L’Italia NON ha tutto il tempo del mondo
di Manfredi Pomar | 9 giugno 2013 | nessun commento
L’Italia è il Paese delle mancate opportunità. Per capire perché non è possibile imputare all’Europa le responsabilità di tutte le nostre mancanze basterebbe ricordare quanti fondi europei il Paese avrebbe potuto utilizzare in tutti questi anni o in quante occasioni, in tempi favorevoli (ovvero negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’euro), si sarebbero potute approvare le riforme di cui continua ad aver bisogno il Paese. L’Unione Europea, la cui miopia è proverbiale, non è certo esente da critiche ma da qui a dire – come fanno certi – che sono l’UE e l’euro ad affamare l’Italia ce ne passa, vuol dire non aver compreso che ad azzoppare l’Italia sono state le innumerevoli occasioni sprecate “in tempo di pace”, per così dire.
E se nulla è stato fatto quando le condizioni erano favorevoli, figuriamoci cosa potevano mai inventarsi i grandi statisti de noantri in tempo di guerra… Negli ultimi mesi, per esempio, abbiamo goduto di un contesto tutto sommato favorevole: il “salvare l’euro a ogni costo” di Draghi e il contributo giapponese hanno contribuito ad allentare le tensioni sull’eurozona e sull’Italia in particolare ma l’incantesimo non poteva durare all’infinito. Se prendiamo per vero quanto riportato da alcune testate, il board della BCE non è più così coeso quando si tratta di difendere le posizioni di Draghi e la crescita giapponese degli ultimi mesi, frutto del doping monetario di Abe, ha già dimostrato di essere quello che è: una bolla, con buona pace di quelli che “facciamo come il Giappone”.
L’Italia in tutti questi mesi avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo e sfruttare il regalo che ci è stato fatto in termini di tempo, ma come sappiamo questo non è avvenuto: togliendo il sostegno al governo Monti, Berlusconi ci ha regalato nuove elezioni, le più penose di cui abbia memoria; gli italiani hanno fatto il resto, premiando i venditori di fumo e facendo piombare il Paese in uno stallo che ci ha fatto bruciare altri due mesi. E anche ora che abbiamo un governo, anziché affrontare seriamente quelle che dovrebbero essere le priorità, si blatera a proposito di semipresidenzialismo e Imu – come se fossero quelli i problemi del Paese. Questo è quello che succede in un Paese in campagna elettorale permanente, dove si continua a far finta che si disponga di tutto il tempo del mondo (quando così non è). Sarà un’estate calda.
Carlo Sibilia colpisce ancora
di Manfredi Pomar | 22 maggio 2013 | nessun commento
Ve lo ricordate Carlo Sibilia? Il deputato del Movimento 5 Stelle secondo il quale non serviva la fiducia per avere un nuovo governo? Ebbene, l’impavido eroe dellaggente stavolta si è esposto al pubblico ludibrio con un intervento che è un concentrato di ingenuità, ignoranza e dietrologia. Il risultato finale è un capolavoro del peggior surrealismo italiota.
Spezzare il nesso tra banche e Stati non è un crimine, come crede Sibilia, bensì una garanzia. Com’è noto, però, il sogno dei grillini è riportare le banche sotto l’egida dello Stato (lo dice Grillo, lo dice il programma); è un peccato che non ci sia neanche un grillino che abbia voglia di curarsi dell’impatto di un’eventuale nazionalizzazione del sistema bancario sul rapporto debito/Pil.
Il discorso sulla moneta ricalca concetti confusi già sentiti in passato e non brilla per originalità neanche l’accenno al signoraggio ma su una cosa Sibilia ha ragione: in simili circostanze quella del debito è una schiavitù, una palla al piede. Qualcuno però dovrebbe spiegare al deputato pentastellato che il debito pubblico italiano non l’hanno creato né il Consiglio Europeo né le banche private. E le proposte del Movimento, qualora venissero realizzate, lo farebbero lievitare ulteriormente.
Veniamo al meccanismo di stabilità. Gli aspetti controversi certo non mancano (io stesso ho sempre nutrito un certo scetticismo sull’efficacia del fondo salva-Stati) ma Sibilia deve tenere a mente due cose: dicendo no al meccanismo di stabilità l’Italia non solo rigetterebbe il principio di solidarietà che sta alla base dell’accordo (ma come? Il deputato grillino aveva appena finito di dire che non c’è solidarietà in quest’Europa!) ma perderebbe anche la possibilità di godere degli aiuti qualora un domani l’avvitamento economico del Paese dovesse aggravarsi.
Sibilia chiede di rifiutare il meccanismo di stabilità, ma quale alternativa propone? La visione politica? Temo che nel caso di una deriva greca non basterebbe, soprattutto se dovesse essere quella miope del Movimento 5 Stelle… Comunque anche su questo aspetto Sibilia sbaglia e dimostra di non aver capito nulla della crisi: le riforme servono e anche con una certa urgenza. Non è con la sola visione politica che l’Italia può pensare di uscire dalla crisi.
Una breve nota a margine: i miliardi che Sibilia pensa di prendere dalle concessionarie di slot machine non corrispondono alla cifra evasa ma a quella richiesta dal Pm nella maxi-multa. E’ bene comprendere questa differenza per capire quali sono le difficoltà che stanno dietro l’eventuale recupero della cifra in questione. Tra l’altro nella vicenda delle slot machine ha avuto enormi responsabilità proprio lo Stato (viste le mancanze di Sogei e Monopoli di Stato)… ma non ditelo ai grillini, protrebbero accusare un crollo psicologico!
Se solo avessimo Angel Gurria (OCSE) al posto di Attilio Befera…
di Manfredi Pomar | 4 maggio 2013 | 4 commenti
«Misure come il redditometro fanno aumentare i costi amministrativi destinati a contrastare l’evasione, si tratta di un onere ingiusto su persone e imprese rispettose della legge che si comportano onestamente e pagano le tasse. E’ necessario chiedersi se tali costi si giustificano. Quando l’evasione è un fenomeno così diffuso bisogna decidere se mitigare le misure di contrasto o mantenere costi amministrativi elevati»
- Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE
Parole sante che riassumono abbastanza bene ciò che avevo scritto proprio alcuni giorni fa. In Italia, però, preferiamo ignorare il problema e tenerci il nostro costosissimo apparato. Se non altro veniamo ampiamente ripagati dalle perle su tasse ed evasione di Attilio Befera… Ecco la mia top 5!
«[Quello che succede in Italia non ha] Niente a che vedere con quello che succede nel resto del mondo. Ha visto il film di Muccino “La ricerca della Felicità”? E’ tratto da una storia vera ed è un esempio dal punto di vista civico: racconta di un evasore, Will Smith, che a un certo punto va in banca e trova il conto prosciugato, perché c’era passata la Internal Revenue Service, l’Agenzia delle Entrate americana.»
«Non c’ è una riscossione buona e una cattiva.» [la domanda era: crede a una riscossione più umana?]
«Il fatto che l’Agenzia perda in contenzioso il 30% delle cause non vuol dire che nel 30% dei casi l’accertamento dell’ Agenzia era vessatorio o sbagliato.»
«Lo Stato non può fare lo sconto per fare pagare le imposte. In Italia di sconti ce ne sono fin troppi.»
«Una giungla di norme fiscali nate negli anni ’70 e modificate successivamente rendono inapplicabile il detto di Benjamin Franklin “La morte e le tasse sono inevitabili”. Qui le tasse non sono nemmeno certe.»
Ma in fondo potrebbe andare peggio…
Immaginate se al posto di Befera ci fosse Antonio Ingroia!
Sull’evasione fiscale – Per chi non vuole svegliarsi povero e senza diritti
di Manfredi Pomar | 24 aprile 2013 | nessun commento
I recenti scandali lo confermano: l’evasione fiscale esiste, è un problema serio, diffuso ed è giusto che venga affrontato. Perdonate l’ovvietà ma vorrei risparmiarmi le critiche di chi, dopo aver letto questo post, potrebbe voler distorcere il senso delle mie parole per andarsene in giro a dire che difendo gli evasori. No, non li difendo, ma credo che in Italia sia necessario fare un po’ di chiarezza: molto spesso e sempre più di frequente il discorso sull’evasione viene infatti affrontato in maniera semplicistica e fuorviante, è una carrellata di numeri, rapporti, paragoni con altri Paesi che dovrebbe offrire uno spaccato del Paese – questo è ciò che credono i giornalisti che confezionano queste notizie – ma che in realtà, per il modo in cui vengono trattati i dati, contribuisce solo a propagandare una visione distorta del fenomeno.
Quante volte abbiamo sentito dire quanto vale l’economia sommersa italiana? Quante volte ci hanno raccontato con mirabile precisione di quanto è cresciuta l’evasione nello scorso anno? Ecco, il primo errore consiste proprio nello spacciare per dati reali quelli che in realtà sono soltanto dati stimati. Stime su cui si può ragionare, certamente, ma che andrebbero prese con le pinze da chi si occupa di informazione visto che si basano su ipotesi, non su fatti acclarati. L’Agenzia delle Entrate, per esempio, per fare una stima dell’evasione in Italia, ricorre a metodi diretti e indiretti: i primi – auditing di un campione, interviste campionarie – hanno la stessa attendibilità di una qualsiasi indagine demoscopica (rendo l’idea?); i secondi, derivati da modelli economico-statistici, non fotografano la realtà, sono valutazioni su base probabilistica.
Quando, con estrema leggerezza, qualche giornalista vi racconta che «in Italia si evade il doppio di Francia e Germania» (o altre amenità di questo tipo) non solo si sta spacciando per verità inoppugnabile il risultato di un confronto tra dati stimati che andrebbero trattati con cautela anche presi singolarmente, ma lo si fa senza neanche tener conto delle diverse metodologie usate. Già, perché in tutto questo, nonostante si promuova una certa armonizzazione, la metodologia può variare in maniera significativa da Paese a Paese, da istituto a istituto, da ricerca a ricerca. In Italia però tutto fa brodo e allora si mettono insieme mele e pere, tanto chi volete che se ne accorga? Sempre nel Belpaese c’è poi chi si spinge oltre – alcuni per ignoranza, altri perché fa comodo, visto che i numeri sul sommerso sono più grandi – e tratta la stima dell’economia sommersa come se si trattasse esclusivamente di capitali evasi, come se “sommerso” ed “evasione” fossero sinonimi, non fenomeni correlati ma non interamente sovrapponibili. Stendiamo un velo pietoso. Comunque anche per i dati sul sommerso vale il discorso appena fatto, infatti l’Istat preferisce fornire un range di valori all’interno del quale si suppone che si trovi il valore reale. Insomma, se è vero che in Italia «le tasse non sono certe» – come dice il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera – è altrettanto vero che non lo sono nemmeno le stime sull’evasione. Eppure vengono trattate come se lo fossero, con tutte le conseguenze del caso.
L’errata comprensione del fenomeno, però, non si limita a questo. E’ la maniera in cui viene rappresentato, il framing, a favorire interpretazioni distorte. L’evasione, infatti, comporta sì un ammanco per le casse dello Stato ma davvero poi lo Stato dispone di un gettito minore per la gestione dei servizi? Questo è quello che lo Stato vuole far credere per giustificare le sue mancanze ma le cose non stanno esattamente in questi termini, infatti, per dirla con Mario Draghi, «la diffusione dell’economia sommersa aggrava il fardello della fiscalità per i contribuenti onesti» – concetto che tra l’altro è stato ripreso proprio ieri da Daniele Franco, direttore centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali della Banca d’Italia. In altre parole, per racimolare il necessario, lo Stato chiede tasse sempre più alte ai cittadini che già le pagano regolarmente. Serve quindi un cambio di prospettiva: l’evasione andrebbe combattuta innanzitutto per permettere una più equa distribuzione del carico fiscale, non per un discorso di gettito che nella sostanza è vero solo in parte.
Eppure ogni giorno vengono snocciolati nuovi dati (poco attendibili) e ci viene ripetuto che l’evasione comporta minori entrate per lo Stato (affermazione fuorviante). Cui prodest? Ci sono diverse categorie di persone alle quali il dilagare della retorica sulla lotta all’evasione fiscale torna utile. Per cominciare conviene proprio a chi si occupa di combatterla. A differenza di altri Paesi, infatti, l’Italia ha messo in piedi un apparato costoso e inefficiente. Se ci fermassimo a pensare a quanti capitali evasi recuperati di fatto bruciamo ogni anno per il mantenimento di questo enorme apparato, forse arriveremmo alla conclusione che una struttura leggera, in grado di operare controlli mirati, si lascerebbe di gran lunga preferire ai controlli a tappetto random di un fisco che brancola nel buio. Ad andare in brodo di giuggiole chiaramente sono anche i politici in cerca di consenso facile, che possono così sparare numeri astronomici (che si promettono di recuperare) per mostrarsi animati da nobili ideali (un nome a caso: Vendola) o per inventarsi coperture di cui, nella pratica, non si dispone (altro nome a caso: Grillo). Poi c’è la categoria dei giornalisti. Chi per ignoranza, chi per furore ideologico, un po’ tutti si prestano al gioco. Come dimenticare il caso di quella presunta paladina dell’informazione che finì col fare la figura dell’utile idiota avanzando proposte ridicole sull’uso del contante? Infine c’è lui, il legislatore, quello che certe proposte non se le fa neanche ripetere due volte, perché gli fanno comodo. E infatti è proprio il legislatore quello a cui conviene di più questo clima che è un misto di terrore e indignazione.
La ragione, anche senza scadere in oziose teorie del complotto, dovrebbe essere chiara a tutti: più il cittadino è ubriaco di triste retorica, più sarà lieto di veder approvate norme liberticide – difficili da approvare con un’opinione pubblica ostile – che in realtà ledono i suoi stessi interessi. In fondo l’evasore è un po’ come lo speculatore o il terrorista – altre evanescenti rappresentazioni del male nella coscienza collettiva: non è possibile dargli un volto, nome e cognome ma fa inorridire l’opinione pubblica così tanto da spingere i cittadini a chiedere più controlli, nuovi balzelli, maggiori limitazioni. La campagna per l’abolizione (o il disincentivo) dell’uso del contante da questo punto di vista è stata esemplare – spiega alla gente che così danneggerai gli evasori e i cittadini saranno felicissimi di rinunciare a quello che in realtà è un loro diritto – ma non si è trattato di un caso isolato. Per esempio lo scorso 25 marzo Befera ha firmato il provvedimento previsto dal decreto Salva Italia del dicembre 2011 che di fatto annulla il segreto bancario consentendo al fisco di incrociare i dati sui conti correnti con le dichiarazioni dei redditi e nessuno ha fiatato. Perché? Perché questi abusi – chiamiamo le cose col loro nome – vengono sempre giustificati dalla lotta all’evasione che, per quanto legittima, è intollerabile che venga perseguita con certi metodi, tanto più se consideriamo quello che succede nel frattempo in Europa.
Prendiamo l’episodio di Cipro, che ha segnato una svolta importante nella gestione dell’eurocrisi. Di fatto si è passati dal bail-out vincolato al rispetto di tutta una serie di impegni per il raggiungimento di parametri di bilancio alla capitalizzazione forzata delle banche insolventi attraverso l’esproprio dei soldi dei correntisti, giustificato, nel caso di Cipro, dalla presenza di evasori e criminali. Capite bene che siamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Una cosa è chiedere riforme per il rientro del rapporto debito/PIL al di sotto di una data soglia entro un preciso lasso di tempo; ben altra cosa è porre come condizione un prelievo forzoso perché “sull’isola hanno aperto i conti degli evasori, mica possiamo salvare anche loro”. In linea teorica il discorso potrebbe anche apparire sensato; nella sostanza è solo l’espressione dell’ipocrisia degli euroburocrati: oggi chiedono la testa degli evasori ma chi per lunghi anni ha accettato il paradosso dell’esistenza di paradisi fiscali all’interno dell’eurozona e non ha fatto nulla per chiarire simili ambiguità? Ma non divaghiamo. Il caso di Cipro, dicevo, evidenzia la criticità del rapporto tra cittadini e istituzioni nel momento in cui lo Stato, il sistema bancario o entrambi diventano insolventi. A quel punto l’estrema soluzione per i governi dell’eurozona (o per le organizzazioni internazionali che dettano le condizioni per i salvataggi) diventa l’esproprio della ricchezza privata. Di fronte a pretese di questo tipo il cittadino si trova in condizione di netta inferiorità, ecco perché è importante che tenga sempre a mente i rapporti di forza esistenti. Accettando acriticamente la facile retorica sulla lotta all’evasione fiscale il cittadino finisce col regalare allo Stato margini del proprio spazio d’azione e non è detto che poi lo Stato resista alla tentazione di abusare di questo strapotere… Chi non vorrà ritrovarsi povero e senza diritti farà bene a tenerlo a mente.
Psicodramma: Giorgio Napolitano rieletto Presidente della Repubblica
di Manfredi Pomar | 21 aprile 2013 | 3 commenti
Intervento-lampo sullo psicodramma della rielezione di Giorgio Napolitano.
- La rielezione del Presidente della Repubblica in carica non è espressamente vietata dalla Costituzione. E’ qualcosa di inedito ma, extrema ratio, resta una soluzione legittima e non ne farei un dramma visto che Napolitano non vorrà mai farsi un altro settennato: superato lo stallo politico potrà sempre dimettersi per permettere l’elezione di un nuovo Presidente.
- E’ ridicolo gridare al golpe dal momento che la Costituzione attualmente in vigore prevede che sia il Parlamento a votare il Capo dello Stato (art. 83), non “laggente” (che tra l’altro seleziona candidati come Milena Gabanelli e Gino Strada…). Non vi sta bene? Perfetto, che venga avanzata una proposta di riforma della Carta, ma fino ad allora, a meno che non vogliate passare per cialtroni che usano parole a caso – fate la grazia – tacete: nessuno vi ha “derubato della democrazia”.
- Chi parla di golpe e propone improbabili marce su Roma è lo stesso che continua a guidare dall’esterno, senza alcuna responsabilità diretta, una parte consistente della Camera e del Senato. Un po’ come se il sottoscritto potesse imporre comodamente da casa indicazioni di voto a un quarto delle Camere, influenzando di fatto le sorti del Paese. Chi è il golpista?

La rielezione di Napolitano non mi entusiasma, ma non la ritengo nemmeno una ragione per strapparsi le vesti. Di questo inutile psicodramma ciò che mi infastidisce è altro, la consapevolezza che avremmo potuto risparmiare due mesi di tempo: a Napolitano sarebbe bastato fare un passo indietro all’indomani del voto per permettere subito l’elezione di un nuovo Presidente (o, appunto, la propria rielezione) che avrebbe potuto sciogliere le Camere o anche solo minacciare di farlo (per spingere alla formazione di un nuovo governo). Sostengo questa possibilità dallo scorso 26 febbraio ma alla fine ha prevalso la linea del temporeggiamento – con le inutili consultazioni prima e i dieci saggi poi. La politica italiana, si sa, ha i suoi tempi. Ma nel pieno di una crisi il tempo è tutto fuorché galantuomo.
[E non si commetta l’errore di guardare allo spread con ottimismo, a mantenerlo attorno ai 300 punti base sono fattori esterni; mi spiace per i grillini ma quest’Italia modello belga non ha la benedizione dei mercati.]
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