmente com’è vivere nella tanto idealizzata Germania, ma «every movie got to have an end». Per chi se lo stesse chiedendo: no, non lascio la Germania per rientrare definitivamente in Italia, a cui continuerei ad affibbiare un rating di gran lunga peggiore di quello delle più note agenzie. All’Italia sono inevitabilmente legato, ma continua a non rappresentare una meta ideale per chi ha voglia di fare e togliersi soddisfazioni personali, al massimo va bene per le vacanze (e anche come meta turistica comincia a perdere posizioni). Poco è cambiato in questo anno e mezzo, l’attuale stallo politico-istituzionale non promette nulla di buono e anche se avessimo un governo stabile il cambiamento sarebbe rimandato ancora di un paio d’anni: richiede tempo, oltrettutto siamo ancora nella fase di non-accettazione della realtà. Il fatto stesso che molti italiani si illudano che questo benedetto cambiamento possa venire da Grillo la dice lunga. L’Italia, che dovrebbe prepararsi ad affrontare le sfide di questa epoca, si rifugia nel sansepolcrismo degli anni ’20 del Novecento e nel mito del pasto gratis, quando proprio noi italiani dovremmo aver imparato più di tanti altri che «there is no such thing as a free lunch».

Poi c’è chi non accetta lo stato delle cose e scappa all’estero. Il numero di italiani che scelgono Berlino come meta per la loro fuga è in costante aumento, per questa ragione ho voluto riassumere in questo post alcune raccomandazioni per chi decide di trasferirsi a pochi passi dal Bundestag. Spero che i miei consigli possano esservi utili. Avere aspettative realistiche è fondamentale per affrontare serenamente un trasferimento all’estero: la Germania sarà anche dietro l’angolo, ma non fa differenza.


A Berlino si può vivere di solo inglese, ma la conoscenza del tedesco è fortemente raccomandata per non rimanere ghettizzati tra connazionali o vivere male la quotidianità berlinese. Se non parlate una parola di tedesco, meglio migrare altrove – fidatevi. E’ vero che si può studiare anche dopo, ma avrete mille altre rogne da sbrigare, poco tempo per applicarvi allo studio di una nuova lingua e scarsissima voglia di farlo (soprattutto se nel frattempo lavorerete), quindi studiatelo PRIMA di andare in Germania.

I tedeschi affabili, disponibili, aperti allo straniero esistono e non sono pochi, ma il berlinese medio, quello schivo e imbronciato che si vede spesso sulla U-Bahn, è lontano anni luce dal tedesco modello. Elevato è il numero di scorbutici (soprattutto a Berlino, dove la maggiore concentrazione di stranieri ha reso i tedeschi insofferenti); nei negozi l’orientamento al cliente è imbarazzante a detta di molti stranieri; negli uffici, invece, i tedeschi tendono a far gruppo e guardano con sospetto i non-tedeschi. Spesso si nascondono dietro la scusa della mancata integrazione di molti stranieri, ma, fidatevi, non importa quanto bene parliate tedesco o quanto conosciate la cultura locale (come insegna Fight Club «infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina»): per il tedesco medio lo straniero è e resta uno straniero. Esistono le eccezioni e molto cambia di regione in regione, ma ci sono polacchi, russi e italiani che vivono in Germania da decenni e ancora vengono trattati con sospetto e diffidenza da quelli del posto; per quanto impegno possano metterci non saranno mai considerati allo stesso livello della popolazione locale, c’è poco da fare. Un consiglio: siate pazienti e conquistateli giorno dopo giorno. Se poi conoscete la lingua sarà tutto più facile, ma non fatevi strane illusioni. Berlino non è Londra, è multiculturale ma l’insofferenza per gli stranieri si percepisce ancora parecchio.

Per quanto possibile, state alla larga dagli italiani, davvero. Non fraintendetemi. Circondarsi di connazionali è un errore che potrebbe ostacolare la vostra integrazione e non ne faccio solo una questione linguistica. Molti credono che frequentando connazionali sia più facile ottenere dritte, consigli, aiuti. Balle. La città pullula di stranieri e sono tutti nella stessa barca: inglesi, francesi, spagnoli, statunitensi, russi, polacchi, olandesi… Se proprio, confrontatevi con loro. E comunque i tedeschi sanno essere molto disponibili in caso di necessità. Poi, parliamoci chiaro, dopo una vita in mezzo agli italiani, perché circondarsi di connazionali quando si ha la possibilità di conoscere gente di altri Paesi? Se andate a Berlino per circondarvi di altri italiani, lasciatevelo dire, non avete capito molto di questa città.

Come mai volete trasferirvi proprio a Berlino? Se siete alla ricerca di un lavoro cascate male: Berlino è una città povera (per non dire miserabile), c’è tantissimo precariato (soprattutto per gli stranieri che non parlano correntemente tedesco: una sfilza di stage a 400 euro), le aziende solide non sono numerose e le paghe sono tra le più basse di tutta la Germania. Se vi state trasferendo per lavorare nella gastronomia potrebbe andarvi meglio, ma tenete a mente che moltissimi italiani che lavorano nel settore non vengono messi in regola (avete capito bene, lavoro nero: credevate che certe cose in Germania non accadessero?). Se invece pensate di spostarvi nella capitale tedesca per avviare un vostro progetto potrebbe valerne la pena: l’ambiente è favorevole, ricco di opportunità, luoghi ed eventi dedicati a chi, come voi, si è trasferito a Berlino per avviare un’attività. Il successo non è assicurato, ma almeno potrete partire col piede giusto.

Infine un consiglio per chi ha un occhio per gli investimenti: sì, è vero che le case a Berlino costano relativamente poco e si tratta di ottime soluzioni abitative (locali spaziosi in palazzi di recente costruzione o ristrutturati da poco) ma non è detto che una casa a Berlino sia l’investimento più adatto alle vostre esigenze. Potrebbe esserlo, ma non in tutti i casi. Se state valutando l’acquisto di un immobile per poi darlo in affitto, tenete a mente che a Berlino non solo i prezzi degli immobili, ma anche gli affitti tendono a essere generalmente bassi. Aumentano, certo, ma non aspettatevi che Berlino diventi presto la nuova Londra perché, lo ripeto, la capitale tedesca è una città ancora molto povera. Se valutate l’acquisto di un immobile per trapiantarvi qui le cose cambiano, ma se vi trasferite per qualcosa di instabile e incerto, meglio lasciar perdere, almeno fino a quando la vostra situazione personale a Berlino non si sarà delineata meglio.

Perché non avreste dovuto votare Movimento 5 Stelle

di Manfredi Pomar | 25 marzo 2013 | 10 commenti

Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, PdL, M5S, Movimento 5 Stelle, propaganda, populismo, politica, ItaliaIl 25 novembre 2012 pubblicavo su questo sito un post dal titolo piuttosto eloquente: “Dieci buone ragioni per non votare per il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo”. Passato inosservato all’indomani delle elezioni regionali di Sicilia, il post in questione veniva invece ampiamente condiviso prima delle politiche dello scorso febbraio. L’intervento, corredato da esempi concreti e digressioni varie, elencava tutta una serie di mie perplessità sul Movimento di Grillo. A un mese dal voto, col nuovo governo che deve ancora insediarsi, quelle mie critiche hanno già trovato ampio riscontro. Vediamo perché.

Nel primo punto lamentavo nel Movimento 5 Stelle l’assenza di una struttura interna degna del concetto di rappresentanza democratica e criticavo la gestione personalistica di Grillo. Ebbene: chi ha deciso la linea del M5S sul voto di fiducia, nonostante una larga parte della base si fosse detta disposta a un’apertura al PD? Chi, in una riunione a porte chiuse (per fortuna che loro mandavano tutto in streaming…), ha dettato quella per il voto dei Presidenti delle Camere, rifiutata da un numero esiguo di deputati poi messi alla sbarra per eresia? Chi ha deciso le condizioni da proporre a Napolitano per un governo 5 stelle? Chi ha scelto i due “coordinatori della comunicazione” (ovviamente allineati e fedelissimi alle indicazioni di Grillo e Casaleggio)?

Il secondo punto riguardava invece la gestione del dissenso interno. Non sono certo stato io a scagliarmi contro l’articolo 67 della Costituzione perché così «l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno» (dove “nessuno” in questo caso sta per la premiata ditta Grillo-Casaleggio). Senza dimenticare la polemica all’indomani del voto che ha premiato Grasso e Boldrini: ai dissidenti alla fine è stata concessa la grazia del Supremo Leader del Movimento ma il problema continuerà a porsi.

Il terzo punto riguardava da vicino proprio il comico genovese, in particolar modo la sua scarsa credibilità come leader politico. Anche in questo caso non sono mancate le conferme. Per settimane abbiamo dovuto confrontarci con i suoi continui ripensamenti, con le sparate seguite da immediate smentite (Berlusconi ha fatto scuola). Esemplare il discorso sulla moneta unica. Grillo nega di voler portare l’Italia fuori dall’euro – o almeno così dice ora ai giornali stranieri – ma era stato proprio lui a parlare espressamente di default e ritorno alla lira.

Punto numero quattro, sull’irrealizzabilità di molte proposte del Movimento 5 Stelle. In questo caso è sufficiente esaminare le proposte che compongono il programma economico di Grillo per capire con quante balle (e di quale gravità) è stato drogato il popolo italiano nel corso della campagna elettorale e nelle settimane immediatamente successive (quando Grillo ha continuato a chiedere un governo 5 Stelle per realizzare, per l’appunto, le principali proposte del programma). Una riflessione sull’argomento l’ho fatta in un altro post, chi volesse approfondire la trova a questo link.

Arriviamo così al quinto punto, sui metodi della bieca propaganda di partito. Anche qui le conferme si sprecano, basti pensare ai commenti censurati da Grillo dopo che una parte della base si era opposta all’imposizione di una linea politica senza una consultazione interna. Anche la stessa nomina dei due coordinatori della comunicazione può leggersi come un modo per canalizzare, controllare e distorcere a piacimento la comunicazione del movimento, tant’è che Grillo per il ruolo ha selezionato il fedelissimo Messora, disinformatore complottista di professione che vanta migliaia di “inchieste” – così le chiama lui – roba del calibro di “irriducibili islandesi” e “HIV grande balla”. Temo che il Pulitzer per quest’anno non arriverà.

Punto sei, sul populismo. La linea dettata da Grillo si commenta da sé. I deputati del Movimento 5 Stelle, che a parole dovrebbero rappresentare un risparmio per il contribuente, in realtà finora hanno soltanto riscaldato la sedia. Il loro contributo al superamento dell’attuale stallo politico-istituzionale è pari a zero. Rifiutano di formare un governo, non votano se non possono sostenere i propri uomini, non parlano con i giornalisti (qui c’è da capirli: almeno si risparmiano figure barbine), non partecipano, se non per avanzare richieste assurde (come quelle fatte a Napolitano), certi di vedersele rifiutare (trattandosi di pretese che vanno ben oltre ciò a cui il movimento potrebbe ambire dopo il risultato delle urne). I deputati di Grillo svolgono soltanto un ruolo di disturbo, ostacolano il lavoro altrui senza aggiungere alcunché al dibattito politico. Questa, ragazzi miei, è antipolitica allo stato puro e l’antipolitica è tipica di chi si ciba di pane e populismo.

Ancora conferme al punto sette, dove descrivevo il Movimento 5 Stelle come il partito delle bufale, pieno di complottisti e creduloni pronti a prendere per vera qualsiasi assurdità letta sul web. E infatti all’indomani dell’elezione l’ineffabile Paolo Bernini se ne andava già in giro a parlare di Zeitgeist e microchip sottocutanei. Dopo aver scatenato l’ilarità sul web, l’immediata (immancabile) precisazione, quella che ormai ci accompagna da anni: tutta colpa dei giornalisti. Questi grillini puzzano già di vecchia politica.

La sistematica denigrazione dell’avversario – presente al punto otto – rappresenta la colonna portante della strategia comunicativa del Movimento 5 Stelle. Il segreto del successo di Grillo sta tutto lì, nell’instillare dubbi su tutti, senza esclusioni. La campagna contro l’attuale Presidente del Senato Pietro Grasso fornisce un ottimo esempio. Non potendolo accusare né di essere un mostro né di essere un dinosauro della vecchia politica, Grasso è diventato la foglia di fico, l’emblema della partitocrazia (dal sito di Grillo: «I giochi erano già fatti per mettere in difficoltà il MoVimento 5 Stelle. […] Lo schema si ripeterà in futuro. Berlusconi proporrà persone irricevibili, il pdmenoelle delle foglie di fico»). Inutile specificare che non c’è nessuna prova dello “schema” dei “giochi” targato PD / PdL, ma si sa: Grillo è solito sputare accuse a caso come se si trattasse di verità assolute, confutate, indiscutibili.

Punto numero nove: i sostenitori esaltati. Qui taglio corto: è sufficiente una rilettura dei commenti lasciati dai grillini nel post di cui questo intervento è la naturale continuazione. Per Grillo però gli «schizzi di merda digitali» sono quelli di chi solleva dubbi legittimi, non quelli delle orde di troll grillini che riempiono di insulti e insinuazioni infondate i siti delle voci critiche.

Infine il punto numero dieci, sulla competenza dei deputati eletti tra le fila del Movimento 5 Stelle. Qui, dopo appena un mese, gli esempi si sprecano davvero. Non solo millenaristi con la passione per i microchip sottocutanei, ma anche gente che non conosce il numero esatto dei senatori (pur volendone diminuirne il numero…) e non sa come si elegge il Presidente della Repubblica; gente che forse non ha mai aperto un libro di educazione civica, a cui non si può certo chiedere di conoscere e comprendere gli articoli della Costituzione. Il livello è veramente basso, imbarazzante – a confronto i deputati della Lega Nord sembrano giganti delle istituzioni – e non stupisce che il movimento abbia difficoltà a presentare in Parlamento i disegni di legge per la mancanza di esperti nel settore legislativo – ad ammetterlo è Adriano Zaccagnini, deputato M5S. La cosa più odiosa, poi, è che a quest’ignoranza non si accompagna neanche un briciolo di modestia, al contrario, i deputati grillini, anziché tenere un profilo basso, hanno già dato prova in più di un’occasione di spiccare per arroganza e maleducazione.

E adesso chi glielo spiega che non si stanno dimostrando all’altezza del proprio ruolo (come del resto era anche piuttosto facile prevedere)? Forse c’è un’espressione che potrebbero riuscire a capire, o almeno dovrebbe suonar loro familiare: A CASA!

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