Manfredi Pomar

libero pensiero in libero mercato

Il Mondiale brasiliano e la disfatta italiana come metafora del Belpaese

di Manfredi Pomar | 6 luglio 2014 | nessun commento

Come avrete notato, dedico mio malgrado sempre meno tempo al blog, non potevo però esimermi dallo spendere qualche parola sul Mondiale brasiliano. Per prima cosa ci tengo a fare notare che lo scorso 12 giugno, prima del fischio d’inizio della partita inaugurale, ho azzeccato tre delle quattro semifinaliste e uno dei due accoppiamenti (Brasile – Germania). Difficile prevedere l’uscita della Spagna; poco sorprendente invece il successo dell’Olanda che, come sempre dai tempi dei vari Van Basten, Rijkaard e Gullit, si presenta con una rosa di enorme talento: pensavo però – e qui sbagliavo – che per l’ennesima volta gli Oranje si sarebbero persi in individualismi controproducenti, non arrivando così alla fase finale del torneo. Van Gaal è riuscito a smentirmi.

 

Che dire invece della nazionale italiana? Un’eliminazione annunciata, a mio avviso. Eccezion fatta per la prima partita (contro una squadra davvero mediocre, guidata da un allenatore a dir poco inadatto), una spompatissima Italia ha sfoggiato un gioco lento e prevedibile contro due squadre parecchio più vivaci e motivate. Non poteva andare diversamente e, per quanto ciò possa suonare banale, la nazionale di calcio italiana ha offerto uno spaccato impietoso del Belpaese. L’Italia di oggi è senza idee, stanca, lamentosa esattamente come la sua nazionale, che ha brillato solo per inconsistenza e mancanza di originalità. E’ un’Italia che crede che tutto le sia dovuto in virtù del blasone e dei successi passati, ma che non riesce più a competere ad alto livello, con le altre grandi o con le realtà in ascesa. L’Italia di Prandelli è l’Italia della crisi e della crescita asfittica, sono due realtà speculari. E infatti la reazione di fronte alla sconfitta è esattamente la stessa, a conferma che il calcio in Italia è davvero metafora dei pregi e difetti del Paese: si è subito puntato il dito contro l’arbitraggio per finire col ridurre tutto a una guerra generazionale. Lo stesso avviene nella vita di tutti i giorni quando si punta il dito contro l’Europa, l’arbitro Moreno per eccellenza, o quando si sottovaluta il potenziale dei nostri giovani per rispettare la tradizione gerontocratica del Paese (un giovane brillante sotto i 35 anni in Italia non se lo fila nessuno, viene visto come un lattante; altrove gli si dà spazio e fiducia). Ora non c’è alcun dubbio che l’arbitraggio di Italia – Uruguay ci abbia penalizzato, così come ci penalizzano certi paletti imposti (per volontà dello stesso governo italiano, a dirla tutta) dall’Unione Europea, ma se non avessimo regalato la vittoria al Costa Rica o se avessimo avuto più coraggio contro l’Uruguay dopo l’espulsione di Marchisio (anziché rifugiarci in un approccio attendista per 30 minuti sperando di conservare il risultato, per poi animarci quando era già troppo tardi, cioè a gol subito, a pochi minuti dallo scadere dei minuti regolamentari), staremmo qui a parlare dell’arbitro Rodriguez? E che senso ha puntare il dito contro le nuove leve, quando a colpire sono state le prove di Darmian e gli unici tre punti li abbiamo ottenuti con in porta il giovane Sirigu? Cosa dovremmo dire allora dell’ultima prova di Chiellini o del bollitissimo Cassano? La verità è che in questo mondiale hanno sbagliato (quasi) tutti, giovani e vecchi, allenatore e giocatori ma, nel solco dell’italica tradizione, nessuno vuole assumersi le responsabilità dei propri errori. In fondo cos’è l’Italia se non una repubblica fondata sul capro espiatorio?

I nazionalisti come Don Chisciotte: contro i mulini a vento d’Europa

di Manfredi Pomar | 5 maggio 2014 | nessun commento

Manca meno di un mese alle prossime elezioni europee, questo spiega come mai nelle ultime settimane le invettive contro l’euro e l’Europa si sono fatte sempre più frequenti.

Il topos riproposto in maniera ossessiva è quello del ritorno alla sovranità nazionale; l’obiettivo è porre fine al processo d’integrazione europea, non tanto per impedire il meticciamento dei popoli europei (secondo il cosiddetto Piano Kalergi, che già spopola negli ambienti neonazisti europei) o per combattere la campagna di liberazione dagli immigrati proposta da un egiziano naturalizzato italiano (…), quanto per ripristinare il potere decisionale dei governi nazionali. Per questa ragione gli euroscettici denoantri non rinunciano alla tentazione di gridare al golpe e denunciare pratiche incostituzionali un giorno sì e l’altro pure; nella realtà, però, quello che i sedicenti difensori della Costituzione dimenticano di precisare è che le cessioni di sovranità sono previste proprio dalla Carta attualmente in vigore e hanno tutte seguito l’iter richiesto. Essendo l’Italia una Repubblica parlamentare, così stanno le cose; poi, certo, si può discutere del fatto che Paesi come l’Irlanda prevedano referendum per questioni di questo tipo, ma fino a quando la Costituzione in vigore in Italia sarà quella italiana, e non quella irlandese, certe critiche rimarranno prive di fondamento, con buona pace dei vari Grillo e Barnard. E in fondo potrebbe andar peggio. Restando tra i confini nazionali, infatti, è possibile imbattersi negli ancora più ridicoli rimbrotti che ogni tanto muovono dai banchi dei due principali partiti italiani. Partiti che hanno sempre votato compatti a favore del processo d’integrazione europea, delle cessioni di sovranità e persino del fiscal compact ma che ora, per bocca di ineffabili esponenti politici, provano a raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni, scagliandosi contro i diktat dell’Unione Europea. Coerenza, questa sconosciuta.

Poi c’è la questione della sovranità monetaria, rivendicata da quanti vorrebbero tornare alla lira per abbracciare il modello della svalutazione competitiva. Oltre alle difficoltà pratiche (se per introdurre l’euro c’è voluto del tempo in un contesto relativamente tranquillo, immaginate cosa sarebbe il ritorno alla lira nello scenario attuale) e al rischio di forti speculazioni sulla nuova valuta, ci sono almeno tre buone ragioni per cui il ritorno alla lira verrebbe considerata una scelta insensata da qualsiasi essere umano dotato di un minimo di alfabetizzazione economica. Come già ribadito più volte, si porrebbe innanzi tutto il problema dell’inflazione, che se anche dovesse attestarsi su livelli accettabili (e conoscendo le pessime abitudini dei popoli latini è già possibile escluderlo), avrebbe comunque effetti disastrosi in un Paese sensibile alle più lievi variazioni di prezzo, dove risiedono milioni di pensionati e gli stipendi, per chi lavora, sono già tra i più bassi d’Europa. A meno che l’obiettivo non sia portare sulla soglia di povertà intere famiglie, è chiaro che la svalutazione competitiva non può essere la strada da seguire e chi promette una svalutazione senza inflazione, oltre a mentire spudoratamente, si augura un futuro argentino per l’Italia. Seconda difficoltà: chi chiede a gran voce una svalutazione competitiva vive nell’illusione che basti vendere a prezzi più bassi per far decollare l’export. Per quanto ciò possa essere vero in parte, bisogna comunque ricordare che non si tratta di un automatismo. Se così fosse, l’export italiano sarebbe già schizzato alle stelle durante la fase di deprezzamento dell’euro. Come sappiamo, così non è stato: mentre l’export tedesco impennava nel pieno della crisi, quello italiano restava al palo. Le ragioni sono varie e complesse, richiederebbero una digressione a parte, per il momento vi basti tenere a mente che, no, purtroppo non basta costare meno per essere più competitivi. Il grosso errore, infine, sta nel parlare di ritorno alla lira ragionando “a bocce ferme”, come se il resto del mondo fosse un osservatore passivo, incapace di reagire o adottare contromisure. Nella realtà, se l’Italia tornasse alla lira per vestire i panni della Cina d’Europa, è lecito credere che i principali competitor europei non starebbero a guardare e prenderebbero provvedimenti contro l’eventuale dumping made in Italy.

Una parte consistente delle campagne contro l’Europa può quindi ritenersi velleitaria e per nulla condivisibile, senza dimenticare poi che la crisi italiana ha origini più profonde di quello che si cerca di far credere. Troppo facile ricondurre tutto all’euro o all’Unione Europea, quando le criticità del sistema-Paese si ponevano già diverso tempo prima dell’ingresso nella moneta unica.

Ma allora dovremmo essere tutti europeisti convinti? Per nulla. L’euforia che ha portato al coinvolgimento quasi immediato di mezzo continente, nonostante non tutti i Paesi membri avessero basi sufficientemente solide per entrare a far parte dell’UE (si pensi al caso greco); l’ipocrisia di determinate scelte politico-economiche (Cipro, accolta benché paradiso fiscale e poi punita perché paradiso fiscale) e una chiara, fallimentare impostazione ideologica; lo strapotere degli euroburocrati e l’ancora significativa mancanza di trasparenza e democraticità all’interno di istituzioni-chiave; l’illusione che l’integrazione si possa ottenere solo attraverso l’omologazione, come se tutti i Paesi partissero dalle stesse condizioni iniziali e muovessero tutte all’interno di un comune background culturale, senza tenere conto delle enormi differenze economiche, politiche e culturali dei singoli Paesi membri; queste e molte altre criticità fanno dell’Unione Europea un esperimento politico imperfetto, pieno di incongruenze ed errori d’impostazione. L’UE, quindi, è sì un progetto politico ambizioso ma da osservare in modo critico e correggere nelle sue imperfezioni. Per farlo serve una classe politica intellettualmente onesta, aperta, lungimirante, in grado di far sentire e proporre in maniera intelligente quelle che sono le istanze dei Paesi membri. Gridare contro l’Europa, come fanno diversi personaggi in Italia, non serve a niente: è più facile – a prendersela con un capro espiatorio distante, immateriale sono bravi tutti – ma non basterà a restituire dignità all’Italia né a garantirci di essere ascoltati negli ambienti dove più conta.

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Io sto con Giorgio!

di Manfredi Pomar | 2 aprile 2014 | nessun commento

Questo post, ve lo dico subito, è una marchetta. In genere non mi presto a certe cose (a meno che non si tratti di Bruckner), è notorio, ma questa rarissima eccezione è supportata da due valide ragioni. Innanzi tutto la storia che intendo raccontarvi è una storia di successo: fa bene allo spirito, soprattutto in un Paese come l’Italia, che continua a flirtare pericolosamente con lo spettro del commissariamento. In secondo luogo conosco da tempo immemore il protagonista della vicenda e so quanto questa, per lui, rappresenti il coronamento di un sogno. Mi sembrava giusto tesserne le lodi.

Il protagonista della storia si chiama Giorgio Ponte ed è l’autore di un romanzo umoristico – Io sto con Marta! – che, dopo aver scalato le classifiche dei principali store online, verrà ora pubblicato in formato cartaceo da Mondadori. Capite bene che per un autore esordiente che ha avuto il coraggio di scommettere sul self-publishing non si tratta certo di un risultato scontato o di poco conto.

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Breve parentesi. In un Paese come l’Italia, dove tutti scrivono e nessuno legge, esiste il rischio che qualcuno possa farsi strane illusioni venendo a sapere di storie come quella di Giorgio. E allora badate: mi guardo bene dal vendervi il self-publishing come la panacea di tutti i mali dell’editoria o dal sostenere che la storia di Giorgio suggerisce che c’è speranza per chiunque nutra velleità creative. Al contrario. La sua storia dimostra soltanto che Giorgio è un ragazzo in gamba e che esiste ancora un barlume di considerazione per il merito individuale in Italia, ma se “Io sto con Marta!”, nel suo genere, fosse stato un libraccio mal scritto, non se lo sarebbe filato nessuno, con o senza self-publishing.

Ma veniamo al romanzo. Per onestà intellettuale devo ammettere che, se non conoscessi personalmente l’autore, non avrei mai letto l’ebook in questione. Ve lo immaginate un amante del black humour più crudo con un romanzo della Kinsella tra le mani? Ecco. Ciononostante non mi pento della scelta. “Io sto con Marta!” è un romanzo ben scritto, scorrevole; forse iperbolico e stucchevole in alcuni passaggi, ma è innegabile che si tratti di una lettura gradevole, divertente. Inoltre, conoscendo l’autore, posso affermare in tutta sicurezza che la storia della protagonista presenti fortissime connotazioni autobiografiche: questo spiega come mai “Io sto con Marta!”, anche nel suo essere così esplicitamente inverosimile, conservi sempre una certa dose di (iper)realismo. In fin dei conti la storia di Marta è la storia di Giorgio e viceversa: c’è l’arrivo a Milano dal profondo sud, c’è l’esperienza del precariato, ci sono la fede e la rivalsa. Tutte cose che fanno o hanno fatto parte del vissuto personale dell’autore, che nel suo romanzo però mette tutto in bocca a una donna (scelta coraggiosa e riuscitissima: pochi uomini hanno la sensibilità per dar voce a un personaggio femminile facendolo rimanere credibile). Certo, qualcuno obietterà che il talento dello scrittore si vede soprattutto nella capacità di raccontare storie originali, inedite, non riconducibili al proprio bagaglio personale, ma date a Giorgio il tempo di godersi questo primo, meritato successo.
Il resto verrà da sé.

Il pasticciaccio brutto di via XX Settembre, la ritenuta del 20% sui bonifici esteri

di Manfredi Pomar | 20 febbraio 2014 | 1 commento

Infine il Tesoro, dopo neanche venti giorni dalla sua introduzione, ha sospeso l’assurda ritenuta del 20% sui bonifici esteri su cui mi ero espresso senza mezzi termini qui. Com’era lecito aspettarsi, nessuno ha avuto la decenza di metterci la faccia né si è scusato pubblicamente per questo pasticciaccio brutto. Anzi, la comunicazione della sospensione è arrivata con una fredda nota di via XX settembre nella quale si è anche avuto modo di precisare che solo «L’evoluzione del contesto internazionale in materia di contrasto all’evasione fiscale cross-border, […] fa ritenere ormai superata la disposizione che ha introdotto la predetta ritenuta alla fonte». Un po’ come dire: mica perché sbagliata o indecente! Ammettere gli errori mai, eh? Ah, già, dimenticavo

Piccola parentesi. A rimediare una figura barbina, non solo il Tesoro e l’Agenzia delle Entrate. Il Movimento 5 Stelle è riuscito a fare di peggio. Contro la trattenuta era infatti stato pubblicato un post sul sito del Signore e Padrone del Partito, Beppe Grillo. Nel post in questione si parlava di pizzo e politici tafazziani – tutto perfetto, se solo il Movimento 5 Stelle non avesse votato compatto a favore dell’introduzione del controverso balzello! Insomma, gli schizofrenici cittadini del M5S si indignano per norme che loro stessi hanno voluto e votato. Compreso l’errore, i grillini, anziché presentarsi presso la più vicina struttura psichiatrica, hanno attinto alla solita, noiosissima retorica sull’evasione per giustificare l’operato dei loro deputati.

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L’argomentazione è debole, almeno per due ragioni. Innanzi tutto occorre ricordare che lo scorso anno è stato approvato il provvedimento che permette al fisco di incrociare i dati sui conti correnti con le dichiarazioni dei redditi, pertanto lo Stato già gode di tutto lo spazio d’azione possibile per individuare movimenti di denaro sospetti. Il balzello sui bonifici provenienti dall’estero non avrebbe cambiato nulla ai fini della lotta all’evasione, mentre si sarebbe certamente prefigurato come un ottimo esempio di appropriazione indebita di ricchezza privata. Inoltre solo un idiota verserebbe capitali evasi o proventi di attività illecite su un conto corrente italiano (per la stessa ragione anche il provvedimento introdotto dal decreto Salva Italia sulla trasparenza dei conti correnti poteva già considerarsi inutile oltre che lesivo dei diritti e della privacy del cittadino).
Resta quindi il sospetto che il nuovo balzello fosse stato introdotto con ben altro intento: batter cassa. Se infatti è vero che sarebbe comunque stato possibile contestare la trattenuta, è altrettanto vero che a quel punto lo Stato si sarebbe riservato il diritto di decidere se, come e quando restituire quanto sottratto in maniera preventiva. Ed è noto che lo Stato sia incredibilmente celere nel sequestrare; assai poco puntuale nel restituire.
Ma poi nell’Unione Europea non vigeva la libera circolazione di capitali?

In un Paese civile non si taglieggiano i cittadini – tutti, indistintamente – per poi obbligarli a dimostrare la liceità delle proprie operazioni, ma in Italia, che di civile ormai ha ben poco e non può più essere considerata né una piena democrazia né tantomeno uno Stato di diritto in linea con la tradizione occidentale, si è verificato un radicale rovesciamento di prospettiva: il latrocinio di Stato è legalizzato; il cittadino è colpevole fino a prova contraria.

Addavenì Buffone: Matteo Renzi verso la Presidenza del Consiglio

di Manfredi Pomar | 16 febbraio 2014 | 3 commenti

A quanto pare a breve ci ritroveremo Matteo Renzi Premier. La sorprendente, rapidissima ascesa del sindaco di Firenze non mi entusiasma granché (sul personaggio mi sono già espresso a chiare lettere qui e qui), ciò che mi interessa sottolineare in questa circostanza è altro.

Punto primo: la scelta di conferire a Renzi l’incarico per formare il nuovo governo senza passare dalle urne minerà in maniera definitiva il rapporto tra elettorato e istituzioni e diventerà terreno fertile per le forze politiche più radicali e populiste. Se Monti doveva rappresentare l’eccezione e su Letta si poteva lasciar correre visto lo stato di necessità, più difficile diventa giustificare questo terzo passaggio di consegne deciso dall’alto e non avallato dal voto. In Italia l’eccezione è ora la regola e, per quanto ciò possa essere in certa misura comprensibile (si sarebbe comunque tornati al voto con la vecchia legge elettorale, visto che non si è riusciti a cambiarla nell’ultimo anno), prenderà piede l’idea che in Italia il mandato popolare sia un optional; le elezioni una formalità di cui è possibile fare a meno. Gravissima, poi, l’ingenuità del Partito Democratico, che, piazzando Renzi alla Presidenza del Consiglio senza passare dal voto, di fatto preferisce “bruciare” il suo astro nascente proprio quando, finalmente, avrebbe potuto contare su un candidato in grado di ottenere largo consenso. Ma forse era proprio questo l’obiettivo della vecchia guardia del PD.

Punto secondo: nella sostanza non cambia nulla, a meno che non siate così ingenui da credere che sostituendo Bray con Baricco e Zanonato con Guerra l’Italia possa trasformarsi tutto d’un colpo nella tigre del sud Europa… Il Pil italiano, col suo misero +0,1% nel quarto trimestre 2013 (stima che potrebbe anche essere corretta al ribasso nei prossimi mesi), ci riporta subito alla realtà. Pensate che la disastrata economia portoghese ha fatto registrare un +0,5% nello stesso periodo – che sia stato il mio arrivo a Lisbona? Scherzi a parte, indipendentemente dalla squadra che metterà insieme, Renzi ha poche chance di riuscire laddove hanno fallito Monti e Letta, che a differenza del sindaco di Firenze parlavano meno ma con un briciolo di cognizione in più. Renzi invece è il tipico istrione toscano che vuole a tutti i costi apparire simpatico, il punto è che se a straparlare è Benigni va bene – è un comico – ma se lo fa uno che ambisce a diventare Premier? Renzi promette riforme (dio solo sa quali), assicura che durerà fino al 2018 (segnatevela) ed è convinto che l’UE gli lascerà sforare il tetto del 3% (è una regola vecchia, e io so’ tanto gggiovane!). Corre voce che gli ex compagni di liceo lo chiamassero Bomba perché le sparava grosse. Il vizietto sembra essergli rimasto.

Punto terzo: Renzi è comunque destinato al fallimento, per le ragioni più volte esposte su queste pagine. Se anche avesse un progetto degno di questo nome, se anche avesse delineato una chiara strategia economica e disponesse degli uomini giusti per realizzarla, non riuscirebbe comunque nell’intento e questo perché, ai problemi di natura economica, se ne aggiunge un altro, ben più difficile da risolvere: quello culturale. Già, perché il vero, secolare problema d’Italia sono e restano gli italiani – certo, non tutti, ma una larga parte, c’è poco da fare. Produzione, competitività, fisco: di certe cose è più facile discutere, ma come si può credere di cambiare un Paese la cui cultura nazionale è interamente fondata sul provincialismo (ovvero sull’interesse locale / personale) e sul corporativismo? Qualsiasi governo in Italia è destinato a scontrarsi contro quella trama di interessi che, da nord a sud, isole comprese, aggroviglia l’intero Paese e lo tiene immobile. In Italia ognuno ha il suo piccolo orticello da difendere: quando qualcuno osa mettere in discussione i privilegi maturati, viene meno il supporto di questa o quella consorteria, chi è al governo viene obbligato alle dimissioni e non resta che rimescolare le carte. Fino alla successiva crisi di governo. Si tratta insomma di due dei tre pilastri di cui scriveva l’ottimo Ernesto Galli della Loggia un paio d’anni fa. Il terzo pilastro – la demagogia – è strumentale, serve a garantire il ricambio politico. Ieri Berlusconi, oggi Renzi, domani Grillo o ancora Berlusconi. Vince chi promette l’impossibile, così il popolo è felice e ha un nuovo mito in cui credere. Quando l’affabulatore di turno, tornato alla realtà, si vedrà poi costretto a toccare gli interessi di qualcuno, il popolo mostrerà di nuovo il pollice verso, in un gioco che di divertente non ha nulla ma che per oscure ragioni viene ripetuto alla nausea. Adesso non resta che godersi la parabola di Renzi, ma ricordate: più repentina è l’ascesa, più violenta la caduta.

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, Premier, Italia

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